A proposito dell’indicibile

L’indicibile sembra essere, contemporaneamente, il nostro limite e la nostra risorsa. Rende ridicola l’arroganza delle nostre teorie, ma è anche è un nobile abitante del nostro corpo, del nostro inconscio, della nostra voce. Un irraggiungibile che raggiunge l’altro attraverso il gesto, anche vocale o ritmico.

Il corpo che si muove in seduta – quando per esempio inventa un movimento ritmico come nel caso di un bambino che batteva il tempo col piede -, ci dice che forse quel soggetto è alla ricerca di un radicamento possibile, di una terra di approdo, di un aggancio.

L’epifania del movimento ha luogo perché c’è un altro che l’ha attivata e che resta lì, col suo corpo, a far da testimone che accoglie quel lavoro inconscio del bambino.

Il movimento dei piedi – così come il nostro modo di camminare – rappresenta lo stile con cui ciascuno di noi ha elaborato un suo ancoraggio, il modo in cui ciascuno di noi interpreta il suo corpo nello spazio e il suo posto, anche fisico, da cui poter prendere la parola.

Non è raro vedere esseri umani che hanno quelli che chiamo “piedi volanti”: sembrano esseri sospesi, psichicamente fluttuanti come non fossero ancora nati o come anime in fuga pronte a spiccare il volo quando la relazione si fa troppo presente.

Nella emissione della voce, ad esempio, i piedi devono avere radici altrimenti non c’è sostegno del suono nonostante tutte le tecniche diaframmatiche che si possono mettere in atto.
Emettere la voce è, prima di tutto, un atto psichico.

Da molti anni lavoro sulla voce sia come luogo del canto (che anche insegno) che come luogo dell’inconscio. La voce per un analista è importante perché la voce dei pazienti spesso ci dice prima – e con più precisione – quello che stanno per verbalizzare e che alla parola compiuta sfugge. Poco prima che arrivi alle labbra di un analizzante in seduta una parola che ha relazione con un piccolo punto di verità che lo riguarda, non è raro ascoltare la sua voce attraversata da perturbamenti vocali, cali di tono, raschiamenti, arrochimenti. Questi aloni della parola sono il suo abisso e la sua luce. La voce è una delle dimore più precise dell’indicibile.

Un paziente che batte i piedi ritmicamente, per tornare all’esempio citato, sta cercando col corpo una misura – perché il ritmo è misura -, sta cercando uno spazio di contenimento psichico, così come la melodia trova un contenimento nel tempo. Il ritmo è il limite della melodia e anche il suo rilancio: in ciò appare come ciò che la rende possibile. Senza ritmo, senza questa parte per così dire “maschile”, “paterna” della musica, nessuna vocalizzazione “femminile” o “materna” potrebbe esprimersi. Il canto è l’incontro di misura e invenzione, di ritmo e melodia, di battito dei piedi e di suono: insomma, lo sposalizio della misura del padre con le variazioni prosodiche della madre (lallazioni).

Un’ultima osservazione sull’indicibile. Quando entriamo in relazione con l’altro il nostro corpo si sintonizza ed entra i risonanza con lui, insieme a tutto ciò che siamo e che sappiamo. Le nostre teorie non le lasciamo a casa ma – se non sono sembianti o maschere sociali – sono già entrate nel nostro corpo, abitano il nostro gesto perché sono già passate dall’alambicco fantasmatico del nostro inconscio e così entrano, per questa via, nella relazione. In quel momento, noi ci dimentichiamo di quel che sappiamo ma non il nostro corpo,  abitato com’è dalla nostra storia, dai nostri (poveri) saperi così come da ciò che ignoriamo. Il nostro gesto che incontra l’altro è modulato dall’indicibile che rende unico ciascuno di noi.

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