Aforismi in controtempo

La nobile tradizione degli aforismi è quella di Nietzsche, Benjamin e Wittgenstein per citarne solo alcuni rappresentanti, filosofi che si situano alle soglie della poesia. Presentare un libro di aforismi, come è quello di Cesare Viviani, Non date le parole ai porci, edito da Il Melangolo, non è semplice perché la forma aforistica permette una grande ricchezza di temi, e perché l’aforisma, seppur diverso dal frammento, condivide con questo – diciamolo subito così introduciamo un tema importante del libro –  la questione della perdita già dentro la scrittura. Nel caso della tradizione greca, del frammento di Eraclito o Parmenide si é perso materialmente qualcosa che non ci é pervenuto. Qui l’autore ha lavorato dentro la perdita, nella spoliazione della sua scrittura che prevede anche una rinuncia ad alcune parole, tra cui quelle paroline tanto amate dall’epoca, parole di moda, “frasario da repertorio” dice Viviani,  come ad esempio la parola  Valoriale -abusata in alcuni ambienti culturali-che ha uno specifico aforisma dedicato. Si rinuncia per amore; nel senso che per amore si rinuncia al Tutto. Cioè, solo accettando la parzialità – che è propria della vita -le parole possono diventare…appunto, perle.

“Il primo rispetto che si deve avere è per le parole. Pronunciarle con discrezione, con premura, con cura, mai come strumenti nelle nostre mani, mai con disinvoltura o indifferenza, mai come un frasario da repertorio, mai per riempire i silenzi, mai con padronanza. Se non si ha rispetto per le parole, non si ha rispetto per nessuno”, scrive Viviani.
Avere cura delle parole, usarle senza sentirsene padroni è un esercizio di misura. La misura è il luogo che, anche in musica, che rappresenta il limite, la scansione, ma anche ciò che permette di creare. E’ allora che il sacrificio degli eccessi superbi si può rivelare come una epifania.

Il filo rosso che pare cucire i pensieri e le esperienze della vita qui raccontate è… l’incapacità umana alla vita. Leggendo questo libro mi è venuta alla mente una frase di  Sant’Agostino: “La vita mortalis, dice, è vita inscritta nella morte. La vita terrestre é una mors vitalis. La vita non può disporre di se stessa. La vita aspira a qualcosa di cui, essendo determinata dalla morte, non può disporre in via di principio eppure vi aspira come a qualcosa di cui potrebbe disporre.”
Incapacità umana di stare nella inconciliabilità di presenza/assenza, di non voler sapere che la vita è pieno e vuoto. Vogliamo presenza e pieno, un seno sempre pronto su cui contare, qualunque forma esso assuma e oggi questo pieno s’incarna in parecchie forme. Ma il pieno seda e soddisfa una segreta voglia d’ipnosi.  ”Presenza/assenza: questa coppia indissolubile di inseparabili: presenza e assenza che non si escludono, ma stanno (vanno) sempre insieme. Forse è questa coppia, e non il tempo, il fondamento di ogni cellula e di ogni attimo di vita.”
Le strategie che l’uomo mette in scena per non volerne sapere di questo chiaroscuro che la vita, sono moltissime: quelle più grossolane, come la guerra (con la violenza si pensa di tenere a bada l’angoscia che l’altro, diverso da noi, fa sorgere in noi), o strategie più raffinate, quelle del pensiero: per esempio una delle strategie antipanico, tese a bloccare l’angoscia è lo spirito di sistema. Ad esempio l’hegelismo e tutti i suoi epigoni, secondo Pasolini. Il passo – forte – è il seguente: “la prassi marxista e quella della pragmatica borghese nascono da una comune matrice: Hegel. Io sono contro Hegel. Tesi? Antitesi? Sintesi? Mi sembra troppo comodo. La mia dialettica non più ternaria ma binaria. Ci Sono solo opposizioni. Inconciliabili. Quindi niente sol dell’avvenire, niente mondo migliore. Al diavolo i figli!”

Ecco poter stare nella inconciliabilità di tesi e antitesi è un compito difficile. Dell’assenza e del vuoto non se ne vuole sapere. Dell’imperfezione neppure. E così neppure della debolezza. Vorrei usare ancora una metafora musicale per dirvi come ho sentito il libro di Cesare, nel leggerlo: lo sentivo come una musica in controtempo. Il controtempo è quando un suono si prende lo spazio cosiddetto debole della battuta: le battute non sono fatte solo di tempi forti e i suoni sui tempi deboli creano un contrasto ritmico con gli altri suoni. Il tempo debole è il luogo per l’invenzione di un rubato, di una improvvisazione e di un controcanto.  Il controtempo, il tempo debole contiene in sé un limite che è una forza: di Chet Baker si diceva che poteva usare due note laddove altri ne avrebbero piazzate dieci.

E’ un libro in levare, tempo debole in musica.  C’è arte quando la presenza è sfumata, è allusa: Pascal Quignard dice che “il linguaggio è la voce della cosa assente” . Solo se si allude si può scrivere, dipingere, suonare. Nell’arte, come nella vita, si lavora il perdita. L’arte è in levare. “L’arte,-dice Viviani- è discontinuità, dice Cesare, è frattura dei significati abituali del sentire e del pensare.”

E’ un libro imperfetto, perché è l’imperfezione che fa arte.  La perfezione è parente della paralisi, della freddezza, dell’impassibilità: nella perfezione non c’è arte, il pathos è congelato. Nel fare arte, nell’amare, e in ogni progetto personale ci si deve “sporcare le mani” con l’ imperfezione.  “La bellezza è un grande inganno, dice Viviani, perché suscita una promessa che non può essere mantenuta.”

E’ un libro controtempo anche nel senso che è un libro inattuale, alla maniera di Nietzsche, cioè attualissimo: dice cose che altri non dicono in un’epoca il cui il confort è il bene supremo. E’ un libro inconfortevole e sovversivo al modo di Lacan: sovversivo e non rivoluzionario, perché Lacan pensava che la rivoluzione, come in astronomia, ritorna all’identico, mentre nella sovversione il soggetto “passa sotto”.

Nel controtempo, il moto contrario del suono provoca una scintilla, proprio come in questo libro che è pieno di pensieri scomodi, in controtempo, in controtendenza, che fanno attrito.

Keats dice che “la creazione artistica è la coscienza del contrasto. Cosa necessaria alla poesia e  -aggiunge ironicamente –  grande nemica della guarigione del mio stomaco.” Anche qui, c’è la tolleranza – sofferta – per l’inconciliabile.

Un libro di aforismi è un libro di “scoperte sparse” ma che hanno un loro disegno, che danno origine a un vedere, fuori dallo spirito di sistema. In questo senso, un libro di aforismi è la cosa più vicina al lavoro psicanalitico nel momento in cui trova un legame, un nesso tra esperienze anche lontane nello spazio, nel tempo, nei contesti. In un importante passo Freud dice parlando del lavoro analitico: “ …si rinuncia alle convinzioni per non trascurare, sotto il loro peso, nuovi e inattesi fattori; e alla fine la fatica viene ripagata, le scoperte sparse trovano un loro luogo d’incastro, si acquista la visione di un settore dell’accadere psichico…si lavora come l’artista sul modello d’argilla, modificandone instancabilmente l’abbozzo grezzo…” Cioè, l’artista e lo psicanalista lavorano sui frammenti sparsi del paziente che a un certo momento “si tengono” – come direbbe Lacan. O, come dice Viviani, “L’attenzione dello psicanalista apre continuamente la presenza all’assenza”. Il frammento, come il lavoro d’analisi è qualcosa che sta in equilibrio, a metà strada tra l’abisso e il suo bordo, tra  senso e non-senso. Il frammento è qualcosa della psiche, perché anche la psiche lavora per frammenti: che altro sono i lapsus, i sogni, gli atti mancati?

Ma, soprattutto non poteva che essere frammentario un libro che parla della preziosa esperienza del limite, della mancanza, del non pieno, del non-tutto, del finito. “La peggiore invenzione umana è stata l’infinito. Gli uomini avrebbero dovuto limitarsi al finito.” La forma-aforisma, il frammento, ma è limitato ma aperto, allude all’infinito ma non lo sposa, non lo brama. Sta sul limite. E il “limite è dentro la realtà, interno alla cosa”, dice Viviani
L’aforisma che dà il titolo al libro, dice: “Non date le parole ai porci. Perché i porci ne fanno un pastone per riempirsi l’addome. Usano le parole solo come strumenti utili ai propri interessi. Non sopportano il minimo vuoto: lo riempiono con le parole. Parole seduttive o aggressive, mezzo di potere sugli altri, i porci usano le parole solo all’interno delle relazioni personali e sono sempre finalizzate: non riescono a concepire le parole al di fuori delle relazioni e degli obiettivi da raggiungere»
Chi sono oggi i porci? Ma soprattutto, perché a volte diamo le parole ai porci? Perché queste parole non vadano ai porci, leggiamo e diffondiamo questo libro…tra umani.

Laura Pigozzi
Libreria Odradek, Milano – 8 maggio 2015

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