Perché la voce cura?

“La voce della madre e del padre: incontro tra musica e parola nel percorso di individuazione

Laura Pigozzi- Convegno La Musicoterapia Clinica, OspSan Carlo Mi. 26 nov 16

Al convegno di Musicoterapia Clinica, che si è tenuto all’Ospedale San Carlo di Milano, in questo mese di novembre, mi è stato chiesto un intervento di inquadramento sul significato della voce a partire dall’inizio, cioè dal valore strutturante delle voci familiari. Questo ci permetterà di cogliere un nesso tra il suono dell’origine e il valore trasformativo del suono.

Parleremo di “voci familiari”, pur senza dimenticare che nessuna voce è veramente familiare, nemmeno la propria. Ogni voce è bifronte: sappiamo che è la nostra, la riconosciamo, ma contemporaneamente reca in sé qualcosa di perturbante che ce la rende anche un po’ estranea. E, inoltre, sulla voce non abbiamo il controllo che vorremmo. La voce sfugge sempre, è attraversata da pulsionalità e accidenti a volte indesiderati. Questo statuto incerto della voce è però prezioso nei percorsi vocali con effetti terapeutici perché rivela ciò che non può essere detto. E questo sia che si tratti di un paziente che potrebbe dire, sia che si tratti di un paziente che ha difficoltà a dire (penso alle disabilità intellettive, all’autismo, alle psicosi e ai disturbi di personalità di cui credo gli amici  e i colleghi che parleranno tratteranno più specificamente).

Proviamo a immaginare come si struttura fin dall’inizio questa incertezza, questa perturbanza, in un certo modo salvifica, della voce. Salvifica perché rivelatrice, come dicevamo, e perché ogni processo di cura e di individuazione non è che un processo in cui s’impara a saperci fare con le perturbazioni.

Fatte queste premesse, diciamo che la voce non è solo suono che supporta la parola che serve agli scambi umani, ma il gesto vocale in sé è, strutturalmente, legame con l’Altro già a partire dal primo grido del cucciolo d’uomo indirizzato all’Altro della cura. La capacità della voce di invocare è già legame e possibilità di salvezza …se l’Altro risponde (leggenda storica di Federico II che voleva cercare la lingua fondamentale dell’uomo isolando acusticamente alcuni neonati. Morirono tutti. La voce è vita). A partire dal fatto che la voce è già un invocare ed è già domanda di legame all’Altro, si capisce perchè, lavorando con la voce, si va a toccare qualcosa che è transferale terapeutico a livello profondo. Per di più, prima del grido aereo del nuovo nato, la primitiva percezione della vita e di quello che poi si chiamerà “mondo”, avviene in utero, in acqua…ed è sonora. Il mondo raggiunge l’orecchio ben prima dell’occhio: per ogni essere umano il mondo è prima di tutto un’esperienza uditiva portata da quel telefono senza fili che è la colonna vertebrale materna (sono le ossa i conduttori della voce). La voce, dunque, é primo nutrimento, prima del latte. Proprio nel senso di rafforzare questo legame epifanico andava l’intervento che facemmo, Voce in gravidanza, nell’ambito delle Giornate in Rosa dell’Ospedale San Paolo, volute, pensate, ideate dalla prof. Marconi, qui presente. O come anche il progetto di Musicoterapia in gravidanza condotto dalla dott.ssa Vandoni che credo andasse in un senso simile.

Le voci dei genitori – e avevamo chiamato anche i padri a fare quella esperienza di voce in gravidanza – con le loro modulazioni significanti, inseriscono il bambino in un ordine affettivo e culturale, fondato sulla tonalità e l’accento del gruppo culturale di cui i genitori fanno parte. La famiglia é cultura già in utero: questa considerazione minima ci potrebbe aiutare anche a ripensare al tema dell’utero in affitto, tema a cui ho dedicato alcune pagine del mio libro Mio figlio mi adora.

Le voci dei genitori vengono registrate dal non ancora nato insieme alle tonalità affettive di ciascuno dei due timbri. Una volta nato il piccolo d’uomo si trova in legame con la voce della madre (o di chiunque ne svolga la funzione) , quella voce che , a contato con il figlio, produce il “mammanese”, ovvero il “dialetto delle madri” , scambio di lallazioni, ecolalie, glossolalie, che ha la sua enfasi, il suo colmo, nel puro gioco suono vocalico che genera un intenso piacere dell’organo buccale. Questo piacere d’organo costituisce una sorta di “fase vocale” del bambino (6m-2a, tra la f.orale e la f.anale). Qui impara a cantare la propria lingua: si tratta di atti inaugurali della creazione, una specie preistoria della creatività. Il bambino qui non è già più Uno con la madre, ma comincia ad individuarsi attraverso la voce. La voce fa nascere il soggetto. La voce è il primo gioco del bambino, e il gioco è quello che presentifica l’assenza della madre, che rende presente la madre anche quando è assente, e canalizza nella creazione l’angoscia della sua assenza. E’ proprio nella fase glossolalica che probabilmente nasce la caratteristica improvvisativa della voce umana, indipendente dal canto, esperienza che faccio ogni settimana con il Non Coro, un lab d’improvvisazione permanente che tengo da diversi anni.

La lingua sorge quindi nell’umano come lingua privata tra il caregiver e l’infans, colui che, come racconta l’etimologia, non ha ancora parola. Qui risiede l’evocazione che il canto porta con sé di un mondo primitivo, perso ma mai davvero posseduto, che suscita desiderio per ciò che era immaginariamente il paradiso e che suscita la commozione che proviamo, a volte, quando cantiamo o ascoltiamo una melodia.
La primitiva e primaria funzione materna viene resa di nuovo presente negli aspetti più intensamente melodici del canto. Ogni lingua è prima di tutto cantata da ogni essere umano. La lingua è musica perché ogni lingua ha la sua.

E’ qui che si comprende il valore e l’efficacia della musicoterapia con la voce nella cura o nel sostegno della sofferenza fisica e psichica: il suono ci nutre fin dall’alba della vita, il suono ci costituisce, il suo potere è sorgivo e risorgivo. E’ il motivo per cui ci stiamo qui occupando di Musicoterapia piuttosto che di terapia con altri mezzi espressivi come la pittura o la drammaturgia che pure hanno una loro dignità ma forse non possono vantare la struttura di origine che la voce e il suono hanno.
Il potere del suono è originario e si potrebbe dire quasi taumaturgico: ce ne accorgiamo quando il suono ci abbandona.
Il suono che nasce con la funzione materna è un’àncora che dà il senso dell’esistere nelle comunicazioni laddove la parola manca, è straniera, perturbante, e forse anche un po’ nemica, come nei gruppi eterogenei dei migranti (e di loro con noi che siamo anche noi migranti perché nessuno è davvero installato là dove è). Oppure, laddove ci sono pazienti che non possono aver accesso a una terapia puramente verbale.

La voce del padre (o di chiunque ne svolga la funzione), più bassa e consonantica, presiede al valore ritmico, consonantico della parola, quello scheletro essenziale, di tenuta della parola, che la fa stare in piedi: qui nasce la lingua pubblica, quella che il bambino userà anche per gli scambi col mondo, per farsi capire da tutti, non solo dalla madre. Il ritmo, che entra nella voce con il valore consonantico della voce della funzione paterna, disegna l’ossatura della parola, lo scheletro di tenuta della lingua. La voce maschile è portatrice dei bassi, dunque ancora un valore di sostegno alla prosodia. Chiunque suoni sa che il basso è il ground di ogni melodia (i cantanti avveduti spesso vogliono il basso vicino). Il ritmo, la scansione, la misura e il basso offrono, alla dimensione della creazione, l’incontro tra suono (che fa parte del registro reale, materico) con il ritmo che inserisce il livello simbolico del tempo. L’intervento della funzione paterna, del tempo, della scansione del suono segna l’epifania del linguaggio. Con il linguaggio il mondo si apre: dalla culla alla comunità, dal seno al suono significante

E così se la voce della madre é il suono dell’origine, col suo potere risorgivo nelle difficoltà, la voce del padre potrà essere la musica del mondo.

Il ritmo, portato dalla funzione paterna, è un parametro di soggettivazione: ha a che fare col tempo ma in un modo speciale. I compositori Nono e Ligeti hanno parlato di tempo musicale come pulsazione o evento, qualcosa, cioè, che si avvicina vertiginosamente al tempo psichico: questo è il tempo che dovrebbe portare il padre, un tempo e un ritmo pulsionale, desiderante, non una fredda scansione meccanica.

Cosa succede, allora, nell’incontro tra suono materno e ritmo paterno? Si capisce bene, suono+ritmo fanno musica.
La funzione paterna inserisce una “misura” soggettiva nella lingua materna, separando e rilanciando i suoni, così come il desiderio del padre per la sua donna separa la diade madre-bambino e rilancia, così, la progettualità a tre della famiglia. La voce del padre col suo ritmo indica il confine, il limite.

La prosodia materna, il suo suono e la ritmicità paterna sono gli elementi che permettono il canto. Per cantare ci vuole “della madre” e “del padre”, suono e tempo.  Il canto senza tempo é caos. Senza ritmo il suono non ha impulso (pensate a quelle voci molli senza struttura, lamentose, vagamente ricattatorie) così come senza suono il ritmo é forma vuota (voci normative senza calore prosodico, troppo esigenti).

Allora il canto è arte difficile non solo sul piano tecnico, ma è anche psichicamente difficile, perché domanda inclinazioni apparentemente contrarie. Il canto è collaborazione di pulsione e forma.
Lo spazio, l’attesa nella gravidanza e il tempo che porta il movimento: la madre e il padre. In congiunzione, come dice un verso del poeta Ben Simon (pseudonimo di uno scrittore italiano)

Lo spazio

è mio

Il tempo

è cosa tua.

Di fatto

Il mio progetto

è congiunzione.

Io sono ampiezza

tu ritmo dell’azione

Per concludere: l’uso della voce nella vita adulta rievoca i primi legami ma è capace di trasformarli e di inserire nuovi suoni, nuove parole, nuovi incontri. La voce è trasformazione.

Come avrete compreso Il mio approccio alla musicoterapia è di tipo psicanalitico: come la psicanalisi è una cura con le parole, analogamente in musicoterapia è il linguaggio musicale ad essere il mezzo di lavoro con il paziente. L’improvvisazione musicale è il cuore del rapporto col paziente che può portare il suo materiale musicale così come in seduta si portano i sogni e le associazioni. Non si può fare un’analisi per iscritto, non solo perchè c’é lontananza dei corpi ma per l’assenza della voce, del suono. Senza suono nessuna analisi può farsi. E’ l’assonanza, infatti, che offre la compiacenza sonora che produce un’associazione o un lapsus. E’ la sonorità di una lingua che concede, come un regalo, l’errore rivelatore. L’inconscio insiste sulla voce. Insiste, come un riff, un groove, un obbligato. Come un pattern che si fatica a non ripetere, come un’ossessiva melodia. Nell’improvvisazione, come nel transfert, si fa musica con l’incomprensibile e l’imprevisto. ll tansfert non è un protocollo anticipato. Come nel jazz, ciò che funziona non è scritto prima.

“La prosodia vocale degli analizzanti cambia nel tempo del lavoro analitico. Persone che erano voci urlanti, oppure voci senza suono, ritrovano una voce umanizzata: una voce che hanno e non più che sono.
La voce ha una qualità abissale: non si sa mai bene da dove venga, da quali intimità sorga, né con che tipo di suono si manifesterà. E’ inafferrabile, enigmatica e, come tutti i misteri, invoca e interpella da una posizione d’ombra.” (A nuda voce)

Questa voce è stata pubblicata in Psicoanalisi, Vocalità e Musica. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>