Billie Holiday e il timbro blu. Vertigine e scoperta della perturbante voce dell’Altro

da Laura Pigozzi, curatrice del sito

Ci sono alcune voci che ci interpellano in un luogo intimo, toccano un nostro punto sensibile, provocano un innamoramento. In questi casi si sta ascoltando un timbro che ci chiama, che ci tiene sospesi in una domanda articolata intorno ad un punto di verità che ci riguarda e che illumina qualche cosa che si sa ma che non si sapeva di sapere. Qui, finalmente ci ascoltiamo e ascoltiamo, analogamente a quel che succede quando vediamo e ci vediamo, per un attimo, oltre le apparenze. Si tratta di ciò ho pensato di chiamare, in analagia alla “nota blu” di Chopin, il timbro blu.
In musica, come nella vita, per ognuno il timbro blu è diverso. Tra le jazz singer per me lo è quello di Billie Holiday, soprattutto in Lady in Satin, l’ultimo disco – quello che lei stessa ha dichiarato di amare di più – inciso nel 1959, poche settimane prima di morire.
Chiunque si senta chiamato, interpellato intimamente dal timbro che prese la voce di Billie Holiday in quel momento particolare della sua vita, ha un suo proprio motivo: ciascuno riconosce e si riconosce in quel timbro, a suo modo. In analogia con quanto Proust diceva di ogni lettore che, quando  legge, legge se stesso, probabilmente anche ogni ascoltatore, quando davvero ascolta, ascolta se stesso. Il fatto che Billie Holiday abbia raggiunto quel timbro poco prima di morire, o che Chopin abbia prodotto quella nota proprio sul finire del suo amore con la Sand, evoca l’effetto di sospensione che ha il timbro blu, senza cancellare la speranza, l’apertura, il desiderio che quel timbro mette in moto, fosse anche solo per un Altro che lo ascolta. Inoltre, sappiamo bene come le vicende dell’amore e della morte, del desiderio e dell’inerzia siano sempre oscuramente intrecciate.
Nel timbro blu c’è qualcosa di conosciuto e di misterioso, di familiare e di perturbante, qualcosa di intimo che di continuo sfugge, qualche cosa che, come il blu, è del giorno e della notte. Un timbro che, in modo opaco e confuso, ci appartiene o ci riguarda. Parla a noi, di noi. Ci tiene sospesi in una domanda che è sempre una domanda d’amore.
La sorpresa timbrica che cattura l’innamorato è il timbro blu.
Esso si annuncia, come un basso continuo, nella pasta vocale dell’Altro, fino a che irrompe un’inflessione o un moto prosodico della voce che lo rivelano in maniera folgorante per chi ascolta. Il timbro blu evoca, ma non è mai nella presa.
Ha il valore di riedizione inconscia. Come l’amore.
(tratto da: Laura Pigozzi, A nuda voce. Vocalità, inconscio, sessualità, Antigone Ed, 2008)

Palazzina di Santa Cristina, Via del Piombo, 5 – Bologna
venerdì 25 Maggio 2012 dalle ore 18 alle ore 20  Ingresso libero
Al termine dell’incontro Laura Pigozzi interpreterà alcuni brani di Billie Holiday

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La dignità di pensare

Pubblichiamo la presentazione e l’introduzione del libro di Roland Gori, La dignité de penser

Presentazione (di Daniela Iotti)
La tesi di questo libro è che la dignità dell’essere umano, cioè quel principio morale secondo il quale l’uomo non deve essere usato come mezzo, ma come fine in sé, deriva dal pensiero, dalla possibilità di pensare. A condizione però di non ridurre il pensare a ciò che si produce a livello di rete neuronale, alla coscienza vigile, alla ragione e al calcolo. Ciò che chiamiamo “pensare”, afferma Gori, “guida, orienta e determina le mani del vasaio che danno forma al vuoto, il gesto imprevedibile del chirurgo di genio che salva una vita scostandosi dai protocolli, il soffio della scrittura che rende presenti i ricordi di vite che non sono state vissute, i passi del danzatore che traccia il suo desiderio sullo schermo del nulla, i brividi della pelle degli incontri amorosi che danno carne alla parola, il gesto del bambino che cerca disperatamente di afferrare la luna…”. Gori non si limita a una lettura strettamente psicoanalitica dei temi in questione, ma affronta un discorso più ampio in cui analizza le attuali forme di sapere e di validazione della conoscenza, attraverso le quali il potere dominante instaura nuove gerarchie di valori, nuovi modi di civilizzare e fabbricare gli individui, attraverso stili di discorso sempre più epurati della soggettività di chi li produce. Si tratta di dispositivi basati sull’efficacia operativa e procedurale (vero è ciò Continua a leggere

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Il fascino indiscreto della differenza: Anaïs Nin e dintorni

da Gian Paolo Roffi, poeta a Bologna

“Nel periodo in cui stavamo tutti scrivendo pornografia a un dollaro la pagina, mi accorsi che per secoli avevamo avuto solo un modello per questo genere letterario: quello maschile. Ero già consapevole della differenza nel modo di trattare l’esperienza sessuale da parte dell’uomo e da parte della donna (…). Come scrissi nel terzo volume del Diario, avevo l’impressione che il vaso di Pandora contenesse i misteri della sensualità femminile, così diversa da quella maschile, e per la quale il linguaggio dell’uomo era inadeguato”.
Con queste parole Anaïs Nin mostra quale fosse la sua consapevolezza sia rispetto alla materia trattata sia al linguaggio usato per trattarla. Il fatto, poi, che i racconti del Delta di Venere siano nati dalla collaborazione fra lei ed Henry Miller, e anche dalla partecipazione dei poeti e degli artisti raccolti in quella cerchia newyorkese degli anni ‘40, rende ancora più affascinante la lettura e l’analisi di queste narrazioni folli, emozionanti, Continua a leggere

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Ritratto, autoritratto e lavoro del lutto

J. Eyre, Rehearsals, 1995

Da Stefano Ferrari, Professore di Psicologia dell’arte all’Università di Bologna, Direttore della scuola di specializzazione in Beni Storici Artistici, direttore della rivista Psicoart

Vediamo come alcune delle categorie e dei concetti in relazione ai percorsi riparativi propri della scrittura e della letteratura possano funzionare, con gli opportuni spostamenti di prospettiva, anche per le arti figurative, in particolare per il ritratto e l’autoritratto.

Possiamo considerare il rapporto con la morte – e quindi la corrispondente funzione del ritratto e dell’autoritratto – da due diversi punti di vista: come un modo per contrastare la nostra morte futura (mi autoritraggo – oppure osservo oggi un mio ritratto­ e so che una parte di me sopravvivrà in quell’immagine); oppure come un modo per contrastare il dolore per la perdita dell’altro, in cui il ritratto diventa un semplice strumento del ricordo. Lavoro del lutto apparentemente impossibile per la propria morte; lavoro del lutto sempre tragicamente possibile e sempre sperimentabile per la perdita delle persone amate.

Nel caso del lutto per la morte dell’altro è al lavoro del ricordo che viene affidato il compito dell’elaborazione. Queste dinamiche sono state analiticamente descritte da Freud in Lutto e melanconia; ma, come si ricorderà, ne ha parlato a lungo anche Proust nella Recherche in quelle pagine dedicate alla morte della nonna e alla fuga e poi alla scomparsa di Albertine. Il ritratto, e quello fotografico in particolare, costituisce un evidente e ben Continua a leggere

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Vita dura per i lacaniani

J-L. David, La morte di Socrate, 1787

Da Antonello Sciacchitano, psicanalista a Milano

(A proposito del dibattito iniziato su alcuni giornali nazionali contro la psicanalisi lacaniana.)

I lacaniani devono essere geneticamente diversi dagli altri psicanalisti. Hanno nemici. Non che gli altri psicanalisti abbiano molti amici. Dai tempi di Freud, la psicanalisi non è fatta per procurarsi amici. Da quando nacque, 117 anni fa, la psicanalisi è sempre stata invisa al mondo. “Non fosse mai nata”, è il desiderio del mondo nei suoi confronti; un desiderio che finalmente sembra realizzarsi con la normalizzazione per legge della psicanalisi come professione psicoterapeutica. Finirà finalmente la “nuova scienza” con le sue imbarazzanti scoperte: il complesso di Edipo, la castrazione, il sapere che non arriva alla coscienza ecc. D’ora in avanti la psicanalisi sarà una terapia come tante altre, meglio se orientata in senso medico, e non farà più ricerca sui sogni della gente, sui suoi amori fallimentari, sui suoi odi imperituri. Meglio così per tutti. Socrate, il tafano di Atene, dovette bere la cicuta; Freud, il dottore di Vienna, oggi deve sorbirsi la psicoterapia.
Ma ecco la differenza; i lacaniani non solo hanno nemici latenti, cioè allo stato potenziale, comuni a tutti gli psicanalisti; hanno anche nemici manifesti, riservati solo a loro, che Continua a leggere

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Ritrovare la follia

Hieronymus Bosch, Concerto nell'uovo

Da Giovanni Sias, psicanalista a Milano

“Pieni di presunte conoscenze, perché hanno da te acquisito molte informazioni senza mai coglierle nella loro verità, si crederanno pronti a giudicare su ogni cosa e saranno insopportabili a frequentarsi, perché invece di essere sapienti, come si credono, saranno solo una accozzaglia di frasi.“(Platone, Fedro, 275a)
“Ognuno vuole la medesima cosa, ognuno è uguale; chi sente altrimenti va dritto al manicomio [...] Dove finisce la solitudine comincia il mercato; e dove comincia il mercato comincia anche il chiasso dei grandi attori drammatici e il ronzio delle mosche velenose.” (Nietzsche, Così parlò Zarathustra)

Intendere il «metodo del colloquio un vero e proprio atto medico», come sentenziato recentemente in Italia dalla suprema corte di cassazione, è un vero e proprio atto incomprensibile. Un «mostro culturale», appunto, cresciuto nell’ignoranza e da un’informazione falsa, da un’ideologia anti psicanalitica (ma che appartiene anche a una certa concezione psicanalitica) costruita ad uso del mercato della salute che ha fuorviato la comprensione sociale di una pratica intellettuale così unica nella cultura dell’Occidente.
In un sito internet si legge questa definizione di psicanalista: «Lo psicanalista è uno psicoterapeuta che si ispira alla psicanalisi di Freud e dei suoi successori». Questo tipo di definizione è il falso intellettuale, la definizione corrotta dalla ricerca dell’inserimento nel «mercato». A cui nel tempo se ne è aggiunta un’altra ancor più fuorviante e cioè che si possa avere il «desiderio» di diventare psicanalista, come se la psicanalisi fosse una Continua a leggere

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Recensione su Psicoart. Rivista online di arte e psicologia

Da Rosalba Maletta, Germanista Università di Milano
Recensione su Psicoart, Rivista diretta da Stefano Ferrari

Vi siete mai chiesti cosa accade al corpo che canta, dipinge, scrive, recita, crea? E perché balbettiamo, e perché a volte perdiamo la voce, e perché cerchiamo di stiparci la giornata di impegni che poi ci affliggiamo a onorare sperando alla fine di sentirci appagati e invece ci manca sempre e ancora qualcosa? A questo punto, non ancora saturi, per sovrammercato andiamo pure a vederci Avatar o qualsivoglia altra novità in 3D:

In effetti, l’immagine – il pieno che essa è – ha preso il posto dell’immaginazione, cioè di una facoltà che presuppone una partecipazione creativa del soggetto il quale, per esercitarla ha bisogno di spazio, di un buco, di una mancanza da poter simbolizzare. Il 3D, nella sua iperbole, è lo svelamento della verità di ogni immagine, cioè il troppo che può facilmente diventare. L’immagine che satura non stimola più l’immaginazione ma travolge il soggetto, provocando uno scivolamento dal piano immaginario alla Cosa. C’è arte quando questo troppo si stempera, quando la Cosa si fa un po’ più assente: solo se è allusa posso scrivere, dipingere, cantare […]. Il pieno seda e soddisfa la segreta voglia di Continua a leggere

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La musica segreta. Vivaldi e le fanciulle della Pietà

Antonio Vivaldi

Da Angela Peduto, psicoanalista a Bologna

A Venezia, nell’Ospedale della Pietà, in pieno barocco, un’orchestra femminile mette in musica le partiture che Antonio Vivaldi, sacerdote che non dice messa, violinista virtuoso e compositore destinato a diventare celebre, scrive per le musiciste. Sono bambine abbandonate alla nascita, che hanno ricevuto un’educazione musicale e sono divenute virtuose celebrate in tutta Europa. Esse hanno ricevuto solo un nome di battesimo, in seguito hanno preso il nome dello strumento che suonano o del registro della voce. È lo strumento, o la voce, che dà loro un’identità.

Il rapporto di Vivaldi con l’orchestra femminile della Pietà attraversa tutta la sua parabola esistenziale e creativa, dall’esordio a 25 anni fino a un anno prima della morte, avvenuta a Vienna in circostanze misteriose, ed è qualcosa che resterà un fatto unico nella storia della musica.
A partire da qui la psicoanalisi, ponendosi all’ascolto della musica, dipana il suo filo: congetture, suggestioni, la cui forma è suggerita dai dettagli biografici e dagli effetti che la Continua a leggere

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Murakami Haruki. Kafka sulla spiaggia. Tra Letteratura Musica Sogno

Da Mariangela Pierantozzi, psicoanalista Bologna

Avvicinarsi a Murakami  è come entrare in un sogno. I suoi romanzi creano spaesamento e pongono, alla mente del lettore, domande che vi si infiggono in modo indelebile. “Kafka sulla spiaggia”, considerato dal New York Times Books Review uno dei  romanzi più belli del 2005, procede, in un clima rarefatto che sorge da un intreccio compatto di note musicali e parole sospese. Il ragazzo Tamura Kafka lascia la casa del padre nel giorno del suo 15°compleanno per andare alla ricerca della madre e della sorella scomparse molti anni prima e di cui non ha alcun ricordo. Troverà rifugio in una biblioteca: tra quelle pareti riuscirà a “trovare” sua madre e sua sorella, riuscirà ad accedere alla affettività,  alla certezza di sé perdute con la loro scomparsa. In questo libro la biblioteca diviene non solo luogo di rifugio ma anche di metamorfosi. A  Continua a leggere

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Oblio del padre

Remembrance of my father, 1946 Eva Fischer

Da Manuela Fraire, psicoanalista a Roma

Padri profondi, teste inabitate
Che sotto il peso di tante palate,
Siete la terra, e ci intricate i passi,
l’irrefutabil verme, il vero tarlo,
Non rode voi dormienti sotto il marmo,
Vive di vita e requie non mi lascia.
(P.Valery)

“Mi inquieta la scomparsa del padre dall’orizzonte analitico. E’ indispensabile conservare il riferimento al padre e alla madre e  insisto sulla congiunzione e che talvolta è purtroppo talvolta rimpiazzata dalla congiunzione o.” (Chabert, 2004)

Sulla congiunzione e\o si gioca forse il “disordine” simbolico nel quale sono  immerse la famiglia e la società? E quale ordine si sta disorganizzando?
Miller  commentando il Lacan dei Complessi familiari scrive: Il sentimento di paternità è debitore ai postulati spirituali che hanno marcato il suo sviluppo.” (Miller,  2005)
Le istanze culturali dominano quelle naturali sicchè  la funzione paterna  non può che sfuggire  al “ controllo sensoriale” diretto e all’approccio percettivo. Questo dato basta,  sostiene Lacan, a fare della famiglia umana un’istituzione e non un dato naturale.
La famiglia, d’altra parte, “trasmette delle strutture di comportamento e di rappresentazione il cui funzionamento si estende oltre i limiti della coscienza”. In questa maniera la famiglia  stabilisce una continuità psichica tra le generazioni ma è lontana dall’essere la realizzazione della famiglia biologica anche se la famiglia nucleare dei nostri giorni nella sua riduzione numerica ai minimi termini- madre\padre\figlio- può ingannare sul suo fondamento. Continua a leggere

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