Perché Rapsodia

da Laura Pigozzi, curatrice del sito

Oggi nasce Rapsodia: una rete di incontri e discorsi intorno alla psicanalisi e all’arte che, come in una Rapsodia musicale, fa intendere voci diverse, non necessariamente unisone.

In musica la Rapsodia è una struttura non convenzionale di un brano, in cui non c’è un ritornello – manca cioè una parte principale – ma si susseguono parti musicali diverse.

Così gli interventi in questo sito saranno plurivoci, in una polilogia che tolleri i vari stili di cui ogni soggetto è portatore. La Rapsodia è una figura dell’insaturo, del non-Uno.

E’ un inno alla parzialità, alla “parte”, lontana da quel “tutto” che ci fa ammalare sia psichicamente che socialmente.
Fare arte è lavoro dell’inconscio e nell’arte abbiamo voluto includere anche la vocalità, per il suo particolare statuto di après-coup: si sa cosa si è veramente detto solo dopo l’atto vocale. La voce, così vicina al punto di verità del soggetto dell’inconscio, avrà uno spazio speciale in Rapsodia e i vostri interventi audio saranno i benvenuti.
Si lavorerà rapsodicamente, dunque, insieme e distinti.
Un benvenuto a tutti quelli che desidereranno inviare uno scritto, un audio, un video sul tema che ci unisce ma che ci fa diversi, singolari, originali.

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2 risposte a Perché Rapsodia

  1. Patrizia Casravaggio scrive:

    Ciao, non ci conosciamo personalmente, oggi ho ricevuto la tua e-mail e desidero ringraziarti per avermi invitata a visitare questo sito, mi piace l’idea e credo che mi ritroverò spesso a “passeggiare” tra queste pagine…
    Auguri di cuore a te e a chi parteciperà a questa nuova esperienza
    Patrizia

  2. Gabriella Baldissera scrive:

    Noi siamo suoni e vibrazioni. Immagini, ricordi, emozioni, sogni e realtà si trasformano in sensazioni profonde che riemergono come vibrazioni dell’animo, echi perduti, suoni evocati.
    E noi stessi ci facciamo musica, rapsodia quando la nostra parola trasmette nelle sue infinite colorazioni e timbri l’armonia, la disonanza, il silenzio della mente. E l’arte sa e, sola, può colgiere, ascoltare, riprodurre questa musica.
    Su questo alcune mie brevi differenti riflessioni.

    L’immaginazione artistica
    I modi in cui la tensione originaria verso il bello assume forme espressive è identica qualsiasi sia lo spunto e la materia dell’opera d’arte dal momento che nasce dall’impulso alla immaginazione creativa e alla fantasia che è comune a tutti gli esseri umani.
    La valenza comunicativa dell’arte è di tipo religioso per quel suo re-ligare coloro che le si accostano.
    La forza delle parole unite in un discorso estetico getta luce sulla realtà interiore, acquista un potere evocativo tale da creare immediatamente un rapporto empatico con il lettore.
    Un rapporto che nasce più dalla voce narrante, dai suoni, dai silenzi che dalla materia trattata. Chi si accosta all’opera letteraria per raccogliere il messaggio che essa contiene, non può che prestare attenzione al ritmo del linguaggio, alla forza delle immagini per mettere in evidenza le strutture narrative e quelle del pensiero.
    Il linguaggio peraltro, secondo il principio della teoria coinemica (Fornari) ha connotazioni affettive che riproducono situazioni originarie della mente e che le comunicano.
    A chi si accosta all’opera letteraria con l’impatto emozionale che sembra chiudere il circuito della creatività attraverso la introiezione di ciò che l’arte ci comunica, un’opera letteraria può far com –prendere e ap- prendere la metafora narrativa.
    Platone e Aristotele affermavano che una forma letteraria trasmette il contenuto di un mondo e dei suoi valori. Il godimento estetico fonda la valutazione critica.
    La letteratura ha una funzione duplice sia quella di esprimere un mondo diverso dal nostro sia quella di farci immaginare in maniera simpatetica. E non solo chi scrive, ma anche chi entra in rapporto empatico con la scrittura di altri riceve una forte sollecitazione alla propria immaginazione narrativa. La lettura di un’opera espande la percezione e attraverso di questa genera empatia, consente la comprensione del racconto e delle sue caratteristiche.
    Lo spettacolo della volta celeste stellata muove emozioni profonde nell’uomo che si sente ed è in realtà partecipe della bellezza dell’universo. Attraverso il suo corpo, egli coglie la bellezza del mondo e prova il piacere. L’oscurità del cielo si è trasformata nella luminosità di un piacere estetico e nella luce abbagliante del mistero.
    Ogni individuo è parte di questo mistero, è parte della bellezza del cosmo e ha in sé la nozione del bello che gli consente di ri-conoscerlo ad ogni incontro.
    Quando lo sguardo dell’uomo si distoglie dalle stelle (sidera), il sentimento che nasce dalla mancanza e dal bisogno che l’incontro estetico si rinnovi, è il de-siderio, quasi movimento verso il punto di perdita.
    E proprio il desiderio e in particolare il desiderio della “bellezza” è la spinta fondamentale alla vita umana. Esso si manifesta come un andare verso l’altro, un immergersi nell’infinito mistero delle differenze, una necessità di con-fusione e di unione con il bello.
    Il bello è anche l’Assoluto, l’Unità che sta alla base di una particolare metafisica della bellezza.
    Nel mito platonico sta la spiegazione della frenesia Nel mito platonico sta la spiegazione della frenesia dell’unità, la forza dell’eros (desiderio) che conduce ciascuno alla ricerca della propria parte che si vuole “prendere con sé”, quasi un ritorno al Divino.
    Una «com-prensione erotica» che si differenzia da quella intellettuale per il suo farsi attraverso un desiderio e contatto fisico, che si caratterizza per le sue procedure analogiche spontanee non uniformabili a regole deduttive o induttive e che non avverte il bisogno di una giustificazione epistemologica delle sue premesse e delle sue conclusioni.
    La com–prensione intuitiva della bellezza umana si spinge così fino ad ammettere l’idea di una Bellezza suprema, la quale si pone come fonte unitaria e unificante delle singole espressioni della bellezza attraverso una sorta di delirio amoroso, simile al delirio poetico ispirato dalle Muse.
    Una comprensione, infine, che si verifica attraverso la “ragione aperta”, (Morin) la sola in grado di penetrare l’irrazionale, l’a-razionale, l’illogico che pure sono parte fondamentale della realtà umana e in particolare della realtà artistica.
    Il bello viene dunque afferrato «d’un sol colpo» dall’uomo.
    In questo «afferrare» (portare a sé) la bellezza, si afferma in forma implicita la percezione di noi stessi come persone meritevoli di rispetto. Cogliere il bello significa dunque dis-locarsi anche entro un orizzonte morale, entro un modo di vivere la nostra stessa vita come un’esistenza degna di essere vissuta, significa cioè illustrare a noi stessi una componente sostanziale di ciò che dà senso alle nostre risposte morali.
    La percezione del bello si offre così come «quadro di riferimento» entro cui si attua ogni tentativo di superamento dei limiti dell’esistenza e attraverso cui si ricrea entro ognuno di noi la perfezione e l’estasi del primo incontro con la bellezza che è poi la dimensione dell’arte.
    Una visione che ricorda quella del Fedro platonico in cui si dice che le anime toccate dalla follia divina, dall’amore per la bellezza, sono spinte a ricordare la vera bellezza.
    La percezione è soprattutto percezione affettiva. La comunicazione molto prima e molto più che verbale, è silenziosa. Una comunicazione attraverso silenzi che attraggono o respingono e il linguaggio dei sensi e del corpo che diviene il tramite di questa immersione e comprensione estetica.

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