Mio figlio mi adora. Recensione di Paolo Carrega

Immagine:
Aguste Rodin. Madre e figlia morente, marmo
1910

Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d’amore,
se non d’un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.
(Pasolini)

Questi versi della poesia Ballata delle madri di Pier Paolo Pasolini potrebbero ben figurare come epigrafe a questo testo, che articola in molteplici flessioni un discorso lucido e sfaccettato sull’ambivalenza e i pericoli del rapporto madre/figlio. E lo fa con coraggio di fronte a un discorso sociale dominante che oggi più che mai esalta tale rapporto e ne fa un modello ideale, in uno con la forma di famiglia che ne scaturisce.

Il discorso si inaugura – non a caso, come vedremo – con una critica del concetto di Natura (o, meglio, del suo utilizzo superficiale e acritico nel discorso sociale cui si è accennato – che è per meglio dire una critica dell’equazione Natura=Bene, Naturale=Salutare. Per contrasto, l’autrice esamina la riflessione di De Sade sulla natura, che ne mette in luce il carattere oscuro e distruttivo (…”quella bestia di cui parli continuamente senza conoscerla, e che chiami natura”, così il Divino Marchese si rivolge al lettore nell’introduzione alle Centoventi giornate di Sodoma). Ne segue la critica del concetto di istinto materno, che si dovrebbe sostituire con quello più culturale di sentimento materno. L’autrice però mette anche in guardia contro lo sbilanciamento del rapporto Natura-Cultura verso la Cultura, che ignora il dato anatomico (il corpo) nella sua funzione di limite. Insomma, il testo afferma la necessità di un equilibrio tra Natura e Cultura, o, adottando poi una metafora del discorso biblico, tra Sangue e Legge.

Nel secondo capitolo facciamo la scoperta che un unico (e inedito) modello famigliare si cela dietro l’apparente varietà odierna: è quello della famiglia inclusiva, il cui nucleo è la diade madre-figlio. In tale modello l’Altro si identifica con l’identico, quindi in pratica cessa di essere Altro. Tale famiglia non tollera la differenza, quindi chi ne entra a far parte subisce un processo di omologazione-normalizzazione.  La stessa sessualità dei figli è intrappolata nel claustrumdi questo tipo di famiglia, dove i familiari sono anche confidenti. In tale modello, inoltre, il figlio passa da soggettoin un rapporto di trasmissione simbolica a oggettodi un bisogno di gratificazione narcisistica del genitore – dal momento che, nella società dello spettacolo, l’essere genitori non è più una funzione simbolica (un compito) ma uno status esibizionistico -  ma anche oggetto, più semplicemente, del bisogno di “assicurarsi per sempre l’affetto di qualcuno” (p. 31).  Nel caso poi di famiglie omosessuali diviene problematica anche la questione dei fantasmi dell’origine. Il capitolo si conclude con l’acuta osservazione sul modo corretto di intendere l’espressione “mio figlio”: non “mia proprietà, mio possesso“, ma “colui che da me proviene, che è nella mia linea di trasmissione, della cui emancipazione e futura capacità di generazione ho la responsabilità” (p. 38).

Taleclaustrofiliasi manifesta anche nell’ostilità della famiglia odierna nei confronti della scuola. Quest’ultima è un luogo di socialità, dove il bambino si apre al mondo e fa esperienza della differenza, e questo che la rende radicalmente incompatibile con la claustrofilia. Le si preferisce perciò l’homeschooling. Ma “la passione per il sapere è eros: e l’eros è meglio non consumarlo in famiglia” (p. 42). Tale ostilità si va estendendo sempre più anche alla piazza e al cortile. Sono questi i problemi affrontati nel terzo capitolo.

Tema del quarto è il figlio come opera d’arte e l’opera d’arte come figlio. Anche in questo caso il genitore vuole fare del figlio, narcisisticamente, una copia perfetta di sé, un automa, piuttosto che un altro autonomo. Come, nel mito Ovidiano, Pigmalione con la sua statua, di cui si innamora. Infatti in un rapporto genitore-figlio di questo tipo c’è sempre una forte componente di elementi erotici idealizzati, che incideranno negativamente sulle future relazioni del figlio, fatalmente destinate a formarsi su modelli perversi. Se l’inconscio, à la Lacan, è “l’Altro a cui chiediamo che vuoi?” la terribile risposta in questo caso è la completa omologazione: il che vuoidiventa che mi vuoi?, il soggetto diviene oggetto.

Figli in ostaggio: l’espressione del sottotitolo viene spiegata diffusamente nel quinto capitolo. Si tratta di una forma di rapimento psichico, che l’autrice ipotizza risultante da un inedito intreccio tra due sindromi psichiche già note: quella di Stendhal e quella di Stoccolma. Il nodo occulto comune a entrambe è “la relazione arcaica col materno, in cui qualcosa è rimasto non simbolizzato ma attivo”. Tale inedita costellazione è illustrata con profusione di casi clinici, cui potrebbe aggiungersi forse – mi permetto di suggerire – il mito di Mordred e Morgana. Tale stato di cattura psichica viene accostato poi alla classica accidia, che viene riportata al suo senso etimologico: mancanza di cura di sé, impossibilità a rappresentarsi come esseri autonomi. Tali figli non concepiscono la possibilità di prelevare solo qualcosadel familiare, sono assorbiti dalla totalità.

Si procede quindi, nel sesto capitolo, alla critica della definizione di famiglia monogenitoriale, vista come un sintomo dello sbilanciamento verso i figli a scapito della coppia genitoriale nell’odierna cultura della famiglia, definizione che l’autrice propone dunque di sostituire con famiglia separata. Le madri separate (ma anche non separate) oggi rischiano di divenire vedove bibliche, cioè donne che hanno riversato tutta la loro libido sui figli, come le vedove di Nain e Zarepta di cui si racconta la storia nella Bibbia: i loro figli morti sono resuscitati rispettivamente dalla parola di Gesù e di Elia (“Ragazzo, risorgi”; “Dammi tuo figlio!”) che li separa simbolicamente dalla madre restituendoli alla vita autonoma. Infine l’autrice elogia nuovamente la differenza, quella differenza che la famiglia monogenitoriale, avanzo di famigliasecondo la calzante definizione di un paziente, per definizione nega.

Nel settimo capitolo si esemplifica tutto quanto finora esposto nel film Adore, tratto dal romanzo di Doris LessingLe nonne: in particolare l’accento è posto sul carattere di abuso sessuale(o quanto meno sessualizzato) del sequestro dei figli da parte dei genitori, anche quando non viene attuato, come invece accade (anche se solo attraverso una traslazione) nella finzione in oggetto.

Ecco che nell’ottavo capitolo giungiamo dunque alla distinzione tra la Madre e la madre: la prima è la madre “naturale”, cioè figlia in realtà dell’ideologia della natura, che non coglie l’ambivalenza insita nella funzione materna (cura-distruzione); la seconda è la madre simbolica, Altra, che non si chiude al mondo, che si appoggia a terzi nella cura, consapevole della sua femminilità e dell’enigma che essa porta con sé. Segue una divertita appendice sul diffondersi della tentazione alla dipendenza anche nel rapporto con gli animali domestici.

Nel capitolo 9 viene illustrato il concetto-chiave diplusmaterno: “la forma in cui la funzione simbolica materna è sostituita da quella simbiotica, in cui un limite è sostituito dalla legge arbitraria della carne” [p. 109]: il termine serve a mettere in evidenza l’eccessocontenuto in questa forma del rapporto madre-figlio. In tale rapporto simbiotico il fatto che il seno materno sia percepito dal bambino come parte del proprio corpo non è un’illusione necessaria, ma un reale, una “sostanza che dà dipendenza”: in ciò l’autrice vede la vera origine della personalità dipendente. Il discorso indugia poi per molte pagine sulla pratica del co-sleeping, sottolineandone il carattere di vero e proprio abuso, che può avere conseguenze gravi sulla vita affettiva e sessuale del figlio. Altro “momento topico d’espressione” del plusmaterno è il parto, che diviene sempre più un momento di autogratificazione narcisistica per la madre e non un momento importante di un progetto di coppia. “Nodo atroce di attività” dello stesso è poi la confidenza segreta, nella quale si esprimerebbe un’ulteriore forma di abuso recentemente definita “alienazione parentale”. Tirando le fila del lungo discorso, l’autrice infine afferma: “E’ nitida la connessione tra il godimento della madre e l’attuale disagio della civiltà: anche il sociale – come il plusmaterno– predilige godimenti ipnotici e tossici che mantengono i soggetti impotenti e dipendenti come neonati al seno capitalista. Il discorso della Madre (in maiuscolo) è il nuovo discorso del Padrone e il plusmaterno è il sistema in cui si esprime” [p. 128]

Il capitolo seguente è una digressione su una declinazione inedita della violenza di genere, la violenza nel genere: la violenza della donna sulla donna è violenza della madre sulla madre, un conflitto intorno al nodo dell’identità materna. Questa assume tanta importanza perché spesso diviene una comoda scorciatoia per evitare il lavoro di costruzione della femminilità, lungo e difficile per ogni donna, che procede per identificazioni parziali dettate dall’inconscio, e spesso in contrasto col discorso del Padrone.

A seguire, l’autrice avanza la seguente ipotesi sull’origine della violenza domestica: “una famiglia inclusiva, retta dalla legge del plusmaterno, destina un figlio alla ricerca di partner con cui instaurare legami altrettanto abissali di quelli che esistevano nell’abuso domestico”. Più in particolare, sostiene che “infanticidio e femminicidio condividono una radice simile: sono causati da soggetti che non possono percepire l’altro come separato da sé” [p. 134-135], chiosando: “La questione implicita nel femminicidio non è il genere, ma, come nell’infanticidio, la dipendenza” [136]. E cos’è la dipendenza? “Il godimento segreto della coppia simbiotica […] di distruggere l’altro per vivere a sue spese e farne un oggetto d’uso da consumare per sentirsi esistere” [139]. Per questo, il primo lavoro che va fatto in analisi con soggetti vittime di abuso domestico è quello di devittimizzarli, vale a dire restituirli alla propria soggettività e responsabilità, che è, secondo l’etica lacaniana, la responsabilità del proprio desiderio. “Desiderio che non è bisogno, pulsione o appetito, ma domanda, che poi è sempre domanda d’amore” [142].

Ma qual è insomma l’antidoto al plusmaterno? Lo scopriamo nell’ultimo capitolo: è il lavoro del padre. Scindendo questa espressione, abbiamo da un lato il padre, che non dev’essere un padre narcisistico né asservito alla madre, ma un padre genitale: consapevole del proprio corpo ma senza farne esibizione. Infatti, sono il corpo, la voce, l’odore del padre, la sua concretezza fisica, a separare madre e figlio. Ma attenzione al padre che si crede salvatore: “Il figlio – o un popolo – che vuole un salvatore, resta bambino”[150]. Questo padre non svolge la funzione che gli è propria, ma sostiene il plusmaterno. Dall’altro lato il lavoro: lavoro che nasce come tentativo di decifrare l’enigma del messaggio paterno. “Al figlio tocca uccidere il padre. Qual è il modo di uccidere un padre? Con il lavoro, trasformandolo nell’opera: la propria”[152].

Un esempio mirabile di questo elaborare è proprio in questo saggio, dove l’autrice applica con intelligenza e coraggio le categorie analitiche lacaniane al suo tempo, illuminandone con amore filiale gli enigmi.

Paolo Carega

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