Voci senza corpo. Orfeo

Da Laura Pigozzi, curatrice del sito

Ci sono voci che, pur non apparendo disumane come automi, nondimeno sono astratte, rarefatte: voci che suonano, ad esempio, troppo alte e sottili, senza corpo e senza bassi. L’iniziale rapimento con cui si ascoltano lascia quasi subito il posto ad una sorta di stanchezza dell’udito, costretto a fissarsi senza posa su acuti appesi al nulla, che mai atterrano, senza un radicamento. Queste voci eteree, che imperversano nelle banali melodie new age per via della facile allusione al cielo e all’incorporeo, mancano di appoggio: sono pizzi, merletti evanescenti come nuvole e perciò, in breve tempo, risultano stucchevoli e artificiose. Inoltre, tale modo di usare la voce che alcune cantanti adottano, se pur tecnicamente sbagliato, può addirittura essere favorito da direttori di coro senza scrupoli – o ignari di una buona igiene vocale – per le parti sopranili più leggere. Queste voci sono sfruttate senza alcuna cura verso le loro risonanze medie e basse che dovrebbero, al contrario, venire  incoraggiate e sostenute, anche a beneficio degli stessi alti.

L’aspetto più inquietante di tali voci svuotate è che in esse c’è una denegazione del corpo: non si può dire, allora, né che siano voci sublimi – il sublime è corpo senza velo – né tanto meno che siano il risultato di una sublimazione, la quale mette al centro il corpo pur velandolo. Senza corpo non si canta. In queste voci idealizzate c’è invece, eccessiva distanza dalla Cosa che non è semplicemente velata, ma viene occultata da un drappo troppo pesante che ne nega l’esistenza.

Lontane dal centro incandescente dell’arte, dunque, queste voci sono inanimate, di pura rappresentanza:

“Ogni voce che sa d’essere ascoltata dal re acquista uno smalto freddo, una vitrea compiacenza.”[2]

Se una voce cerca di essere all’altezza del re, manca il suo destino d’espressione: siamo nel campo dell’idealizzazione, dove la vita si disanima e la temperatura scende. Nell’idealizzazione fa freddo.

L’amore idealizzato è gelido, “a modo”, privo della carica vitale e di quella quota d’odio necessaria. Per sottolineare la complessità dell’amore Lacan parlava infatti di hainamoration mettendone in luce l’inevitabile componente d’odio (haine). Nell’idealizzazione l’odio c’è ma resta congelato sotto la maschera. La normale ambivalenza della passione è assente. Tutto è perfetto. Senza corpo, senza eros.

Nella mitologia c’è un personaggio che è l’emblema del canto e dell’amore senza corpo: egli è Orfeo, l’uomo che canta con la sola testa. La lettura che propongo di Orfeo si discosta un po’ da quella tradizionale che lo vede come il simbolo della magia canto, ma ci svela qualche cosa che è, per chiunque canti, una tentazione e cioè quella di un ideale di purezza. Daremo, dunque, una lettura del canto di Orfeo come puramente apollineo, che ha reciso il legame con il dionisiaco che è in ogni voce. La sua storia ci viene raccontata da Virgilio e da Ovidio: Orfeo muore per mano delle donne, precisamente delle Menadi che lo decapitano e lo sbranano. La sua testa, spiccata dal corpo, finisce nel fiume Ebro e… continua a cantare.

“Si continua a sentire la voce e la musica di Orfeo fino a quando la testa arriva all’isola di Lesbo dove gli viene data sepoltura. Lì a Lesbo, si racconta che, in alcune notti, si sentivano ancora le note della sua voce e del suo strumento uscire dalla tomba.” [3]

Orfeo, allora, canta senza corpo. La lira, il suo strumento, era già il simbolo di un godimento freddo[4], apollineo che avrebbe dovuto essere temperato dal dionisiaco della voce. Invece, in lui anche la voce è senza corpo: il canto di Orfeo è intellettualizzato, tutto di testa, sembra non aver bisogno della carne. Non c’è da stupirsi se le Menadi lo uccidono: per loro Orfeo ha offeso il genere femminile e non solo perché, dopo la perdita di Euridice, non ha più voluto altre donne scegliendo, al loro posto, giovanetti[5], ma soprattutto perché, voltandosi a guardare la moglie Euridice, ne ha decretato la morte. La storia è nota: Orfeo è colui al quale fu concesso il privilegio di discendere nell’Ade e di poter tornare su, alla luce e alla vita, conducendo con sé la moglie Euridice ma a patto di non voltarsi a guardarla nel cammino di ritorno. Orfeo, invece, si volta, la guarda e così la perde una seconda volta.

Alcuni commentatori sostengono che Orfeo si volta di proposito per non smarrire l’ispirazione: per poter creare, aveva necessità che la donna fosse morta.

Pavese nel racconto L’inconsolabile fa dire ad Orfeo:”Quando mi giunse il primo barlume di cielo, trasalii come un ragazzo, felice e incredulo, trasalii per me solo, per il mondo dei vivi. La stagione che avevo cercato era là in quel barlume. Non m’importò nulla di lei che mi seguiva. Il mio passato fu il chiarore, fu il canto e il mattino. E mi voltai…..Io cercavo, piangendo, non più lei ma me stesso..”

Anche per Pavese, dunque , Orfeo si volta apposta, perché la donna gli avrebbe fatto perdere se stesso, il suo destino: ”Il mio destino non tradisce. [voltandomi] o cercato me stesso. Non si cerca che questo.”

Nel dialogo con la baccante Orfeo confessa di non volerne sapere della morte e la baccante gli risponde: “Bacca: Qui noi siamo più semplici, Orfeo. Qui crediamo all’amore e alla morte, e piangiamo e ridiamo con tutti. Le nostre feste più gioiose sono quelle dove scorre del sangue. Noi, le donne di Tracia, non le temiamo queste cose.

La baccante sta parlando di qualcosa che somiglia al godimento Altro, sconosciuto ad un uomo intellettualizzante come Orfeo, un godimento, quello femminile che, come abbiamo visto, non rigetta la morte, non volge il capo altrove, non la ricaccia indietro, ma che vi ha consuetudine, così come ne ha per la vita.

Invece Orfeo voleva ricordare Euridice solo come parte viva e non come impasto che ogni mortale è di vita e morte. Salendo dall’Ade, Orfeo non tollerava la quota di morte che Euridice si portava dentro: “…quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi “Sia finita” e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolìo, come d’un topo che si salva.”

L’Euridice di prima era stata da Orfeo idealizzata, secondo un paradigma che abbiamo visto funzionare nel maschile dell’amore cortese, idealizzante. Probabilmente una donna viva gli avrebbe fatto perdere la forza creativa: Orfeo si rifiuta di rinnovare il confronto con l’alterità, rappresentata dal femminile.

Nel film Orfeo, Jean Cocteau mette in scena un uomo diviso tra moglie Euridice e la Principessa Morte. La prima è incinta, metafora della creazione che implica il corpo; l’altra, rappresentando l’ideale e la sua maschera mortifera, ammalia Orfeo con versi eterei. Cocteau prevede un lieto fine, Orfeo torna da Euridice, dalla donna di carne e di vita. Nel mito, però, le cose vanno diversamente: solo da morta Euridice può ispirare. Ed è, ancora una volta, la situazione che abbiamo visto funzionare tra i poeti cortesi i quali si assicuravano l’irraggiungibilità della donna amata – in un certo modo decretavano la morte della donna desiderante -  per mantenere la fonte del respiro lirico.

Una tale mortificazione del femminile non poteva che offendere le Menadi, simbolo del corpo femminile còlto nella sua esultanza dionisiaca, le quali con la decollazione, gli separano la testa canterina dal suo inutile corpo. L’idealizzazione di cui Orfeo è portavoce mortifica il godimento Altro: egli non vuole aver nulla a che fare con l’abisso escludendosi, così, dalla fucina vera e propria dell’arte. In questo modo egli spegne la creatività che, abbiamo visto, è, invece, legata – anche per un uomo – al godimento Altro. Mortificando la creazione, che ha bisogno del corpo e della materia sonora, Orfeo intellettualizza la sua produzione: idealizza invece di sublimare.

Se la donna e il suo godimento sono sentiti come disturbanti, siamo di fronte non alla anamorfosi della Cosa ma alla sua denegazione, al non volerne sapere del corpo. La tensione è idealizzante e implica una impossibilità al rapporto col godimento Altro e con la logica dell’abisso, competenza che esso richiede.

Idealizzare è un modo per non realizzare.

Questa situazione è più tipica tra il lato maschile dell’essere e ha una sua attualità nella anestesia del desiderio che attraversa le  molte “coppie bianche”, in cui gli uomini non riescono ad avere un rapporto sereno con il corpo della partner. Le mogli in carne ed ossa sono rese Dame Bianche da un uomo che  quando ama bandisce l’eros e quando erotizza rifugge l’amore: purtroppo queste donne possono anche sentirsi amate e rispettate dal processo di beatificazione che il compagno fa loro subire, scambiando per amore una venerazione che, invece, non vuole sapere nulla del corpo femminile. L’idealizzazione è una sorta di perversione bianca, un’anestesia non ancora pienamente riconosciuta nei suoi effetti devastanti a causa della sua apparenza nobile ed elevata.

(estratto da Laura Pigozzi, Voci Smarrite. Arte e legame sociale al tempo delle anestesie, et al./ Edizioni, Milano, 2013)

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[2] I. Calvino, Un re in ascolto, op.cit.

[3] Sulla morte di Orfeo si consiglia l’ascolto della bella trasmissione di Eva Cantarella La morte di Orfeo, del 16.10.07, scaricabile in podcast al sito: http://www.feltrinellieditore.it/PodcastAutori?id_autore=168823

[4] vedi anche V.Mathieu, La voce, la musica, il demoniaco, Spirali, 1983, Milano p.10

[5] Orfeo viene presentato da Ovidio come l’”inventore” della pederastia

[7] idem. Nella versione di Ovidio e Poliziano Orfeo, dopo la morte di Euridice, si diede alla pederastia, a evitare l’alterità.


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Una risposta a Voci senza corpo. Orfeo

  1. federico scrive:

    Ho letto tempo fa questo commento e l’ho fatto “mio”… (ma) oggi ho avuto un’intuizione; in realtà il mito racchiude una “contro-proiezione”… le donne lo fanno a pezzi perché, si narra, i loro maschi sono appunto sedotti/imbambolati dal canto astratto di Orfeo… (ma) il punto è che all’atto di farlo a pezzi, rimuovono il loro stesso Orfeo interiore, lo allontanano da sé nel mare, cioè nella natura sub/conscia; in una misura, se Euridice rimane all’inferno è perché le donne (sulla terra) che lei rappresenta, nella logica interna del mito, sono essere stesse “infernali”, cioè morse dalla serpe, avvelenate nella carne… La condizio affinché Eurifice riuscisse a tornare sulla terra, sarebbe quella di una “orficizzazione” delle femmine… probabilmente a quel punto potrebbe esistere, nel canto corale, l’eventualità di “fare all’amore”, mentre a quelle condizione, si rimane nell’infernale (macabro, mortale, sotterraneo) intreccio delle carni… per quello sono “fatte a pezzi”, sintomo della schizofrenia (o dello schizoide) dove i pezzi separati, dello spirito, sottrangono l’integrità all’incontro tra gli amanti…

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