A proposito di Burkini

Nelle immagini di harem dipinte dagli artisti occidentali, Fatema Mernissi nota la “sconcertante assenza paura che si riscontra negli uomini dell’harem europeo” Un sultano che può tenere tante donne, spiega Mernissi, dà una prova di forza. “I mussulmani si descrivono come insicuri nei loro haremCaliffi furono avvelenati e soffocati dalle loro favoriteNegli harem musulmani gli uomini si aspettano dalle loro donne schiavizzate una feroce resistenza e la volontà di sabotare tutti i loro progetti di piacere“…Non è strano – scrive il califfo Harun – che l’intero pianeta mi obbedisca e che io obbedisca a queste tre signore, determinate a disobbedirmi?”

La formazione di Fatema Mernissi avvenne, appunto, in un harem, allevata dalla nonna Jasmina il cui insegnamento fondamentale era: “Devi concentrarti sugli stranieri che incontri e cercare di comprenderli. Più riesci a capire uno straniero, maggiore è la tua conoscenza di te stessa.

Tra ciò che vi è di perturbante per la coscienza occidentale posta di fronte alla cultura mussulmana, un posto d’attenzione merita la questione del velo.
Questo velo sulle donne disturba. Disturba forse le donne per le quali potrebbe rappresentare un principio claustrofobico di soffocamento, ma crea una disagio anche agli uomini.

Che cosa ha il corpo delle donne da dover essere velato? E’ forse portatore di una qualche stonatura da nascondere? Una cosa è certa: quando qualcosa viene velato, proprio per il fatto di essere velato, assume un posizione d’oggetto molto importante e significativa. Possiamo dire che non si vela qualcosa senza valore. Questo è un punto centrale.

Senza voler introdurre qui la questione del feticcio, ricordiamo che Lacan dice “Il velo, è il sipario davanti a qualcosa, è ciò che meglio permette di dare un’immagine della situazione fondamentale dell’amore“.  Dell’amore dunque si tratterebbe.
In effetti ciò che amiamo dell’oggetto amato è la sua distanza. E il velo non starebbe che a dipingere questa mancanza/distanza. Funziona un po’ come il sipario a teatro che crea l’attesa.

Ricordiamo anche il rapporto tra la funzione del velo e il ricordo di copertura: entrambi indicano un al di là. Oltre il velo, oltre il ricordo di copertura, c’è l’essenziale. Che però è rimosso. Non si rimuove infatti che l’essenziale. E’ la donna l’essenziale che viene rimosso? Lasciamo un momento sospesa questa domanda.

La tesi della Mernissi è che anche l’occidente ha il suo harem: esso sta nella manipolazione dell’immagine femminile. Un capitolo del libro sin intitola esplicitamente  ”L’Harem delle donne occidentali è la taglia 42
Potremmo dire, usando un gioco di parole, che se gli orientali hanno il velo, noi abbiamo la velina. Potrebbe esserci una equivalenza simbolica tra le donne velate e le nostre veline: le donne – sotto il velo o sotto il modello imposto – diventano tutte uguali e tutte fantasmaticamente controllabili.

Torniamo alla funzione del velo e alla domanda lasciata in sospeso: perché il corpo delle donne deve essere velato? Il corpo delle donne ha una specificità. Non rimane mai uguale. Dal bambino all’uomo abbiamo un accrescimento. Ma dalla bambina alla donna il corpo subisce svolte rivoluzionarie, vere e proprie traumatiche trasformazioni. Le mestruazioni, il seno che cresce, la gravidanza, il parto e la menopausa. Tempeste radicali talora fonte di angoscia e disagio. C’è un divenire. Il corpo femminile, più di quello maschile, ha capacità di metamorfosi.

Ora, la femmina-velina è come fermata nel suo sviluppo al punto androginico, a un attimo prima di quelle trsformazioni corporee. La donna velina è arrestata un attimo prima che la sua femminilità esploda, quell’attimo prima che ella diventi donna in sé, al di là dello sguardo dell’uomo.

C’è una insopportabile segretezza del corpo femminile: avrà raggiunto l’orgasmo? E’ davvero mio figlio?

Insomma, per dirla tutta, c’è come qualcosa dell’ordine del mostruoso che pertiene al corpo femminile. Dunque qualcosa di essenziale, di rimosso e velato. Ma il mostruoso partecipa sia della repulsione che della fascinazione

L’associazione delle donne ai mostri risale ad Aristotele: la femmina viene alla luce quando qualcosa va storto (in Generazione degli animali). La femmina è una anomalia del tipo maschile.
Ma tale associazione viennese ripresa in modo critico da tre pensatrici dei nostri giorni:

Julia  Kristeva, nel suo saggio sull’abiezione sostiene che, nell’abiezione appunto, c’è una rivolta dell’essere contro ciò che lo minaccia. L’abietto sembra non essere assimilabile né nella posizione del soggetto, né in quella dell’oggetto. C’è come un esorbitante, un inassimilabile. “Qualcosa che solletica, inquieta, affascina il desiderio che pure non si lascia sedurre. Ma impaurito si distoglie” (“I poteri dell’orrore”).

La Braidotti che nel libro “Madri, mostri e macchine”, scrive: “La donna è mostruosa per eccesso: trascende le norme stabilite, oltrepassa i confini. E’ mostruosa per mancanza: la donna-madre non possiede quella sostanziale unitarietà che è propria del soggetto maschile…Donna è l’anomalia che conferma la positività della norma

Il mostro è l’incarnazione della differenza. Dell’assenza di normatività.

Camille Paglia, in Sexual Personae, scrive: “La ripugnanza storica per la donna ha una base razionale: il disgusto è la risposta specifica della ragione alla grossolanità della natura procreante.

Come dire che il potere delle donne è quello di dare la vita sì, ma una vita mortale!

Piuttosto nota è la frese di Celine, una frase che mi pare davvero esemplare: “Queste femmine ci guastano l’infinito“. La donna dà la vita ma senza l’infinito, appunto.

Ora l’infinito è anche una categoria matematica, un’idea di perfezione. Come se la donna - nel suo “guastare l’infinito” - ostacolasse il processo della sua stessa idealizzazione, come fosse l’unico “velo” sotto il quale un uomo può godernePer questo occorre velarla.

Ricordo una scena del film Viaggio a Kandahar di Makhmaltab Mohsem in cui le donne si mettono il rossetto sotto il burka. Oltre a poter dire qualcosa sul vero motivo per cui le donne si truccano, se ne deduce qualcosa circa il concetto di valore che sta sotto il velo. Non si vede ma c’è. Significa proprio perché è velato.

Sotto il velo l’oggetto diventa oggetto di prospettiva e la relazione si struttura come relazione d’ignoto. Ma perché questo meccanismo d’ignoto possa funzionare come motore del desiderio, esso  - l’ignoto – deve avere una qualità: e cioè deve essere nel futuro conoscibile. Deve contenere la promessa che qualcosa poi, un giorno, se ne saprà. La promessa che il sipario infine verrà levato. C’è la promessa di un al di là.
Il velo, nel suo poter essere anche svelamento, sostiene questa funzione di promessa.

Laura Pigozzi

ps. Ho scritto questo articolo qualche tempo fa in occasione di un dibattito tenuto alla Libreria Feltrinelli di via Manzoni a Milano. L’ho riproposto perché mi sembra possa essere utile anche oggi per provare a spostarci dal punto di vista – limitato – della semplice opposizione tra culture.

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Una risposta a A proposito di Burkini

  1. Sergio Martella scrive:

    Il velo è la placenta che la madre infibulatrice impone sulla figlia nel processo di contrasto del ricambio di generazione. Velo, placenta e (nel caso del figlio maschio) sindone sono le forme dell’incartamento con cui la funzione primaria materna estende il dominio sui nati. Non sapendo distinguere tra funzione di natura per la procreazione e proprietà assoluta sui soggetti nati attraverso di lei.

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