Julieta

Il film Julieta mi ha lasciata molto turbata. E’ il film di una persona tormentata. Un film irrisolto. Madre e figlia assai poco credibili nella dinamica psicologica che si crea. Tutto molto poco verosimile psicologicamente, e quindi poco

coinvolgente. L’unica cosa bella era il “ponthos”, il mare delle avventure, il mare di Ulisse. Qualcosa che nel film rimanda ad una sfera mitica, più ancora che mitologica. Mitica virilità, mitico eros, mitica passione, assoluta, che porta alla morte. Un eros visto e vissuto come colpevole, debordante, spaventoso. Un eros che consuma e uccide e non lascia spazio all’amore fraterno e agapico. Forse questa la cifra del film?

Donne e ragazze lontane da qualsiasi realtà emotiva. Una madre, Julieta, che forse piacerebbe molto a Laura Pigozzi, molto donna e poco chioccia. Eppure la relazione madre figlia si dispiega in un fallimento totale.
C’è qualcosa di Elettra? Ci  vedo piuttosto la dinamica fallica: la figlia cerca disperatamente il padre, che è così tanto erotizzato dalla madre. E’ innamorata del padre, come oggetto della madre, appunto. Ma la madre la manda via, la manda al campeggio, rivendica il suo posto accanto al padre, mentre per la figlia c’è il giusto posto, il posto di adolescente con i coetanei.
La madre però non è “barrata” diremmo noi, non accetta il limite, non accetta la verità (peraltro ovvia) delle piccole trasgressioni del marito, quando lei va a indagare, va a dire la sua, va a smascherare, il godimento paterno. Va a togliere il velo, propriamente, in una dinamica che è molto simile a quella della Dora di Freud: il padre, apparentemente, si sacrifica per la moglie malata… a lei sacrifica il lavoro e la vita cittadina, ma cela un godimento intollerabile per la figlia, un godimento alla quale la madre, muta, si è immolata.
Lei non accetta dunque neanche un briciolo di questo, e al tradimento del marito, oppone un’intransigenza apparentemente assoluta, un giudizio senza appello, che è un giudizio che riverbera quello nei confronti del padre.
E’ una donna che non tollera la fragilità eppure sembra prigioniera di questo destino: ogni volta che si sottrae a un atto di misericordia, le conseguenze sono spaventose. Questo, la rende ancora più onnipotente e granitica, invece di aprirsi alla misericordia, si chiude nel mistero e nella incorruttibilità del suo essere, e lo stesso, in una disperata specularità, fa la figlia.
E’ una madre non ammorbidita dal materno, una madre troppo donna. In questo film, molto “spagnolo”, appunto non c’è un sano sottrarsi, non c’è  quel non accanirsi, che alla fine è l’umanizzare la pulsione.
L’unica figura umana, umanizzata davvero, è l’amica della figlia o forse il nuovo compagno di Julieta. Ma non sono sufficienti a tenere insieme queste figure davvero tragiche e intransigenti, convinte che il destino derivi dalla morale. Che illusione infantile, onnipotente e anche crudele verso noi stessi! Solo la morte del primogenito di Antia, che “ripete” ciò che non è dicibile, che si fa appunto a sua volta oggetto, oggetto non sostenuto dallo scorrere dei significanti, solo la morte del primogenito, che porta il nome del padre (il nome-del-padre!) , annegato nel fiume, permette alla figlia di avere la meglio su questo assurdo, crudele tentativo di coprire il vuoto e il dolore con la morale del “ognuno ha quello che si merita”. Solo a partire da questa morte, si riapre uno spazio simbolico per Antia. Quella morte, fa da Nome-del -Padre.
La colpa, e l’illusione di poterla/doverla  espiare, non fa che riprodurre dolore e violenza nel circuito, dove non ci sono parole, ma solo pietre, previsioni oracolari, tragedie annunciate che si consumano inesorabili.
Un mondo decisamente dis-umano.
Anna Barracco

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