Lo sguardo e il desiderio nella pittura di Modica

Giuseppe Modica, La stanza dell’inquietudine (1990 – olio su tavola – 130x180)

Da Luigi Burzotta, psicanalista a Roma

“La prospettiva è il modo mediante il quale il pittore si mette nel quadro come soggetto” (JACQUES LACAN)

Devo precisare che queste mie note sulla pittura di Giuseppe Modica si collocano fuori campo, perché vengono da un discorso esterno, quello psicanalitico, che qui non vuole invadere quello artistico, né tanto meno, come ingenuamente si dice, “psicanalizzare” l’autore attraverso l’opera.

Più semplicemente, per non dire con umiltà, queste note mirano a evidenziare la struttura.

Non si può parlare di struttura senza mettere in gioco i registri, che Jacques Lacan ha distinto, di Reale, Simbolico e Immaginario; che, semplificando, possiamo qui definire, partendo dall’ultimo: la funzione speculare (I), l’universo dei significanti che sorregge la parola (S) e quel limite dell’impossibile che per l’uomo marca l’accesso al Reale (R).

Paradossalmente la presenza dello specchio, nei quadri di Modica sospende la proprietà speculare della pittura. Proprietà che essa ha in comune con qualsiasi altra immagine, giacché noi ci specchiamo dappertutto e non solo nelle superfici propriamente riflettenti. Ci contempliamo nelle immagini, partendo da quella del nostro simile più prossimo, che si accordano all’immagine, ideale ma illusoria, che custodiamo di noi stessi.

Pur funzionando per se stesso da specchio, il quadro, se riuscito, funziona da trappola per lo sguardo.

L’espressione “trappola per lo sguardo” è da rivoltare: nel senso che la funzione dello sguardo propriamente non sta dalla parte di chi vede, di qua dal quadro, ma come in agguato in un posto occulto nel quadro. Ciò che dal pittore mi è dato da vedere è l’esca che avvolge e occulta lo sguardo nel quadro.

Perché il quadro sia guardante, la condizione è che il pittore non si perda egli stesso nell’immagine che dipinge, ma che se ne scinda.

Nell’arte di Modica la scissione è prodotta da ciò che egli chiama “filtro della memoria” e che di preferenza assume la forma di uno specchio dal fondo ossidato.

Di preferenza perché altre volte questa funzione straniante è svolta semplicemente, o anche, dalla presenza di un elemento incongruo nella composizione: dico stonato quanto al senso, ma in tale sintonia con gli altri elementi pittorici da apparire talvolta come evocato dalla stessa sintassi compositiva.

Modica rende sensibile che c’è sempre qualcosa che manca dietro l’immagine. Mancanza rivelata da un punto di opacità e comunque da tutto ciò che nell’immagine fa macchia, come un neo di bellezza nel volto di una donna.

L’insistenza della macchia, nei quadri di Modica, indicando che c’è un punto negato nel campo della visione, la mancanza di una sua parte, rinvia a una mancanza più radicale propria dell’uomo, quella inerente alla strutturazione soggettiva.

È la faglia che inaugura l’avvento del soggetto nell’universo simbolico; accesso cui l’uomo è chiamato ma irrimediabilmente separato da una sua parte.

Come dire che in questo luogo Altro, in cui non ci si è potuti esimere di entrare, che è il luogo della parola, c’è un buco incolmabile: niente per significarci il nostro essere.

Il mito della bella forma, è fatto per parare a questo buco. Se il luogo dell’Altro è uno specchio, che mi riflette in modo incompleto, tuttavia esso lascia cadere quel resto irriducibile da cui si origina il desiderio.

Di tale vicenda che apre la via al desiderio, sono metafora gli specchi, a mio vedere, nella produzione di Modica.

L’inserzione della sua pittura, nel desiderio, può spiegare quel particolare struggimento che sospende, a tratti, in chi la fruisce, l’incanto dato dall’immagine e lo trasmuta in sottile, impalpabile inquietudine.

In effetti, la sospensione, distogliendo dal compiacimento contemplativo, obbliga a una lettura sincopata dell’opera e ne rivela l’intima pulsazione temporale.

Propriamente è la logica della mancanza a innescare un rapporto, giocato sull’antecedenza, tra ciò che non è dato da vedere e il punto opaco o macchia. Così ciò che non è dato da vedere genera, a posteriori, un’aspettazione riguardo a ciò che non si vede, si sarebbe forse potuto, ma non è più dato vedere.

Ancora un po’ e avrebbe potuto vedersi: è la declinazione temporale dell’incompletezza, nel campo della visione, con la mancanza a essere costitutiva dell’uomo.

Con i suoi azzurri stemperati in una luce di sogno, il pittore evoca, è vero, il miraggio di un’impossibile completezza, la nostalgia di un mondo dove nulla è perduto; ma al tempo stesso il nostro occhio, seguendo il tracciato rigoroso di un’obliqua prospettiva, rimane preda di una zona di opacità, dove il colore è come corroso dal degrado dello specchio.

Il punto in cui l’occhio perde il suo potere, è quello stesso da cui il quadro mi guarda, rinviandomi alla mia realtà di essere diviso, e m’interroga sul mio desiderio.

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