Youth o della gioventù muta

L’ultimo film di Paolo Sorrentino è film sulla vecchiaia loquace o sulla giovinezza muta? O su entrambe? Qui sono i vecchi che parlano, i giovani massaggiano, usano il corpo, motivano le loro scelte con la pulsionalità irriflessa della carne. Da una parte la parola, dall’altra il corpo, ma anche il corpo é parola e non sempre la parola è vuota, come mostra Miss Universo che, con competenza, fa un rilievo sulla frustrazione. I giovani del film forse sono rappresentati dalla massaggiatrice, apprezzata e ineffabile, che dice di non aver nulla da dire, che è tutta contatto e movimento. Fin qui nulla di nuovo, parrebbe.

Protagonisti due vecchi amici, vecchi amici in tutti i sensi: interpretati da Michael Caine e Harvey Keitel, i due uomini si frequentano da 60 anni e sono anche consuoceri, visto che la figlia del primo – una quarantenne triste e irrealizzata, che fa da assistente al padre – si è sposata, per essere poi lasciata, dal figlio superficiale del secondo che incarna l’epidermico quanto attuale scivolamento dell’eros a pornografia. Michael Caine è un direttore d’orchesta in pensione e Harvey Keitel un regista al tramonto. Per inciso, a Cannes i film italiani che mettono in scena i registi – in una autoreferenzialità del cinema un po’ pesante – cominciano a essere un po’ troppi. E’ proprio necessario fare cinema parlando sempre di cinema?
Il film è costruito intorno alle chiacchierate peroipatetiche dei due amici riprese mentre passeggiano per le montagne svizzere: forse una allusione a Thomas Mann, anche se di ben altro tenore erano i pensieri che si scambiavano, sui sentieri di Davos, i protagonisti de La montagna incantata.
La cifra di questa amicizia è il non si dirsi la verità (“noi ci diciamo solo le cose belle”), nemmeno sulla ragazza amata da entrambi in gioventù, ma in qualche modo dicono brandelli di verità che passano sintetizzati in battute folgoranti, come “La leggerezza è una perversione” riferita alle scivolate commercial-popolari che uomini d’ingegno e cultura si sono trovati a fare ad un certo momento della vita e che li ha resi famosi ma riconosciuti per strada solo per quel momento di leggerezza. “Gli intellettuali non hanno gusto” è un’altra delle battute di un film che cerca – esso stesso -una impossibile quadra tra un livello alto e uno più ordinario.

Quando smettono di dirsi cose belle, arrivano quelle brutte che sono insopportabili perché senza filtri e sono incarnate dal personaggio interpretato da Jane Fonda, vecchia e geniale attrice da strada e incolta, come la definisce il suo vecchio amico regista e che si fa mettere sotto scacco proprio da lei, presente in un’unica lunga scena del film, che arriva nell’albergo svizzero solo per dire in faccia al vecchio amico che non farà più la protagonista del suo film perché lui è finito e lei guadagna immensamente di più in una serie tv americana dove interpreta una vecchia alcolizzata. La dismisura comincia a riguardare anche la vecchiaia? Non possiamo più contare neppure sui vecchi per una tenuta simbolica, per un’etica, per un progetto con un orizzonte?

I vecchi parlano e sentenziano: “Le emozioni sono sopravvalutate” oppure: “I figli sono un impegno enorme per un risultato modesto”. E’ un film sulla desolazione della “gioventù”, una categoria che si è molto dilatata, arrivando fino ai quaranta. La figlia di mezza età del direttore d’orchestra, come una bambina non cresciuta confessa al suocero regista: “sai, ieri sera papà pensava dormissi e mi ha accarezzato sulla guancia”. L’uomo risponde come se la donna fosse piccola: “I genitori sanno sempre quando i figli fingono di dormire”.
Il film è un susseguirsi di camei, ben costruiti e azzeccati.
Uno sprazzo di speranza sembra essere riposto nelle generazioni imberbi. Una ragazzina si rivolge all’attore holliwoodiano – ospite dell’hotel che si duole di essere noto solo per la parte di un robot mentre tutti dimenticano i suoi film più incisivi e colti – e gli dice che lei, la ragazzina, lo ha particolarmemte apprezzato in un film in cui lui interpretava un padre che non vede da anni il figlio dodicenne e che incontra per caso in un negozio. La cosa che ha colpito la ragazzina è che, alla interrogazione del figlio sulla sua assenza, il padre risponde: “non pensavo di essere all’altezza di fare il padre”. Allora la ragazzina così commenta: “in quel momento ho capito una cosa importante e cioè che alla fine nessuno si sente mai all’altezza di ciò che deve fare, quindi tutto va bene, possiamo essere tutti più tranquilli.”

Laura Pigozzi

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