La bellezza in che senso? Perché l’arte contemporanea fa arrabbiare?

Tento di dire, anche polemicamente, qualcosa sulle opere d’arte e in particolare quelle dei nostri tempi. Distinguo le prove dall’opera finita. Mi domando: perché la risposta del pubblico a tanta arte contemporanea è indifferente o ostile? Perché l’arte non dovrebbe anche far nascere sentimenti ostili? Potrebbe esserci nei fruitori una risposta emotiva al nuovo modo di disorganizzazione, di tendenza all’eccesso dei tempi nostri. Molti artisti disprezzano la committenza nell’opera stessa. Una volta erano più saggi e ipocriti?

Gombrich, convinto che l’estetica abbia un suo specifico potere, raccomandava: “All’uscita da una galleria d’arte, non andate subito in strada; sostate cinque minuti in atrio, altrimenti rischiate di andare sotto un’automobile.”

Aveva fede nell’esperienza estetica. Bei tempi! Oggi l’evento potrebbe essere diagnosticato come un tentato suicidio.

Inevitabili premesse
Parto dai dubbi. Forse la figura della bellezza è apprezzabile per contrasto, se la vediamo sullo sfondo del perturbante. Forse Il Brutto ha una sua bellezza. La mia idea è che l’artista di qualità sappia trovare la giusta armonia tra bello e brutto e le componenti minori o intermedie.

Certo esiste anche la bellezza tragica dell’Iliade, della Passione di Cristo, dei foscoliani Sepolcri e dei tombeaux musicali.

E poi la nascita è un evento “bello”. Quante “maternità” stanno nelle pagine della storia dell’arte! Anche in questo caso non manca la controparte: doglie, travaglio, angoscia genetica (F. Fornari, 1981).

Per quanto concerne me, trovo a volte un equilibrio: ho un cognome bello; ma quello che mi rimanda lo specchio garantisce che non si tratti di bellezza pura.

Bè, sentite, vi dico subito tutte le pensate che mi sono venute in mente. Poi proverò ad argomentare qualcosa.

Per descrivere lo spazio occorrono tre assi. Per rispondere alla domanda “La bellezza, in che senso?”, quella del titolo, uso un tripode a quattro gambe: la bellezza

  1. si gusta con i sensi;
  2. ha una direzione, un senso orientato;
  3. ha significati
  4. e suscita emozioni.

Mi ci è voluta la quarta dimensione.

Siamo di fronte alla molteplicità di elementi e significati e alla possibilità di unificare questa molteplicità, dando forma, struttura, proporzioni, come dire che ci troviamo nel ruolo del demiurgo. Ordine, armonia, creatività partecipano alla formazione del sentimento della bellezza.

Ora vediamo un altro punto. Di solito ci sembra bello quello che è in qualche modo antropomorfo. Il pipistrello, benché sia un mammifero come noi, molto utile, innocuo, di pelo morbidissimo, è da sempre considerato brutto, gravato da infami dicerie negative, solo perché ha un aspetto molto diverso dal nostro.

Anche le simmetrie partecipano al sentimento estetico. Forse per il motivo detto prima: noi stessi siamo costruiti secondo un piano di simmetria.

Esiste una bellezza (umana) per ogni età. Un bel bambino, un bel vecchio. Se sono sani. Se malati, allora sono meno belli. Il processo di identificazione entra nell’esperienza della bellezza.

Infatti sono belle di solito le analogie (comprese le complementarità come yin e yiang), la vicinanza di affetti e di pensiero, quel clima emotivo che da adolescenti aveva l’onore di una cerimonia: quando dicevamo in due la stessa frase, si celebrava l’evento agganciando gli indici o i mignoli, oscillando le braccia e pronunciando “flic e floc”. Raggiunta la maturità, lo sprofondarsi nella meditazione sembra bello per l’effetto di identità del pensabile, per il confluire della molteplicità di fantasie e immagini in un tutto unitario. Per identità del pensabile intendo il sentimento di identità del pensatore che dà un’unità alle diverse idee con cui tratta.

Sospetto che per ragionare del bello occorra considerare il brutto. Per fare questo ricorro intanto a mie esperienze personali. Sono stato colpito da mie reazioni rabbiose in caso di incontro con opere contemporanee. Mi sono chiesto perché.

Ora comincio a ragionare. Ragionare o quello che parrà a chi ascolta.

Bellezza e irritazione

Mi sono irritato spesso con opere contemporanee, perché mi sono sentito tradito. “Ma come? io amo e sono ingannato così? Continuo ad amare le espressioni d’arte ed a subire le corna.” D’accordo, non sempre.

Provo a pensare: “Come nasce il senso del bello?” Nel migliore dei casi per una nascita ci vogliono due genitori e tutta una costellazione affettiva composta dal bisogno, il rapporto, l’affetto, il dono, la condivisione, la sollecitudine, la cognizione della caducità, la disponibilità di spazio mentale per fantasticare il futuro bambino, che è un’opera in gestazione. In simili condizioni può nascere e svilupparsi al meglio qualcosa in chi ha potuto identificarsi con genitori buoni. Penso a genitori interni, fantasmatici, non necessariamente anagrafici.

Alcuni umani producono opere. Le opere, come i bambini, non vorrebbero essere prodotte da qualunque genitore-artista[1]. E ai bambini piacciono alcune forme d’arte, altre no, o non ancora. Qualcuno forse pensa che le opere d’arte, diversamente dai bambini, non possono crescere. Ma non credo sia così. Molto dipende, io credo, dalla nostra capacità di fruitori.

Ecco che qualcun altro può irritarsi e chiedere: “Ma tu lo sai cos’è il senso del bello?” Deve essere molto irritato per porre una domanda così. Ma vediamo, proviamo a rispondere. Per ogni bambino brutto-cattivo è una parola sola, che potrebbe essere il precursore del kakòn di Tellenbach (1974), e il suo complementare bello-buono. Nell’esperienza estetica è presente un rimando anche a componenti infantili. Il senso del bello comincia presto, chissà, dalla nascita. Se poi uno si chiama Schön, ed è nato il 25 dicembre!

Come si vede, ho cominciato subito a collegare, ma anche confondere fecondità, creatività, genitorialità, esperienza estetica, opera d’arte e fatti personali. Non fate come me. Sta di fatto che l’esperienza estetica penso sia già presente nei bambini e che anche negli adulti viva entro una certa confusione. Inoltre quando gli adulti sono consapevoli di conoscere il bello, la sua definizione permane impossibile, come per tanti concetti importanti come tempo, arte, qualità.

Proseguo, incamminandomi nella follia, e negli interstizi tra sonno e veglia. Le crepe, gli interstizi, non sono necessariamente belli, ma è lì che spesso nasce o si cela la bellezza. Tra sonno e veglia, tra reale e fantasia, tra la terra e il cielo, tra le parole dette in prosa e quelle cantate. Che sia proprio quello il luogo del tempo perduto?

Rêverie sull’opera estetica
(con rischi di endormissement)

Poniamo che tra gli effetti dell’opera d’arte si riconosca la capacità di evocare e comunicare emozioni, associazioni, giudizi, pensieri sull’operare psichico e qualche riflessione sulla Vergänglichkeit [2]. Un’opera bella dovrebbe mostrare anzitutto una relazione coerente e non troppo nascosta tra significante e significato, altrimenti non sembra fatta per essere comunicata e compresa. Contenuto e forma, materia e stile, sogno manifesto e contenuto latente, sono coppie unite e distinte nella mente di tutti. L’artista le sa associare in modo adatto allo scopo (comunicazione, risposte emotive, genesi di giudizi), con molta o poca originalità. Così credo abbiano pensato i nostri vecchi. Quando vedo/ascolto opere di artisti contemporanei, disegnatori, progettisti, letterati, musicisti, ho spesso l’impressione che costoro credano che il segno, il suono, l’oggetto collocato in un ambiente, abbiano valore in sé.

Provo a riflettere: quando Alice vede the Cheshire Cat [3], che lentamente scompare (il lavoro del negativo), dalla coda verso il muso e ne resta soltanto il sogghigno, grin[4], vede qualcosa di originale. Ma l’arte non sta nel sogghigno isolato, benché originale, generatore di emozione, inquietante; l’arte sta nella connessione generata dalla considerazione di Alice “Well, avevo spesso visto un gatto senza sogghigno, ma non avevo mai visto un sogghigno senza gatto, a grin whithout a cat.” Perché sta qui la connessione d’arte? perché ci aiuta proprio nel produrre giudizi meglio adeguati a proposito dei significanti senza significato e a togliere i poveri significanti (sognificanti?) da questa infelice condizione. Dare senso è il nostro lavoro di psicoanalisti. Anche quello dell’artista, credo dovrebbe.

Alice (o Lewis Carrol, o reverendo Dodgson, ardua decisione di identità e di genere) è maestra del nonsense. Ma il nonsense, non è di per sé artistico, non ancora. Il nonsense giunge a fornire un’allusione all’arte, perché ne ha l’ambiguità: dice di non avere senso, ma un senso lo ha. Però l’allusione non basta per farne un’opera d’arte. Ogni opera potrebbe avere un senso riposto, o più di uno. Sì, ma non basta: deve essere capace di comunicare i sensi riposti, svegliare i sensi assopiti di chi la osserva. (Qui converrebbe dire cos’è comunicare, ma se la faccio lunga non comunico più.) Molti nonsense sono senza senso per più o meno persone, certe opere possono essere, per alcuni o molti, sorrisi senza gatto.   -   Se si accetta tutto ciò, si può, si deve, avere molto rispetto per il duro lavoro di ricerca, schizzi, prove, stadi successivi dell’opera, riflessioni fatte a mano; ma la fatica, le ore spese e le buone intenzioni non bastano a fare un’opera d’arte. Le prove d’autore sono utili all’artista, ma dovrebbero servire solo all’autore, mentre sono poi utilizzate, anche senza permesso, da mercanti e collezionisti, entro una visione di mercato o anche economico-sportiva. Nel migliore dei casi, appunti, studi, p.d.a.[5], taccuino di schizzi, primi stadi, possono essere documenti di studio per lo storico. Nel pensiero di un artista, e così pure di un fruitore, è l’opera finita quella destinata al pubblico. La sperimentazione non è ancora arte. Può darsi che lo diventi. E non credo obbligatorio che l’artista sia consapevole della maniera con cui la sperimentazione agisce. Non mi lamento. Nonostante o per merito delle avanguardie, sono sopravvissuti colori, figure, cinema, vignette e fumetti, colonne sonore, illustrazioni, musica e poesia comprensibili senza manuali di istruzione; essenziali illusioni capaci di contenere bellezza.

Al dunque

Ora che ho posto alcune condizioni, vedo di trovare una risposta al quesito: perché l’arte moderna così spesso, e non soltanto in me, provoca risposte ostili?

In ogni artista credo che convivano due opposti procedimenti o tendenze, che qui contrappongo accademicamente, con maligna coerenza, estremizzandole in due punti così condensati:

  1. l’uso di a) una tecnica faticosamente perfezionata per esprimere contenuti difficilmente dicibili, b) di simboli condivisi e comprensibili a molti, anche se non proprio universali, c) di un atteggiamento esplo­rativo che però non invade a sproposito troppi altri campi, d) di un pensiero che disorganizza – e però anche riorganizza diversamente – aree della mente interessate a produrre un cambiamento e goderne, e) originali proposte di dialogo. Tutto ciò va verso il dare senso, favorire la relazione e rendere più coscienti e mature alcune parti inconsce. Molte persone, anche normali, non tollerano l’esperienza della disorganizzazione, che è angosciosa;
  2. l’apparente intento di a) confondere e rimuovere ciò che era già cosciente, b) sottolineare il formale a scapito del contenuto, c) usare livelli ulteriori di astrazione quando non è necessario, d) confondere i lin­guaggi, i generi e anche i campi percettivi e semantici (sì, penso anche a l’audition colorée, la scultura profumata, musica suonata per organi dell’ascoltatore diversi dall’orecchio), e) mancanza di proposte e contemporanea pretesa di attività propositiva da parte del fruitore, f) disinteresse per il dialogo, g) prevalente bisogno di mostrare a tutti la “bùa”. Ecco disegnato il crudele profilo del carattere narcisistico, che può esprimersi con accuse al genitore patogeno, o diventare un figlio (o un genitore) rompiballe, per giungere fino all’autismo, ed a certi prodotti di autori le cui opere mi è capitato di subire, passando per gallerie d’arte, sale da concerto deserte, aree di installazioni.

Il punto 1 descrive lo sforzo creativo e integrativo di favorire la relazione e rendere più coscienti, mature e intercomunicanti alcune parti inconsce di sé e dell’altro con l’uso di produzioni estetiche. Il punto 2 descrive processi patologici ed esprime forse più il mio risentimento e forse anche un abuso  della teoria a scopo difensivo. E’ evidente che mi pongo tra coloro che non tollerano l’esperienza di un’eccessiva disorganizzazione.

Certi artisti sembrano tesi verso l’eccesso, in linea con molto cinema e pubblicità. Certo anche per necessità, per essere ascoltati, per vendere. Forse, come tanta TV, hanno un’idea scadente della committenza, sia essa lo sponsor, sia lo spettatore, sia la famiglia Auditel. Un artista rinascimentale o barocco, per quanto creativo, avrebbe potuto inventare una storia di cui fosse committente un’azienda  fabbricante di vermut, di telefoni o di detersivi, in luogo del consueto conte, del margravio o del principe-vescovo? Forse l’arte nasce quando nella mente si disegnano chiari i limiti e le connessioni tra committenza, fantasie condivise, più quelle personali dell’artista, e questi vortici convergono nel prodotto estetico?

Ma poi, oggi sono davvero cambiati artisti e utenti? Vediamone qualche aspetto, senza tanto separare le coppie, così possono continuare a discutere o litigare, almeno nella nostra mente. A me pare che all’arte contribuisca anche la dialettica, se è depurata dall’ideologia. La dialettica, per esempio tra figura e sfondo, colori complementari o contrastanti, tema eroico e tema lirico, vita e morte, corpo e spirito, rappresentazione e confine della cornice, la dialettica non nuoce affatto, anzi. L’ideologia obbliga a itinerari, spesso di regime, non liberi, non gradisce l’esplorazione in fantasia; a volte non l’ammette affatto, può considerare ogni fantasia peccaminosa, se non segue la dottrina.

Ora esporrò più concretamente alcune ipotesi per cercare di capire meglio perché sento irritanti vari prodotti dell’arte attuale.

  1. Chi entra in contatto con un’opera dovrebbe ri-creare nella mente l’opera pensata e prodotta dall’artista, mediante i sensi che ne seguono linee e colori, suoni successivi e contemporanei, parole disposte con arte. Se non possiamo partecipare almeno un po’, ci sentiamo frustrati e arrabbiati. La fruizione però non dovrebbe essere scambiata con l’imitazione, e meno che mai con la quasi omofona frustrazione. Una quota di frustrazione, come è noto, genera la rappresentazione, aguzza l’ingegno (non-seno = pensiero[6]); l’eccesso lo spegne. Pertanto l’arte non si può permettere di generare troppa frustrazione, nemmeno nella forma della troppa provocazione, cara a tanti adolescenti.
  2. Spesso i fruitori si aspettano dall’artista aperture della propria mente, suggerimenti da parte dell’esperto sul cosa mi fa e come si fa (parole come faber, poietés, Künstler[7], da fare, können[8], dicono di quanta stima abbiano goduto in passato gli artisti). Cosa si propongono gli artisti attuali?
  3. Spesso autori contemporanei (ma anche utenti, presenti alle mostre) sembrano o sono dei fondamentalisti ortodossi di una qualche idea, poniamo nuova e magari buona, ma espressa in modo totalizzante. Da ambo le parti si sperimenta l’angoscia del nuovo. In psicologia è nota l’angoscia dell’ottavo mese, quando il piccolo comincia a discriminare l’estraneo potenzialmente frustrante dal noto, cioè già sperimentato nella combinazione di gratificazione-frustrazione. Un po’ di frustrazione, ho detto, è utile, ma non consiglierei di andarne alla ricerca. Non occorre. La vita ce ne riserva una buona quota senza pretendere l’alloro del poeta. La sfiga può anche diventare materia di arte se incontra un buon comico che la esorcizzi inscenandola. Non basta il suo ritratto iperrealista.
  4. Secondo la teoria psicoanalitica i due motori dell’accadere psichico sono i famosi princìpi del piacere e della realtà: l’arte non ha mai sostenuto di copiare soltanto la realtà. Non potrebbe anche procurare piacere?
  5. Una buona composizione richiede la ricerca di una sintesi. Se ci si ferma all’analisi, si rischia di ottenere solo la scomposizione. Si può pensare che l’utente sia più soddisfatto delle proposte di sintesi, o di un buon equilibrio tra sintesi ed analisi, mentre sia scontento della fatica di seguire l’analisi. Dovremmo saperlo. L’opera dello psico-analista è più spesso fatica che piacere. Ma il frammento, ben scelto, sintetico, fornisce la poetica lampo[9], l’illuminazione estetica, senza alcuno spreco di parole. Le parole sono preziose, sono da seminare, coltivare, non sprecare. Il buon intervento in analisi è insieme sintetico ed estetico.
  6. La scomparsa, o lo sfumare dei generi, punti fermi per la comprensione da parte del pubblico, ha prodotto ulteriore confusione e disamore. Certo in passato il teatro e più di recente il cinema hanno unito generi differenti. Unito però non significa confuso. Singspiel, melodramma, film, musical e spots pubblicitari richiedono la collaborazione armoniosa a poeti, musicisti, scenografi, pittori, non lo scambio di ruoli e abilità, né il frullato di generi e mezzi espressivi.
  7. A molti piace (credere di) sapere come funziona. Voglio dire come si articola la composizione di un quadro, poesia, quartetto. Mozart può sembrare semplice, ma a studiarlo rivela la complessità. Però oggi servono istruzioni molto più complesse che in passato. Beh, non da oggi, forse a partire da Ulysses di Joyce, il cui piano dell’opera resta implicito e complesso. Però accessibile. In altre opere si rifiuta l’esistenza di un progetto. Ma quanto e cosa resta dei discorsi paroliberi, cui credettero i futuristi, e di tanti –ismi successivi?
  8. Tra una mela e una sua immagine iper-realista c’è una differenza colmabile col lavoro mentale. Tra il concetto spaziale nella mente di Fontana, il tuo concetto spaziale e il mio, credo che la differenza  diventi eccessiva, superi le capacità di un comune lavoro mentale. Al massimo funziona come reattivo, come una tavola del Rorschach, che però non è un’opera d’arte, anche se può suggerire cose sublimi. Il problema poco decidibile della dis-identità tra oggetto percepito e rappresentazione dell’oggetto, non lo decideremo adesso. Gli artisti per millenni lo hanno pesato, rappresentato, ma in genere non hanno tentato di risolverlo. Anzi l’hanno conservato insoluto, come stimolo per ulteriori opere. Oggi mi pare abbiano complicato il problema. In parole più piane, ciascuno ha il proprio modo di rappresentarsi un oggetto, che può essere molto diverso dal modo di altri. Questo ovviamente causa difficoltà di comunicazione e malintesi. Occorre un grande sforzo collettivo per condividere utilmente esperienze estetiche. Forse si è idealizzato il concetto in sé (o la parola) e si è parlato infatti di arte concettuale, che è un ossimoro come “bomba intelligente”.
  9. Troppi artisti esprimono un patologico e irritante narcisismo; il fruitore ha l’impressione di dover comprendere ciò che volutamente non è detto, ma sembra velare il querulo pensiero: “Se davvero mi ami, devi capire cosa penso, anche se io stesso non lo so, o non ho voglia di sforzarmi a dirlo.” Questa è la posizione del lattante, che è appunto in-fante; la madre lo capisce, ma bimbo e madre non hanno la pretesa che coccole, pappa e cacca siano un’opera d’arte, e stentano a ritenere tutto ciò commerciabile. Era ironico, io credo, Manzoni (Carlo s’intende) con la sua “merda d’artista” in scatola, però la si è venduta a chi credeva di acquistare arte. Non mi stupirei se avesse ancora un mercato, né se il mio computer, in vena di disfide creative, correggesse automaticamente per coerenza la parola “mercato” in merdato.

10. Corollario dello stesso narcisismo è l’uso di sistemi per rendere complesso e incomprensibile il contenuto più semplice. Visto che il mondo è già un casino, un genio dovrebbe lavorare per semplificarlo.

11. Quanto al mercato, è chiaro che oggi è diventato molto più vasto che in passato. Questo però non deve significare maggiore ignoranza, né minore sensibilità estetica.

12. E’ cambiato il vecchio rapporto di bottega con un padre ideale col quale si poteva dissentire senza  distruggerlo, perché molte volte era forte davvero. Adesso il modello paterno è debole e troppo narcisistico; e i figli spesso somigliano ai padri, magari come il negativo di una foto somiglia alla stampa. Spesso sono i nonni che fungono da padri. Dalla fine dell’800 le generazioni non si riconoscono nello stesso modo di fare arte.

13. Mi sono chiesto se la paura di generare un bambino mostruoso sia comune alle madri e a quegli artisti, che tentano di esorcizzarla rappresentandola nell’opera.

14. Le canzoni di Georges Brassaens, le strisce di Charles Schultz, le sculture di Fausto Melotti, la voce di Ella Fitzgerald o di Elis Regina, di Caetano Veloso, le vignette di Quino, l’opera di Andrea Zanzotto, il teatro di Dario Fo, le narrazioni di Giuliano Scabia, le invenzioni di Fellini, Almodòvar e Giorgio Gaber e molti altri esempi (ma non voglio tediare il lettore), mostrano che ci sono artisti contemporanei amati e riconosciuti. Essi ci aiutano a ritrovare qualcosa che avevamo perduto, spesso senza saperlo. Non siamo privi di artisti. Abbiamo un numero eccessivo di persone che non producono opere, ma discorsi sulle opere,: esperti, critici (alcuni hanno preso per buoni i falsi Modiglioni[10]), e anche tanti sperimentatori che non hanno trovato i propri confini o un buon maestro capace di imporre studio, fatica, affinamento.

L’invidia per l’artista

Non vorrei che a questo punto qualcuno mi chiedesse: “Non credi a tanti artisti contemporanei e credi che lo psicoanalista sia un artista?” Non vorrei, perché desidero dirlo prima io. E la risposta è: “Sì; no; qualche volta, magari un po’, goffo, da dilettante”. Credo che lo psicoanalista sia un artigiano specializzato, che a volte nel suo lavoro può trovare un felice momento creativo, facilitato dall’esercizio di disporre la mente in ascolto dell’inespresso.

Uno stato creativo della mente lo descriverei partendo dal corpo: ridurre il tono muscolare, sfocare lo sguardo, ascoltare più voci a distanze diverse, cercare di non impedire connessioni tra varie parti di sé.

E’ bello questo? No può produrre a volte belle idee.

Sono convinto che la sensibilità estetica, la qualità estetica della frase o del silenzio dell’analista abbiano importanza, per il motivo detto all’inizio: nella parziale regressione del paziente si ritrova la parola bello-buono. Una rappresentazione di cosa-parola.

E la psicoanalisi?

Credo che ogni psicoanalista abbia memoria di esperienze estetiche in seduta. La buona ora analitica esiste e lascia un ricordo che non è molto diverso dall’interagire con un’opera d’arte, o almeno dai primi avvicinamenti.

A volte è il paziente a dire: “Non ho capito quello che lei ha detto, ma era bello.” Oppure è l’analista a rimarcare: “Se lei ha usato quella parola appropriata, penso che l’intero argomento abbia più importanza di quanto sembri a prima vista.” O ancora: “Quello che lei ha detto è bello, e sembra indicare un tesoro nascosto.”

Quando riusciamo a intonarci bene con il canto segreto del paziente, ce ne accorgiamo tutti e due, ci pare una bella esperienza e uno dei due, non importa quale, trova “le parole che toccano” (Danielle Quinodoz 2004).

Si può dunque esperire la bellezza anche nel nostro lavoro e non solo quando si applica la psicoanalisi all’arte. Proprio nel faticoso lavoro di va e vieni dal paziente al terapeuta e viceversa.

L’opinione di molti miei pazienti, e mia, è che la cura certo è necessaria per vivere meglio, attenuare dolori, ma questo non vieta che ogni ora psicoanalitica possa avere momenti belli. Il momento di incontro tra preconsci, l’intesa, la scoperta di qualcosa di utile, sono tutti momenti belli.

Un esempio inedito

Athena era venuta in analisi perché era sprofondata in una complessa psicosi post partum. Mi ero reso conto presto che Athena aveva un’intelligenza molto più pronta, sviluppata e logica della mia. Purtroppo la usava in eccesso per difendersi. Anche lei ne era consapevole. I suoi genitori l’avevano allevata nel credo dell’intelligenza. Verso la fine di una seduta nera disse: “Dottor Schön, ha ancora tre minuti per dire qualcosa di intelligente.” Non trovai niente, credo di non aver nemmeno cercato. Fare lo stupido mi riesce abbastanza. Passarono alcuni anni di attraversamento lavorativo (working through). Un giorno Athena disse che per la prima volta capiva di potersi trovare bene con la figlia. Quella che era stata ritenuta causa della sofferenza psicotica. Io osservai: “Riesce a trovare un buon clima con sua figlia perché sua madre ha provato bei momenti con lei. Sta rivalutando sua mamma.” “Le mie mamme”, replicò subito con un sorriso grato.

Un altro esempio. Un paziente era venuto (ufficialmente) per rimediare a una timidezza che gli impediva di prendere la parola in pubblico, di incontrare ragazze, di mostrare le eccellenti qualità nel suo lavoro. Quando poté raccontare i suoi successi, perché molti dei limiti inibitori si erano sciolti ho provato un sentimento di festa.

Non ho una conclusione, forse mezza

Mi pare più utile, più coerente con la creatività,  lasciare aperte le possibilità. Ho unito pensieri che mi sono tornati più volte, nel corso di decenni, riflettendo sulle varie forme d’arte, su come appaiono, si formano, come si formano le opere, e mi piacerebbe discuterne con qualcuno. Al momento sono fermo alla considerazione che il bello non è tanto nell’oggetto, nell’idea, nella forma data dall’autore; il bello nasce dal modo con cui si riesce a mettere in relazione tutti questi elementi che si parlano. Il bello è la relazione d’amore tra cosa, rappresentazione, parola, emozione, il tutto in dosi molto precise. C’è qualcosa di magico in questo complesso rapporto e ne è prova il verbo latino “fari” che significa pronunziare, profetare, parlare, da cui derivano parole come fato, ma anche fata, favola, fola. “I nomi sono fate” dice il Professor Pandòlo nell’ultimo romanzo “Le foreste sorelle” di Giuliano Scabia (2005), che è la continuazione di Nane Oca (1992). La parola poetica ha sempre un senso, un tempo, un’intonazione. No, anzi ha più sensi, tempi, intonazioni. La parole sono le stesse, ma i poeti sono differenti. Anche questo è bello.

Chi volesse fare esercizio e forse, se è molto bravo e fortunato, sapere qual è “il vero momón”, cioè il bello-buono, legga le opere di Scabia. Vi troverà indicazioni, da tenere segrete, su come l’artista possa godere del bello.

A. Schön


1 Molti occidentali cólti sanno se desiderano o no un bambino, ma raramente si chiedono se il bambino desidererebbe loro come genitori.

2 Caducità; il senso del transeunte, che sarebbe più esatto tradurre con passatezza, se esistesse la parola. Noto titolo freudiano, OSF 8, 173-176

3 gatto del Cheshire, ovviamente; per Disney, poverino: stregatto.

4 Scusate, grin, inglese, vuol dire appunto sogghigno; Green, francese, ha scritto un saggio su “Il lavoro del negativo”. Io ci metto il mio sogghigno. Il gioco di parole non è un’opera d’arte. O ne è il parente povero.

[5] Prova d’artista

[6] Bion dice che il lattante si rappresenta il seno quando ha fame, succhia il pollice e crea un oggetto in mente.

[7] in tedesco, artista.

[8] tedesco, potere, saper fare.

[9] ne parla A. Zanzotto.

[10] ho detto falsi, no? Modì fu un artista autentico. Certi storici e critici d’arte sono autentici errori di stampa.

Questa voce è stata pubblicata in Arti visive, Psicoanalisi e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>