Perché la voce cura?

“La voce della madre e del padre: incontro tra musica e parola nel percorso di individuazione

Laura Pigozzi- Convegno La Musicoterapia Clinica, OspSan Carlo Mi. 26 nov 16

Al convegno di Musicoterapia Clinica, che si è tenuto all’Ospedale San Carlo di Milano, in questo mese di novembre, mi è stato chiesto un intervento di inquadramento sul significato della voce a partire dall’inizio, cioè dal valore strutturante delle voci familiari. Questo ci permetterà di cogliere un nesso tra il suono dell’origine e il valore trasformativo del suono.

Parleremo di “voci familiari”, pur senza dimenticare che nessuna voce è veramente familiare, nemmeno la propria. Ogni voce è bifronte: sappiamo che è la nostra, la riconosciamo, ma contemporaneamente reca in sé qualcosa di perturbante che ce la rende anche un po’ estranea. E, inoltre, sulla voce non abbiamo il controllo che vorremmo. La voce sfugge sempre, è attraversata da pulsionalità e accidenti a volte indesiderati. Questo statuto incerto della voce è però prezioso nei percorsi vocali con effetti terapeutici perché rivela ciò che non può essere detto. E questo sia che si tratti di un paziente che potrebbe dire, sia che si tratti di un paziente che ha difficoltà a dire (penso alle disabilità intellettive, all’autismo, alle psicosi e ai disturbi di personalità di cui credo gli amici  e i colleghi che parleranno tratteranno più specificamente).

Proviamo a immaginare come si struttura fin dall’inizio questa incertezza, questa perturbanza, in un certo modo salvifica, della voce. Salvifica perché rivelatrice, come dicevamo, e perché ogni processo di cura e di individuazione non è che un processo in cui s’impara a saperci fare con le perturbazioni.

Fatte queste premesse, diciamo che la voce non è solo suono che supporta la parola che serve agli scambi umani, ma il gesto vocale in sé è, strutturalmente, legame con l’Altro già a partire dal primo grido del cucciolo d’uomo indirizzato all’Altro della cura. La capacità della voce di invocare è già legame e possibilità di salvezza …se l’Altro risponde (leggenda storica di Federico II che voleva cercare la lingua fondamentale dell’uomo isolando acusticamente alcuni neonati. Morirono tutti. La voce è vita). A partire dal fatto che la voce è già un invocare ed è già domanda di legame all’Altro, si capisce perchè, lavorando con la voce, si va a toccare qualcosa che è transferale terapeutico a livello profondo. Per di più, prima del grido aereo del nuovo nato, la primitiva percezione della vita e di quello che poi si chiamerà “mondo”, avviene in utero, in acqua…ed è sonora. Il mondo raggiunge l’orecchio ben prima dell’occhio: per ogni essere umano il mondo è prima di tutto un’esperienza uditiva portata da quel telefono senza fili che è la colonna vertebrale materna (sono le ossa i conduttori della voce). La voce, dunque, é primo nutrimento, prima del latte. Proprio nel senso di rafforzare questo legame epifanico andava l’intervento che facemmo, Voce in gravidanza, nell’ambito delle Giornate in Rosa dell’Ospedale San Paolo, volute, pensate, ideate dalla prof. Marconi, qui presente. O come anche il progetto di Musicoterapia in gravidanza condotto dalla dott.ssa Vandoni che credo andasse in un senso simile.

Le voci dei genitori – e avevamo chiamato anche i padri a fare quella esperienza di voce in gravidanza – con le loro modulazioni significanti, inseriscono il bambino in un ordine affettivo e culturale, fondato sulla tonalità e l’accento del gruppo culturale di cui i genitori fanno parte. La famiglia é cultura già in utero: questa considerazione minima ci potrebbe aiutare anche a ripensare al tema dell’utero in affitto, tema a cui ho dedicato alcune pagine del mio libro Mio figlio mi adora.

Le voci dei genitori vengono registrate dal non ancora nato insieme alle tonalità affettive di ciascuno dei due timbri. Una volta nato il piccolo d’uomo si trova in legame con la voce della madre (o di chiunque ne svolga la funzione) , quella voce che , a contato con il figlio, produce il “mammanese”, ovvero il “dialetto delle madri” , scambio di lallazioni, ecolalie, glossolalie, che ha la sua enfasi, il suo colmo, nel puro gioco suono vocalico che genera un intenso piacere dell’organo buccale. Questo piacere d’organo costituisce una sorta di “fase vocale” del bambino (6m-2a, tra la f.orale e la f.anale). Qui impara a cantare la propria lingua: si tratta di atti inaugurali della creazione, una specie preistoria della creatività. Il bambino qui non è già più Uno con la madre, ma comincia ad individuarsi attraverso la voce. La voce fa nascere il soggetto. La voce è il primo gioco del bambino, e il gioco è quello che presentifica l’assenza della madre, che rende presente la madre anche quando è assente, e canalizza nella creazione l’angoscia della sua assenza. E’ proprio nella fase glossolalica che probabilmente nasce la caratteristica improvvisativa della voce umana, indipendente dal canto, esperienza che faccio ogni settimana con il Non Coro, un lab d’improvvisazione permanente che tengo da diversi anni.

La lingua sorge quindi nell’umano come lingua privata tra il caregiver e l’infans, colui che, come racconta l’etimologia, non ha ancora parola. Qui risiede l’evocazione che il canto porta con sé di un mondo primitivo, perso ma mai davvero posseduto, che suscita desiderio per ciò che era immaginariamente il paradiso e che suscita la commozione che proviamo, a volte, quando cantiamo o ascoltiamo una melodia.
La primitiva e primaria funzione materna viene resa di nuovo presente negli aspetti più intensamente melodici del canto. Ogni lingua è prima di tutto cantata da ogni essere umano. La lingua è musica perché ogni lingua ha la sua.

E’ qui che si comprende il valore e l’efficacia della musicoterapia con la voce nella cura o nel sostegno della sofferenza fisica e psichica: il suono ci nutre fin dall’alba della vita, il suono ci costituisce, il suo potere è sorgivo e risorgivo. E’ il motivo per cui ci stiamo qui occupando di Musicoterapia piuttosto che di terapia con altri mezzi espressivi come la pittura o la drammaturgia che pure hanno una loro dignità ma forse non possono vantare la struttura di origine che la voce e il suono hanno.
Il potere del suono è originario e si potrebbe dire quasi taumaturgico: ce ne accorgiamo quando il suono ci abbandona.
Il suono che nasce con la funzione materna è un’àncora che dà il senso dell’esistere nelle comunicazioni laddove la parola manca, è straniera, perturbante, e forse anche un po’ nemica, come nei gruppi eterogenei dei migranti (e di loro con noi che siamo anche noi migranti perché nessuno è davvero installato là dove è). Oppure, laddove ci sono pazienti che non possono aver accesso a una terapia puramente verbale.

La voce del padre (o di chiunque ne svolga la funzione), più bassa e consonantica, presiede al valore ritmico, consonantico della parola, quello scheletro essenziale, di tenuta della parola, che la fa stare in piedi: qui nasce la lingua pubblica, quella che il bambino userà anche per gli scambi col mondo, per farsi capire da tutti, non solo dalla madre. Il ritmo, che entra nella voce con il valore consonantico della voce della funzione paterna, disegna l’ossatura della parola, lo scheletro di tenuta della lingua. La voce maschile è portatrice dei bassi, dunque ancora un valore di sostegno alla prosodia. Chiunque suoni sa che il basso è il ground di ogni melodia (i cantanti avveduti spesso vogliono il basso vicino). Il ritmo, la scansione, la misura e il basso offrono, alla dimensione della creazione, l’incontro tra suono (che fa parte del registro reale, materico) con il ritmo che inserisce il livello simbolico del tempo. L’intervento della funzione paterna, del tempo, della scansione del suono segna l’epifania del linguaggio. Con il linguaggio il mondo si apre: dalla culla alla comunità, dal seno al suono significante

E così se la voce della madre é il suono dell’origine, col suo potere risorgivo nelle difficoltà, la voce del padre potrà essere la musica del mondo.

Il ritmo, portato dalla funzione paterna, è un parametro di soggettivazione: ha a che fare col tempo ma in un modo speciale. I compositori Nono e Ligeti hanno parlato di tempo musicale come pulsazione o evento, qualcosa, cioè, che si avvicina vertiginosamente al tempo psichico: questo è il tempo che dovrebbe portare il padre, un tempo e un ritmo pulsionale, desiderante, non una fredda scansione meccanica.

Cosa succede, allora, nell’incontro tra suono materno e ritmo paterno? Si capisce bene, suono+ritmo fanno musica.
La funzione paterna inserisce una “misura” soggettiva nella lingua materna, separando e rilanciando i suoni, così come il desiderio del padre per la sua donna separa la diade madre-bambino e rilancia, così, la progettualità a tre della famiglia. La voce del padre col suo ritmo indica il confine, il limite.

La prosodia materna, il suo suono e la ritmicità paterna sono gli elementi che permettono il canto. Per cantare ci vuole “della madre” e “del padre”, suono e tempo.  Il canto senza tempo é caos. Senza ritmo il suono non ha impulso (pensate a quelle voci molli senza struttura, lamentose, vagamente ricattatorie) così come senza suono il ritmo é forma vuota (voci normative senza calore prosodico, troppo esigenti).

Allora il canto è arte difficile non solo sul piano tecnico, ma è anche psichicamente difficile, perché domanda inclinazioni apparentemente contrarie. Il canto è collaborazione di pulsione e forma.
Lo spazio, l’attesa nella gravidanza e il tempo che porta il movimento: la madre e il padre. In congiunzione, come dice un verso del poeta Ben Simon (pseudonimo di uno scrittore italiano)

Lo spazio

è mio

Il tempo

è cosa tua.

Di fatto

Il mio progetto

è congiunzione.

Io sono ampiezza

tu ritmo dell’azione

Per concludere: l’uso della voce nella vita adulta rievoca i primi legami ma è capace di trasformarli e di inserire nuovi suoni, nuove parole, nuovi incontri. La voce è trasformazione.

Come avrete compreso Il mio approccio alla musicoterapia è di tipo psicanalitico: come la psicanalisi è una cura con le parole, analogamente in musicoterapia è il linguaggio musicale ad essere il mezzo di lavoro con il paziente. L’improvvisazione musicale è il cuore del rapporto col paziente che può portare il suo materiale musicale così come in seduta si portano i sogni e le associazioni. Non si può fare un’analisi per iscritto, non solo perchè c’é lontananza dei corpi ma per l’assenza della voce, del suono. Senza suono nessuna analisi può farsi. E’ l’assonanza, infatti, che offre la compiacenza sonora che produce un’associazione o un lapsus. E’ la sonorità di una lingua che concede, come un regalo, l’errore rivelatore. L’inconscio insiste sulla voce. Insiste, come un riff, un groove, un obbligato. Come un pattern che si fatica a non ripetere, come un’ossessiva melodia. Nell’improvvisazione, come nel transfert, si fa musica con l’incomprensibile e l’imprevisto. ll tansfert non è un protocollo anticipato. Come nel jazz, ciò che funziona non è scritto prima.

“La prosodia vocale degli analizzanti cambia nel tempo del lavoro analitico. Persone che erano voci urlanti, oppure voci senza suono, ritrovano una voce umanizzata: una voce che hanno e non più che sono.
La voce ha una qualità abissale: non si sa mai bene da dove venga, da quali intimità sorga, né con che tipo di suono si manifesterà. E’ inafferrabile, enigmatica e, come tutti i misteri, invoca e interpella da una posizione d’ombra.” (A nuda voce)

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L’inconscio è il sociale?

Dal blog “L’inconscio, è il sociale” della Casa della Cultura, a cura di Marisa Fiumanò:
La psicoanalisi può confondersi con la sociologia? Gli strumenti di lettura che Lacan ci ha lasciato per leggere il sociale sono spesso a rischio di contaminazione. Anche l’aforisma “L’inconscio, è il sociale” con cui ho chiamato questo blog, si presta all’accostamento tra sociologia e psicoanalisi. Tuttavia la psicoanalisi non è una sociologia perché è una scienza del singolo, del soggetto che costruisce il suo particolare discorso estraendo i significanti dalla lingua in cui è allevato e con cui dà corpo al suo mondo.

La lingua fa parte dell’indagine sociologica – nessun sociologo potrebbe occuparsi di una determinata cultura senza conoscerne la lingua- ma la sociologia non indaga sull’uso, inventivo e originale, che ciascun soggetto fa del linguaggio in cui è cresciuto. Un uso che egli non decide ma che s’inscrive in lui fin dalla nascita e, prima ancora, quando è nel ventre di sua madre.

Come psicoanalisti ci occupiamo del sociale ma non per questo facciamo sociologia, a Continua a leggere

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A proposito dell’indicibile

L’indicibile sembra essere, contemporaneamente, il nostro limite e la nostra risorsa. Rende ridicola l’arroganza delle nostre teorie, ma è anche è un nobile abitante del nostro corpo, del nostro inconscio, della nostra voce. Un irraggiungibile che raggiunge l’altro attraverso il gesto, anche vocale o ritmico.

Il corpo che si muove in seduta – quando per esempio inventa un movimento ritmico come nel caso di un bambino che batteva il tempo col piede -, ci dice che forse quel soggetto è alla ricerca di un radicamento possibile, di una terra di approdo, di un aggancio.

L’epifania del movimento ha luogo perché c’è un altro che l’ha attivata e che resta lì, col suo corpo, a far da testimone che accoglie quel lavoro inconscio del bambino.

Il movimento dei piedi – così come il nostro modo di camminare – rappresenta lo stile con cui ciascuno di noi ha elaborato un suo ancoraggio, il modo in cui ciascuno di noi interpreta il suo corpo nello spazio e il suo posto, anche fisico, da cui poter prendere la parola.

Non è raro vedere esseri umani che hanno quelli che chiamo “piedi volanti”: sembrano esseri sospesi, psichicamente fluttuanti come non fossero ancora nati o come anime in fuga pronte a spiccare il volo quando la relazione si fa troppo presente.

Nella emissione della voce, ad esempio, i piedi devono avere radici altrimenti non c’è sostegno del suono nonostante tutte le tecniche diaframmatiche che si possono mettere in atto.
Emettere la voce è, prima di tutto, un atto psichico.

Da molti anni lavoro sulla voce sia come luogo del canto (che anche insegno) che come Continua a leggere

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A proposito di Burkini

Nelle immagini di harem dipinte dagli artisti occidentali, Fatema Mernissi nota la “sconcertante assenza paura che si riscontra negli uomini dell’harem europeo” Un sultano che può tenere tante donne, spiega Mernissi, dà una prova di forza. “I mussulmani si descrivono come insicuri nei loro haremCaliffi furono avvelenati e soffocati dalle loro favoriteNegli harem musulmani gli uomini si aspettano dalle loro donne schiavizzate una feroce resistenza e la volontà di sabotare tutti i loro progetti di piacere“…Non è strano – scrive il califfo Harun – che l’intero pianeta mi obbedisca e che io obbedisca a queste tre signore, determinate a disobbedirmi?”

La formazione di Fatema Mernissi avvenne, appunto, in un harem, allevata dalla nonna Jasmina il cui insegnamento fondamentale era: “Devi concentrarti sugli stranieri che incontri e cercare di comprenderli. Più riesci a capire uno straniero, maggiore è la tua conoscenza di te stessa.

Tra ciò che vi è di perturbante per la coscienza occidentale posta di fronte alla cultura mussulmana, un posto d’attenzione merita la questione del velo.
Questo velo sulle donne disturba. Disturba forse le donne per le quali potrebbe rappresentare un principio claustrofobico di soffocamento, ma crea una disagio anche agli uomini.

Che cosa ha il corpo delle donne da dover essere velato? E’ forse portatore di una qualche stonatura da nascondere? Una cosa è certa: quando qualcosa viene velato, proprio per il fatto di essere velato, assume un posizione d’oggetto molto importante e significativa. Possiamo dire che non si vela qualcosa senza valore. Questo è un punto centrale.

Senza voler introdurre qui la questione del feticcio, ricordiamo che Lacan dice “Il velo, è il sipario davanti a qualcosa, è ciò che meglio permette di dare un’immagine della situazione fondamentale dell’amore“.  Dell’amore dunque si tratterebbe.
In effetti ciò che amiamo dell’oggetto amato è la sua distanza. E il velo non starebbe che a dipingere questa mancanza/distanza. Funziona un po’ come il sipario a teatro che crea l’attesa.

Ricordiamo anche il rapporto tra la funzione del velo e il ricordo di copertura: entrambi indicano un al di là. Oltre il velo, oltre il ricordo di copertura, c’è l’essenziale. Che però è rimosso. Non si rimuove infatti che l’essenziale. E’ la donna l’essenziale che viene rimosso? Lasciamo un momento sospesa questa domanda.

La tesi della Mernissi è che anche l’occidente ha il suo harem: esso sta nella manipolazione dell’immagine femminile. Un capitolo del libro sin intitola esplicitamente  ”L’Harem delle donne occidentali è la taglia 42
Potremmo dire, usando un gioco di parole, che se gli orientali hanno il velo, noi abbiamo la velina. Potrebbe esserci una equivalenza simbolica tra le donne velate e le nostre veline: le donne – sotto il velo o sotto il modello imposto – diventano tutte uguali e tutte fantasmaticamente controllabili.

Torniamo alla funzione del velo e alla domanda lasciata in sospeso: perché il corpo delle donne deve essere velato? Il corpo delle donne ha una specificità. Non rimane mai uguale. Dal bambino all’uomo abbiamo un accrescimento. Ma dalla bambina alla donna il corpo subisce svolte rivoluzionarie, vere e proprie traumatiche trasformazioni. Le mestruazioni, il seno che cresce, la gravidanza, il parto e la menopausa. Tempeste radicali talora fonte di angoscia e disagio. C’è un divenire. Il corpo femminile, più di quello maschile, ha capacità di metamorfosi.

Ora, la femmina-velina è come fermata nel suo sviluppo al punto androginico, a un attimo prima di quelle trsformazioni corporee. La donna velina è arrestata un attimo prima che la sua femminilità esploda, quell’attimo prima che ella diventi donna in sé, al di là dello sguardo dell’uomo.

C’è una insopportabile segretezza del corpo femminile: avrà raggiunto l’orgasmo? E’ davvero mio figlio?

Insomma, per dirla tutta, c’è come qualcosa dell’ordine del mostruoso che pertiene al corpo femminile. Dunque qualcosa di essenziale, di rimosso e velato. Ma il mostruoso partecipa sia della repulsione che della fascinazione

L’associazione delle donne ai mostri risale ad Aristotele: la femmina viene alla luce quando qualcosa va storto (in Generazione degli animali). La femmina è una anomalia del tipo maschile.
Ma tale associazione viennese ripresa in modo critico da tre pensatrici dei nostri giorni:

Julia  Kristeva, nel suo saggio sull’abiezione sostiene che, nell’abiezione appunto, c’è una rivolta dell’essere contro ciò che lo minaccia. L’abietto sembra non essere assimilabile né nella posizione del soggetto, né in quella dell’oggetto. C’è come un esorbitante, un inassimilabile. “Qualcosa che solletica, inquieta, affascina il desiderio che pure non si lascia sedurre. Ma impaurito si distoglie” (“I poteri dell’orrore”).

La Braidotti che nel libro “Madri, mostri e macchine”, scrive: “La donna è mostruosa per eccesso: trascende le norme stabilite, oltrepassa i confini. E’ mostruosa per mancanza: la donna-madre non possiede quella sostanziale unitarietà che è propria del soggetto maschile…Donna è l’anomalia che conferma la positività della norma

Il mostro è l’incarnazione della differenza. Dell’assenza di normatività.

Camille Paglia, in Sexual Personae, scrive: “La ripugnanza storica per la donna ha una base razionale: il disgusto è la risposta specifica della ragione alla grossolanità della natura procreante.

Come dire che il potere delle donne è quello di dare la vita sì, ma una vita mortale!

Piuttosto nota è la frese di Celine, una frase che mi pare davvero esemplare: “Queste femmine ci guastano l’infinito“. La donna dà la vita ma senza l’infinito, appunto.

Ora l’infinito è anche una categoria matematica, un’idea di perfezione. Come se la donna - nel suo “guastare l’infinito” - ostacolasse il processo della sua stessa idealizzazione, come fosse l’unico “velo” sotto il quale un uomo può godernePer questo occorre velarla.

Ricordo una scena del film Viaggio a Kandahar di Makhmaltab Mohsem in cui le donne si mettono il rossetto sotto il burka. Oltre a poter dire qualcosa sul vero motivo per cui le donne si truccano, se ne deduce qualcosa circa il concetto di valore che sta sotto il velo. Non si vede ma c’è. Significa proprio perché è velato.

Sotto il velo l’oggetto diventa oggetto di prospettiva e la relazione si struttura come relazione d’ignoto. Ma perché questo meccanismo d’ignoto possa funzionare come motore del desiderio, esso  - l’ignoto – deve avere una qualità: e cioè deve essere nel futuro conoscibile. Deve contenere la promessa che qualcosa poi, un giorno, se ne saprà. La promessa che il sipario infine verrà levato. C’è la promessa di un al di là.
Il velo, nel suo poter essere anche svelamento, sostiene questa funzione di promessa.

Laura Pigozzi

ps. Ho scritto questo articolo qualche tempo fa in occasione di un dibattito tenuto alla Libreria Feltrinelli di via Manzoni a Milano. L’ho riproposto perché mi sembra possa essere utile anche oggi per provare a spostarci dal punto di vista – limitato – della semplice opposizione tra culture.

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Julieta

Il film Julieta mi ha lasciata molto turbata. E’ il film di una persona tormentata. Un film irrisolto. Madre e figlia assai poco credibili nella dinamica psicologica che si crea. Tutto molto poco verosimile psicologicamente, e quindi poco

coinvolgente. L’unica cosa bella era il “ponthos”, il mare delle avventure, il mare di Ulisse. Qualcosa che nel film rimanda ad una sfera mitica, più ancora che mitologica. Mitica virilità, mitico eros, mitica passione, assoluta, che porta alla morte. Un eros visto e vissuto come colpevole, debordante, spaventoso. Un eros che consuma e uccide e non lascia spazio all’amore fraterno e agapico. Forse questa la cifra del film?

Donne e ragazze lontane da qualsiasi realtà emotiva. Una madre, Julieta, che forse piacerebbe molto a Laura Pigozzi, molto donna e poco chioccia. Eppure la relazione madre figlia si dispiega in un fallimento totale. Continua a leggere

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Aspettando Nadeau

Usciti da La Nouvelle Quinzaine Litteraire, storica rivista di cultura francese fondata da Maurice Nadeau, la maggior parte dei redattori e collaboratori – contrari alle nuove linee editoriali della proprietà – ha fondato nel gennaio 2016 la rivista En attendant Nadeau, Aspettando Nadeau
Fedeli alla loro storia comune intorno a  Maurice Nadeau, scomparso nel 2013, – alcuni hanno collaborato a La Quinzaine littéraire fin dal 1966–, e con il sostegno di Gilles Nadeau, suo figlio, i collaboratori hanno deciso di mantenere vivo il loro desiderio di comprendere il mondo e la società attraverso la recensione delle opere di letteratura e scienze umane. Hanno dunque lanciato un nuovo giornale elettronico En attendant Nadeau.

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La bellezza in che senso? Perché l’arte contemporanea fa arrabbiare?

Tento di dire, anche polemicamente, qualcosa sulle opere d’arte e in particolare quelle dei nostri tempi. Distinguo le prove dall’opera finita. Mi domando: perché la risposta del pubblico a tanta arte contemporanea è indifferente o ostile? Perché l’arte non dovrebbe anche far nascere sentimenti ostili? Potrebbe esserci nei fruitori una risposta emotiva al nuovo modo di disorganizzazione, di tendenza all’eccesso dei tempi nostri. Molti artisti disprezzano la committenza nell’opera stessa. Una volta erano più saggi e ipocriti?

Gombrich, convinto che l’estetica abbia un suo specifico potere, raccomandava: “All’uscita da una galleria d’arte, non andate subito in strada; sostate cinque minuti in atrio, altrimenti rischiate di andare sotto un’automobile.”

Aveva fede nell’esperienza estetica. Bei tempi! Oggi l’evento potrebbe essere diagnosticato come un tentato suicidio.

Inevitabili premesse
Parto dai dubbi. Forse la figura della bellezza è apprezzabile per contrasto, se la vediamo sullo sfondo del perturbante. Forse Il Brutto ha una sua bellezza. La mia idea è che l’artista Continua a leggere

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Ascolto clinico, ascolto musicale

Quando vado a un concerto e vi incontro un collega psicoanalista, talvolta mi chiedo se sappiamo tutto quello che ci piacerebbe sapere sull’esperienza che stiamo vivendo (Winnicott, 1989, 227).

0. Non saprei inventare una teoria forte in cui inserire l’ascolto. Di conseguenza procederò per punti successivi, per se­milibere associazioni, in un ordine non proprio logico, ma anche affettivo, musicale, meteorologico (Zanzotto, 1996) e virerò (evirerò?) attorno alle boe delle domande come “cos’è il bello?”, o anche “cos’è la coscienza?”, domande che credo potrebbero steriliz­zare la relazione terapeutica, benché siano buone domande. Le lascio a chi riflette altrimenti sul pensiero. Questo mi con­sentirà di proporre temi subentranti, come un fugato con le diverse famiglie di strumenti dell’orchestra.

0.1. In una recente sintesi sulla creatività Mauro Mancia (1990) ci ricorda come la costruzione del proprio mondo interno sia già un primo passo creativo della vita psichica, Continua a leggere

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Youth o della gioventù muta

L’ultimo film di Paolo Sorrentino è film sulla vecchiaia loquace o sulla giovinezza muta? O su entrambe? Qui sono i vecchi che parlano, i giovani massaggiano, usano il corpo, motivano le loro scelte con la pulsionalità irriflessa della carne. Da una parte la parola, dall’altra il corpo, ma anche il corpo é parola e non sempre la parola è vuota, come mostra Miss Universo che, con competenza, fa un rilievo sulla frustrazione. I giovani del film forse sono rappresentati dalla massaggiatrice, apprezzata e ineffabile, che dice di non aver nulla da dire, che è tutta contatto e movimento. Fin qui nulla di nuovo, parrebbe.

Protagonisti due vecchi amici, vecchi amici in tutti i sensi: interpretati da Michael Caine e Harvey Keitel, i due uomini si frequentano da 60 anni e sono anche consuoceri, visto che la figlia del primo – una quarantenne triste e irrealizzata, che fa da assistente al padre – si Continua a leggere

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Mommy, o della inseparabilità

Il film del geniale e giovane regista Xavier Duval racconta di una madre volitiva che di fronte alle rimostranze del centro di accoglienza per la condotta del figlio sedicenne psicotico- in mensa ha appiccato il fuoco e leso gravemente un compagno – decide di prendersi cura personalmente del figlio. Una decisione coraggiosa e forte, ma anche impulsiva e un po’ onnipotente. In tutta la storia, mai una parola spesa tra madre e figlio sul compagno leso per sempre dalle ustioni. Mai un incitamento alla assunzione delle proprie responsabilità

Il ragazzo prende iniziative seduttive nei confronti della madre, è lui che si fa avanti sia con lei che con la vicina di casa che lo aiuterà a studiare, amica e sostituta simbolica della madre. La madre non si sottrae con decisione ai toccamenti furtivi del figlio, anche sul seno, ma lo fa sorridendo della cosa, incapace di Continua a leggere

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