Il film di Moretti: Mia Madre, o dell’anestesia

È difficile parlare dopo questo film.  È un film che lascia muti, senza voce, senza parole e non per la commozione che genera, ma per il deserto affettivo che investe lo spettatore. È un film che lascia desolati come desolata è la storia che racconta. E’ un film sulla estraneità.
Non commuove, almeno non nel senso usuale.
So che questa recensione è contro corrente rispetto al coro degli osannatori che da anni aspettavano un nuovo film di Moretti. Tra i quali c’ero anche io.
Moretti, ha dichiarato, indaga la morte della propria madre attraverso il film e lo spettatore è quasi messo nella posizione dello psicanalista che ascolta una storia gelida e da un certo gelo può sentirsi investito. La storia di una anestesia che anestetizza. Vediamola.
I protagonisti del film - il figlio, la figlia, la madre – sono cordiali tra loro, hanno relazioni che sembrano affettuose ma sono solo garbate, in realtà non si incontrano mai. Sono intimamente estranei uno all’altro. Nessuno incrocia veramente nessuno, né ci s’incontra, né ci si scontra. L’universo emotivo è fermo.
Anche il pessimo carattere della regista, la Buy, cioè la figlia nel film, non è vivo: è un pessimo carattere senza passione, bloccato.
La madre del film ha una posa cordiale e anche sorridente, non è l’icona classica della madre fredda e distante, ma è comunque affettivamente lontana, sempre “altrove” e non nel senso di essere demente. Tra parentesi, forse la cifra della sofferenza per il genitore demente è proprio nel fatto che in questa malattia si svela che il genitore ha un “altrove” da cui il figlio è escluso. Ma non è questa la storia del film.
Qui la madre è altrove perché altrove è sempre stata: il suo mondo è stato la scuola o meglio i suoi amatissimi allievi che ancora la vanno a trovare.
La madre è altrove perché sogna – forse si tratta di un sogno a occhi aperti – di passeggiare la notte sotto la luna con la dottoressa che l’ha in cura nei giardini dell’ospedale, e lo racconta alla figlia. E’ altrove perché non vuole stare coi figli – che hanno ottenuto, senza consultarla, il permesso di portarla a casa – ma vuole aspettare il lunedì quando tornerà quell’infermiera tanto simpatica. Non è una madre svanita, né un po’ fuori di testa: il latino lo ricorda benissimo nelle sequenze in cui lo insegna alla nipote.
E’ un film sulla perdita di una madre che era già persa prima, non precisamente allo stesso modo in cui lo è per tutti, ma con la assolutezza della sua estraneità. La vita della madre, forse intensa ma altrove, rende la distanza assolutamente esplicita, soprattutto quando ella cerca, sempre con garbo naturalmente, la cura degli estranei con cui pare essere più a suo agio che con i figli.
Una madre che, come abbiamo detto, ricorda bene il latino, la sua materia, ma che non ricorda che la figlia, a 7 anni, era sparita tra la disperazione di tutti, soprattutto del padre, almeno stando al racconto di un amico di famiglia giunto in visita in ospedale. Quando l’amico affettuoso esce dalla stanza, la madre dice di lui, rivolgendosi alla figlia: “come è noioso…è sempre stato noioso…questi suoi raccontini noiosi”. L’affetto è noioso.  E a essere definito “noioso” era, appunto, l’aneddoto sulla sparizione della figlia che l’uomo aveva appena finito di raccontare. In effetti, la sparizione nel nulla, l’afanisi, il fading,  sembrano la cifra della relazione tra i membri di questa famiglia. Una famiglia che, anche qui come in quasi tutto il nuovo cinema, è senza padre se non per quel piccolo accenno d’affetto (forse anche il padre era giudicato per questo un noioso?) presente nel racconto dell’amico di famiglia. Un padre anch’esso nullificato in un’allusione di cui nessuno tiene conto, nemmeno la figlia.
Solo alla morte della madre, i figli sembrano rendersi conto del suo forte legame con gli allievi che ancora andavano a trovarla, a chiederle un consiglio, a bere un caffé e fare quattro chiacchiere, tutte cose che generalmente si fanno coi figli grandi. L’attenzione della madre era rivolta a loro, ai suoi allievi che lei ascoltava con partecipazione e alla nipote cui insegna il latino (che per questo si situa, simbolicamente, nella schiera degli allievi).
Il figlio (Nanni Moretti) lascia il suo lavoro di ingegnere per dedicarsi alla madre morente, una scelta che nessun figlio dovrebbe mai sentirsi di dover fare. La figlia invece, come la madre, è immersa nel suo lavoro, ossia la regia di un film che appare retorico e inutile. Una donna temuta sul set e amata a vuoto dal compagno e che non ha raggiunto, come la madre almeno ha fatto, neppure l’obbiettivo minimo di avere dei collaboratori prossimi. Ecco, forse è un film sulla mancanza del prossimo.
In tutti sensi: forse anche nel senso – come Moretti fa dire a Turturro (interpretazione magnifica) – che non ci sarà un prossimo film. In fondo, lo speriamo, e lo dice una che i suoi film li ha amati.
E’ un film che ti fa “sentire” il deserto del narcisismo. Non è un film “sul” narcisismo ma un film la cui tonalità ANaffettiva è il narcisismo. L’anestesia è dichiarata fin dalla prima scena del film: Margherita Buy, regista nel film e alter ego dello stesso Moretti, dice a un cameraman che riprende troppo da vicino la scena di uno scontro tra polizia e manifestanti: “ Non voglio che gli spettatori si sentano male e si girino dall’altra parte”.
Ecco, non ci siamo sentiti male, non ci siamo girati dall’altra parte, ma abbiamo pianto il vuoto di senso e di sentimento messo magistralmente in scena.
Laura Pigozzi

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Una risposta a Il film di Moretti: Mia Madre, o dell’anestesia

  1. Laura rossato scrive:

    Il gelo mascherato da garbatezza. Solitudini nascoste anche a sè stessi, ma frutto anche di “cattiva educazione”. La vicinanza è un linguaggio sconosciuto, di cui addirittura si ignora l’esistenza. Tutto resta su un piano razionale, controllabile. La pancia trova spazio solo dove è “legittimata” da un contesto socialmente corretto: la passione nel lavoro, nell’insegnamento del latino. Una società congelata e senza genitori.

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