Una scrittura jazz…..

Ho appena terminato di leggere questo denso libro. E’ stata un’esperienza profonda, coinvolgente, appassionante. Questo libro è stato davvero un Altro che mi ha continuamente interpellato, richiamato, provocato anche. Insomma, ciò che ogni buon libro riesce a fare, ciò che dovrebbe fare ogni testo degno di portare questo nome.

Non è stata una lettura facile, quasi digiuno come sono di nozioni psicoanalitiche. Mi sono spesso dovuto fermare per approfondire concetti, presi soprattutto dalle opere di Freud e Lacan, leggere passi di queste e poi ritornare al testo. O solo fermarmi a riflettere, ad ascoltare l’eco che alcuni paragrafi mi avevano suscitato dentro.

Ma ai momenti di faticoso desiderio è sempre seguito un appagamento che non era mai un ritorno allo status quo ante, ma sempre un passo in avanti, un nuovo riconoscimento. Sento di dover qui esprimere la mia gratitudine all’autrice per queste piccole iniziazioni (è un termine che preferisco nettamente allo scientifico “transfert”).

Arduo è dare un’idea anche sommaria della ricchezza tematica dell’opera: il riassunto che nell’introduzione la stessa autrice fa dei temi trattati non esaurisce affatto le suggestioni, gli spunti, le improvvisazioni e le digressioni – le SORPRESE – di cui è ricca la scrittura di Laura Pigozzi – una scrittura davvero jazz! Bisogna addentrarsi nel corpo vivo del testo, ascoltarne appunto la viva voce, per apprezzarne appieno le potenzialità. Qualsiasi riassunto che io possa farne, per quanto animato e marcato da quella voce, non sarà altro che un’idealizzazione.

Nel primo capitolo fa subito irruzione la provocante identità di voce e inconscio, di voce e Altro. Vi si introduce il parallelo tra voce nel canto e nella seduta psicoanalitica che come un fil rouge attraverserà tutto il volume, e farà davvero molta strada. Perché la psicoanalisi – l’autrice lo afferma appassionatamente – partecipa dello statuto dell’arte. Vi si dà la magnifica definizione della voce come ARCHITETTURA PULSIONALE. Vi si introduce anche un’altra definizione che farà molta strada, quella della voce come “oggetto a”, sempre sulle orme di Lacan. Tra molto altro.

Il secondo capitolo è dedicato ad una prima importante ambivalenza insita in ogni voce: quella familiare/estraneo. Vi si scoprono le marcature del materno e del paterno, del detto e del non-detto, nella pasta vocale, nella prosodia, nel ritmo. Vi fa il suo ingresso il concetto di TIMBRO, che avrà poi nel terzo capitolo interessantissimi sviluppi. Vi troviamo i tre registri di Lacan – reale, immaginario, simbolico – applicati alla voce. Facciamo la conoscenza di una voce di confine tra l’animale e il divino: lo shofar (anche questa la ritroveremo). Scopriamo che senza voce, letteralmente, si muore. Tra l’altro.

Nel terzo capitolo si esplora la femminilità della voce, e scopriamo con sollievo che essa è qualcosa di più, d’altro, di eccessivo rispetto a un mero oggetto di desiderio: che è NON-TUTTA OGGETTO a. Scopriamo che nel canto si può sperimentare un

GODIMENTO diverso, femminile, anzi AL femminile, che si distingue per un doppio movimento, centrifugo e centripeto, attivo e passivo. Tale scoperta è stata per me una delle iniziazioni più significative. E in coda ci viene detta la singolarità di ogni voce. Sempre tra molto altro.
Nel quarto capitolo, infine, ci spostiamo dal godimento al DESIDERIO veicolato dalla voce. Viene qui finalmente esposto distesamente, dopo tante promesse, il tema del TIMBRO BLU, quella voce che ci interpella “da una posizione d’ombra, inscritta nell’Altro”, che “ci tiene sospesi in una domanda che è sempre una domanda d’amore”. Dal timbro blu alla voce delle SIRENE (come lo shofar, una voce di confine) non c’è che un passo: passo che l’autrice compie con grande maestria. Il lato oscuro del desiderio si chiama ANGOSCIA: l’autrice ci mostra come il suo attraversamento – la paura di perdere (il controllo del)la voce – sia una tappa dolorosa ma necessaria nell’apprendimento del canto. Scopriamo così cosa sia una VOCE ARTISTICA, quella che nasce per sublimazione della pulsione sessuale sfuggendo alle trappole dell’idealizzazione – il “delitto dell’imperfetto”. E poi, altro.
Ci sono voci che sono veri e propri antidoti contro questo crimine contro l’umanità: una di esse è quella di Billie Holiday, cui è dedicata – ultima, piacevolissima sorpresa – l’appendice che chiude il volume.
Non mi resta che raccomandare caldamente quest’opera preziosissima non solo ai cantanti, agli attori, agli insegnanti, a tutti coloro insomma che in un modo o nell’altro lavorano con la voce, ma anche a tutti quelli terenzianamente curiosi della natura umana: a quelli che ricercano un godimento nei limiti dell’umano e che umanizzi l’uomo, e non lo disumanizzi.
Paolo Carrega

Laura Pigozzi, A nuda voce. Vocalità, Inconscio, Sessualità, Alberobello, Poiesis, 2016.

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