Consiglio di lettura in due minuti: J.G.Ballard

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Voce e psicoanalisi

Videointervista su voce e psicoanalisi

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Maria Callas, il film di Tom Volf

Ieri, grazie all’invito di una amica, sono riuscita a vedere il film-evento (in sala solo per tre giorni e oggi è l’ultimo) sulla Callas. Il film è una tessitura di documenti interessanti e dimostra come l’arte del montaggio, operando per tagli e legami, sia una vera lingua. Chi fa il montaggio opera un po’ come l’editor di un libro: per tagli che raccontano invece che privare.
Nel film di Tom Volf troviamo una Maria spessa e viva, gaia e profonda. E molto intelligente, che pensa e prende sul serio le domande dei giornalisti, che risponde con osservazioni acute e composte ma non rigide o altere. Molto consapevole, tra altre cose, di tutta la solitudine che c’è nel privilegio del successo. E del fatto che si possa essere forti ma anche desiderose di protezione (lasciò Meneghini perché non si sentiva più protetta da un uomo a cui il successo della moglie aveva dato alla testa). Ne hanno fatto una diva, ma il ritratto di Tom Volf a me ha comunicato anche quello di una solida ragazza greca coi piedi per terra. Ne vien fuori, infatti, anche una Maria gran lavoratrice, come diceva la sua insegnante: un’allieva esemplare, intelligente, ubbidiente, e che, giornalmente, lavorava moltissimo sulla sua voce. Meglio dirlo chiaro alle giovani allieve.
Un’artista molto consapevole anche della sua arte improvvisativa. Lo dice testualmente: se qualcuno viene due file di sera non ascolterà mai la stessa interpretazione. E’ un fatto, credo vivamente che lei riesca a rendere meno stereotipata l’opera che con lei diventa reinvenzione.
Come ho detto anche altrove, dal punto di vista dell’intenzione musicale, la Callas mi sembra la Holiday della lirica, come la Holiday, la Callas del jazz.
Il dipinto qui sotto è un mio piccolo omaggio a lei e anche al suo leggero strabismo di Venere che dona alle donne forti una lieve traccia di fragilità.

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Sirene: mostruosa seduzione

Intervista apparsa su F, magazine di Cairo Editore del 9 novembre 2015

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Perché la voce cura?

“La voce della madre e del padre: incontro tra musica e parola nel percorso di individuazione

Laura Pigozzi- Convegno La Musicoterapia Clinica, OspSan Carlo Mi. 26 nov 16

Al convegno di Musicoterapia Clinica, che si è tenuto all’Ospedale San Carlo di Milano, in questo mese di novembre, mi è stato chiesto un intervento di inquadramento sul significato della voce a partire dall’inizio, cioè dal valore strutturante delle voci familiari. Questo ci permetterà di cogliere un nesso tra il suono dell’origine e il valore trasformativo del suono.

Parleremo di “voci familiari”, pur senza dimenticare che nessuna voce è veramente familiare, nemmeno la propria. Ogni voce è bifronte: sappiamo che è la nostra, la riconosciamo, ma contemporaneamente reca in sé qualcosa di perturbante che ce la rende Continua a leggere

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L’inconscio è il sociale?

Dal blog “L’inconscio, è il sociale” della Casa della Cultura, a cura di Marisa Fiumanò:
La psicoanalisi può confondersi con la sociologia? Gli strumenti di lettura che Lacan ci ha lasciato per leggere il sociale sono spesso a rischio di contaminazione. Anche l’aforisma “L’inconscio, è il sociale” con cui ho chiamato questo blog, si presta all’accostamento tra sociologia e psicoanalisi. Tuttavia la psicoanalisi non è una sociologia perché è una scienza del singolo, del soggetto che costruisce il suo particolare discorso estraendo i significanti dalla lingua in cui è allevato e con cui dà corpo al suo mondo.

La lingua fa parte dell’indagine sociologica – nessun sociologo potrebbe occuparsi di una determinata cultura senza conoscerne la lingua- ma la sociologia non indaga sull’uso, inventivo e originale, che ciascun soggetto fa del linguaggio in cui è cresciuto. Un uso che egli non decide ma che s’inscrive in lui fin dalla nascita e, prima ancora, quando è nel ventre di sua madre.

Come psicoanalisti ci occupiamo del sociale ma non per questo facciamo sociologia, a Continua a leggere

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A proposito dell’indicibile

L’indicibile sembra essere, contemporaneamente, il nostro limite e la nostra risorsa. Rende ridicola l’arroganza delle nostre teorie, ma è anche è un nobile abitante del nostro corpo, del nostro inconscio, della nostra voce. Un irraggiungibile che raggiunge l’altro attraverso il gesto, anche vocale o ritmico.

Il corpo che si muove in seduta – quando per esempio inventa un movimento ritmico come nel caso di un bambino che batteva il tempo col piede -, ci dice che forse quel soggetto è alla ricerca di un radicamento possibile, di una terra di approdo, di un aggancio.

L’epifania del movimento ha luogo perché c’è un altro che l’ha attivata e che resta lì, col suo corpo, a far da testimone che accoglie quel lavoro inconscio del bambino.

Il movimento dei piedi – così come il nostro modo di camminare – rappresenta lo stile con cui ciascuno di noi ha elaborato un suo ancoraggio, il modo in cui ciascuno di noi interpreta il suo corpo nello spazio e il suo posto, anche fisico, da cui poter prendere la parola.

Non è raro vedere esseri umani che hanno quelli che chiamo “piedi volanti”: sembrano esseri sospesi, psichicamente fluttuanti come non fossero ancora nati o come anime in fuga pronte a spiccare il volo quando la relazione si fa troppo presente.

Nella emissione della voce, ad esempio, i piedi devono avere radici altrimenti non c’è sostegno del suono nonostante tutte le tecniche diaframmatiche che si possono mettere in atto.
Emettere la voce è, prima di tutto, un atto psichico.

Da molti anni lavoro sulla voce sia come luogo del canto (che anche insegno) che come Continua a leggere

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A proposito di Burkini

Nelle immagini di harem dipinte dagli artisti occidentali, Fatema Mernissi nota la “sconcertante assenza paura che si riscontra negli uomini dell’harem europeo” Un sultano che può tenere tante donne, spiega Mernissi, dà una prova di forza. “I mussulmani si descrivono come insicuri nei loro haremCaliffi furono avvelenati e soffocati dalle loro favoriteNegli harem musulmani gli uomini si aspettano dalle loro donne schiavizzate una feroce resistenza e la volontà di sabotare tutti i loro progetti di piacere“…Non è strano – scrive il califfo Harun – che l’intero pianeta mi obbedisca e che io obbedisca a queste tre signore, determinate a disobbedirmi?”

La formazione di Fatema Mernissi avvenne, appunto, in un harem, allevata dalla nonna Jasmina il cui insegnamento fondamentale era: “Devi concentrarti sugli stranieri che incontri e cercare di comprenderli. Più riesci a capire uno straniero, maggiore è la tua conoscenza di te stessa.

Tra ciò che vi è di perturbante per la coscienza occidentale posta di fronte alla cultura mussulmana, un posto d’attenzione merita la questione del velo.
Questo velo sulle donne disturba. Disturba forse le donne per le quali potrebbe Continua a leggere

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Julieta

Il film Julieta mi ha lasciata molto turbata. E’ il film di una persona tormentata. Un film irrisolto. Madre e figlia assai poco credibili nella dinamica psicologica che si crea. Tutto molto poco verosimile psicologicamente, e quindi poco

coinvolgente. L’unica cosa bella era il “ponthos”, il mare delle avventure, il mare di Ulisse. Qualcosa che nel film rimanda ad una sfera mitica, più ancora che mitologica. Mitica virilità, mitico eros, mitica passione, assoluta, che porta alla morte. Un eros visto e vissuto come colpevole, debordante, spaventoso. Un eros che consuma e uccide e non lascia spazio all’amore fraterno e agapico. Forse questa la cifra del film?

Donne e ragazze lontane da qualsiasi realtà emotiva. Una madre, Julieta, che forse piacerebbe molto a Laura Pigozzi, molto donna e poco chioccia. Eppure la relazione madre figlia si dispiega in un fallimento totale. Continua a leggere

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Aspettando Nadeau

Usciti da La Nouvelle Quinzaine Litteraire, storica rivista di cultura francese fondata da Maurice Nadeau, la maggior parte dei redattori e collaboratori – contrari alle nuove linee editoriali della proprietà – ha fondato nel gennaio 2016 la rivista En attendant Nadeau, Aspettando Nadeau
Fedeli alla loro storia comune intorno a  Maurice Nadeau, scomparso nel 2013, – alcuni hanno collaborato a La Quinzaine littéraire fin dal 1966–, e con il sostegno di Gilles Nadeau, suo figlio, i collaboratori hanno deciso di mantenere vivo il loro desiderio di comprendere il mondo e la società attraverso la recensione delle opere di letteratura e scienze umane. Hanno dunque lanciato un nuovo giornale elettronico En attendant Nadeau.

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