Perché Moby Dick non canta?

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Achab e Ulisse

Achab è la storia di un’attrazione totale e fatale

L’alba della nostra cultura racconta di un altro richiamo da cui ogni difesa é vana: quello delle Sirene

Achab e Ulisse sono due storie di possessione, d’incantamento, d’abisso e di brama

Il “libro malvagio”, come Melville definì Moby Dick, é un’anti- epica, nel senso che il racconto (epos) è ciclopico ma non glorioso: Achab è un Ulisse che non torna, un Ulisse che si perde

Achab come Ulisse, è una vestale dell’Ideale, ma a Achab manca la profezia che ripara Ulisse: lui non gode della rete protettiva di Circe (farsi legare) che fa da limite, da castrazione che salva

Moby Dick é indubbiamente la Sirena di Achab. Con una differenza: non canta

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La voce delle Sirene

Come definisce Omero la voce delle Sirene?

Predice Circe a Ulisse: “Colui che ignaro s’accosta e ascolta la voce (phthóngos) delle Sirene, non rivedrà più moglie e figli”

La voce come phthóngos è suono della natura, usato per animali e per fenomeni naturali. Le Sirene di Omero mugghiano come il vento, come un ariete. Come uno shofar ebraico. Sono totemiche

Omero dice che la voce delle Sirene é anche Liguré, cioé dal suono stridente, acuto La doppia voce delle Sirene esiste in natura. C’è chi ha entrambi questi registri, acuto e grave. È la balena

Registrazioni del canto delle balene con idrofoni di profondità testimoniano dello struggimento che il suono acuto procura nell’ascoltatore

Curiosità: è stato registrato un suono di balena molto più acuto degli altri e i ricercatori ritengono che appartenga a una balena solitaria che naviga tra l’Alaska e la California, il cui suono sovracuto non viene riconosciuto dagli altri cetacei che la lasciano perciò sola

Ascoltando il canto delle balene dal vivo, su una piccola barca, come mi é capitato in Alaska (le foto sono di quel viaggio), al di sopra della superficie del mare e senza strumentazioni sofisticate, il suono prevalente è simile a quello emesso da una nave in partenza: un suono cupo e profondo, potente e indubbiamente evocativo.

È il noto canto delle balene… Le balene sono, dunque, una metonimia acustica delle Sirene?

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Il sapere delle Sirene

La voce doppia delle Sirene si offre in un canto (aoidé/aedo) sapienziale: sí, perché un’altra denominazione omerica per la voce delle Sirene è óps(vak in sanscrito) e indica sia la voce degli dei che quella di animali, sia suono di natura che voce rivelata

C’è un’altra interessante questione nel testo omerico: óps, suono e racconto insieme, è in relazione con térpomai, verbo che indica il godere. Cantano le Sirene:”Vieni, celebre Odisseo, grande gloria degli Achei, e ferma la nave, perché di noi due possa udire la voce (óps)….egli va dopo averne goduto (terpsamenos) e sapendo più cose.”

È bene sottolineare che il verbo qui usato è terpsámenos, ed è, tecnicamente parlando, al modo participio, tempo aoristo, aspetto perfettivo: ciò indica lo stato del soggetto modificato da un’azione.

Ipotizziamo allora che il “saper più cose” modifica il soggetto che le ascolta

Il godimento che procura la voce in quanto óps, si rivela come godimento di sapere. Ma cosa saprà esattamente, in più, Ulisse?

Proseguono le Sirene: “Perché conosciamo le pene che nella Troade vasta/soffrirono Argivi e Troiani per volontà degli dei/conosciamo quello che accade sulla terra ferace.”

Le Sirene racconteranno a Ulisse ciò che ha vissuto. Che sapere é mai questo, dunque?

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Il sapere bucato

Non promettono, le Sirene, un sapere lontano, esoterico, magico; al contrario Ulisse saprà, in fondo e fino in fondo, ciò che già sa o pensa di sapere, ciò che ha già compiuto…

ma raccontato da un Altro, detto di nuovo, nell’eco di un’altra voce, in un altro racconto.

Il sapere promesso dalle Sirene è un sapere Altro…un sapere bucato… Una sublimazione

…che spesso agli uomini non basta perché cercano, piuttosto, il Sublime

La voce delle Sirene non è il grido della madre fusionale, come qualcuno ha sostenuto, ma è il sapere acquatico, oscuro, incerto del femminile

Mentre le Sirene promettono un sapere bucato (“egli va sapendo più

cose”, quindi non Tutto), Ulisse, come Achab, cerca il Tutto.

La terra promessa, per ogni marinaio, é l’assoluto, il sapere totale

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Perché Moby Dick non canta?

Moby Dick è la Sirena di Achab, lo tenta, lo ossessiona. Ma non canta. Perché?

Perché Moby Dick é un “lui”, nel romanzo è indicato al maschile

Non canta perché é l’Uno, e l’Uno non ha variazioni, né modulazioni

Non canta perché sul Pequod ogni femminile è espulso… E la voce è femmina: anche le voci vanno prese “una per una”

Achab si perde perché nega che la balena sia femmina

I cataloghi dettagliatissimi, la perizia epistemica con cui si cerca di contornarla, pensano al maschile e la fanno maschio: e allora é l’elenco che finisce per debordare

Sul Pequod vi é un sacro vincolo tra maschi, quasi coniugale, come il letto matrimoniale condiviso da Ismaele e Quiqueeg, con cui si apre il romanzo

L’omoerotismo idealizzato dei marinai si dispiega anche nel sacro rito

(“dolce lavoro”) di spremere insieme lo spermaceti: “spremiamoci tutti l’uno nell’altro”. “Magari avessi potuto spremere quell’olio di spermaceti per sempre”

“spremetti quello spermaceti finché fui pervaso da una strana follia e mi accorsi che inconsapevolmente spremevo in esso le mani dei miei compagni di lavoro guardandoli teneramente negli occhi”

Nelle visioni notturne di Ismaele ci sono schiere di angeli con le mani nella giara di spermaceti

Il romanzo è un tripudio di tratti maschili: come il totemico capitolo sull’enorme pene di Moby Dick, che non bastano tre uomini a portarlo o come la descrizione della tunica fatta della pelle del pene del capodoglio indossata dal marinaio che lavora il grasso della balena

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Annuncio della Spedizione di Ernest Shackleton sull’Endurance (1914)

Cerchiamo uomini per viaggio pericoloso, salario minimo, freddo pungente, lunghi mesi in completa oscurità , pericoli costanti, incerto ritorno, onori e riconoscimenti in caso di successo

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Centinaia di uomini risposero a questo terrificante annuncio. Cosa li spinse a farlo?

La certezza che lì, nell’avventura marina, non avrebbero incontrato il femminile

Ma quando si fugge il femminile ciò che si incontra é la Madre terribile, la coccodrilla, la grande divoratrice

Moby Dick é la grandiosa rappresentazione dell’universale cannibalismo della Madre

Melville scrive “il mare è come una madre che uccide i suoi figli”.Fuggendo il femminile si finisce in pasto alla Grande Madre

Tragicamente, ogni uomo ha una sua fedeltà alla madre. Si può forse dire che la clinica del maschile incontra spesso una diversa declinazione di tale fedeltà (dal dongiovanni, all’omosessuale, all’impotente)

La fedeltà alla Madre, svaluta il lato femminile dell’umano

L’ossessione di Achab è fissa, ferma all’attimo del godimento sublime – e non sublimato - della sua prima balena che s’annoda all’ultima, l’assassina

La balena è la sua Regina Gezabele, quella da cui il biblico re Achab era posseduto

“Siamo tutti Acab su questa nave, pronuncia Starbuck, siamo tutti alla ricerca della nostra balena”. Ma una balena che resta Cosa muta per l’uomo

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La meravigliosa ossessione

Achab non riconosce la balena come femmina e, in un doppio disconoscimento, l’affronta come si affronterebbe un maschio possente- come non fosse, invece, di fronte al sublime gorgo del godimento – e, così, perde

La Madre in quanto gorgo non canta perché al posto dell’onda sonora che dal centro va verso l’esterno – simile al godimento diffusivo femminile – Moby Dick genera un movimento inverso, cioè un vortice, che attira nave, lance e uomini giù, verso l’abisso del mare

Una fine che i marinai hanno già conosciuto nel testo di Poe “Una discesa nel Maelström” (1841), in cui l’imbarcazione è sospinta al centro di un vortice perenne, a forma di cono rovesciato – una sorta di utero riassorbente – che getta i malcapitati verso il centro della terra. Il protagonista – che anche lì si salva aggrappato a un barile di legno- dice: “Trovavo meraviglioso morire così”

Il canto è femminile: l’onda che si propaga nel corpo di chi canta somiglia all’onda del godimento femminile, é eccentrica, diffusiva

Il gorgo di Moby Dick è muto perché ha un moto contrario al canto: scaraventa verso un centro. Somiglia a quello di una madre inclusiva

La fine dei marinai risucchiati nel gorgo, nel fondo del mare, è l’inverso di un parto

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Il grido femminile di Achab

Achab affronta un tale assoluto, un tale orrore, credendolo maschile, cioè affrontabile. Invece, contro l’attrazione della Madre, che spinge – ancora e ancora – nel suo ventre non c’è lotta, ma solo resa

“o balena che tutto distruggi e nulla vinci”, grida un Achab che muore pazzo come l’amato padre del dodicenne Melville

E, così, il femminile espulso si ripresenta laddove non lo aspetteremmo: nel grido di Achab, quasi egli fosse una donna presa dal gorgo dell’amour fou

Chiudendo il libro, sentiamo ancora nelle orecchie l’eco della voce di Achab che, mentre fuor di senno va incontro a quelle fauci spalancate, pare che gridi o, di-sgraziatamente, canti: “Encore, Encore”!

L’urlo “Encore, Encore”, che l’isterica grida all’uomo-Dio, Achab sembra indirizzarlo - attraverso il dio ctonio che è Moby Dick – alla madre “pazza” che lo ha lasciato solo al mondo e l’ha maledetto con un infausto nome

Un Achab-femmina che chiama la Madre. “Encore, Encore” non è forseanche l’urlo dei ravage più tossici e ostinati?

(Articolo di Laura Pigozzi pubblicato in : Moby-Dick; ou, le desir dont il s’agit , Edition du Crepuscule )

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