Maria Callas, il film di Tom Volf

Ieri, grazie all’invito di una amica, sono riuscita a vedere il film-evento (in sala solo per tre giorni e oggi è l’ultimo) sulla Callas. Il film è una tessitura di documenti interessanti e dimostra come l’arte del montaggio, operando per tagli e legami, sia una vera lingua. Chi fa il montaggio opera un po’ come l’editor di un libro: per tagli che raccontano invece che privare.
Nel film di Tom Volf troviamo una Maria spessa e viva, gaia e profonda. E molto intelligente, che pensa e prende sul serio le domande dei giornalisti, che risponde con osservazioni acute e composte ma non rigide o altere. Molto consapevole, tra altre cose, di tutta la solitudine che c’è nel privilegio del successo. E del fatto che si possa essere forti ma anche desiderose di protezione (lasciò Meneghini perché non si sentiva più protetta da un uomo a cui il successo della moglie aveva dato alla testa). Ne hanno fatto una diva, ma il ritratto di Tom Volf a me ha comunicato anche quello di una solida ragazza greca coi piedi per terra. Ne vien fuori, infatti, anche una Maria gran lavoratrice, come diceva la sua insegnante: un’allieva esemplare, intelligente, ubbidiente, e che, giornalmente, lavorava moltissimo sulla sua voce. Meglio dirlo chiaro alle giovani allieve.
Un’artista molto consapevole anche della sua arte improvvisativa. Lo dice testualmente: se qualcuno viene due file di sera non ascolterà mai la stessa interpretazione. E’ un fatto, credo vivamente che lei riesca a rendere meno stereotipata l’opera che con lei diventa reinvenzione.
Come ho detto anche altrove, dal punto di vista dell’intenzione musicale, la Callas mi sembra la Holiday della lirica, come la Holiday, la Callas del jazz.
Il dipinto qui sotto è un mio piccolo omaggio a lei e anche al suo leggero strabismo di Venere che dona alle donne forti una lieve traccia di fragilità.

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