Le quattro lettere di Gertrude

F. Hayez, La monaca di Monza

Da Luigi Burzotta, psicanalista a Roma

«Gertrudina, Gertrudina!» Risuonava nel silenzio dei lunghi corridoi tirati a cera e le suore si rimandavano di bocca in bocca il nome vezzeggiato di Gertrude, come uno di quei dolcini che soltanto loro sanno confezionare nella quiete del chiostro.

Al suono di quella voce il cuore di Gertrude non si gonfiava più, come accadeva quando non conosceva ancora il turbamento, che i racconti delle educande le avevano iniettato: con le immagini a lei sconosciute di brillanti e variopinti sogni mondani.

Il richiamo delle suore la coglieva adesso in qualche angolo isolato del convento, intenta nello sforzo di animare, sulle bianche pareti, qualcosa che somigliasse ai racconti delle sue più fortunate compagne. Era il suo un lavoro di collage con immagini prese a prestito; perché, per quanto sforzo facesse, non le riusciva di trovare nel suo ricordo che qualche larva sbiadita e senza vita.

Per questi nuovi sogni mancava a Gertrude il materiale da costruzione. Non c’era in lei alcun ricordo, per quanto deformato, che la legasse alla radice del proprio godimento.

Il desiderio, timidamente rianimato dalle scosse dei tumultuosi progetti delle compagne, non aveva di che sostenersi: Gertrude non disponeva della molla di un proprio «fantasma».

La primissima infanzia era stata come cancellata da una puerizia, condita di santini e di bambole che rappresentavano suore: le sole immagini disponibili come io ideale su cui modellare il proprio io.

Quanto all’Ideale dell’io ci aveva pensato il Principe padre a scolpirlo nella sua mente con espressioni del tipo: «…il sangue si porta per tutto dove si va»; con la precisa allusione al destino di comando che a Gertrude era riservato, nel monastero che l’avesse accolta.

Attorno alla piccola era stato tramato un ferreo involucro di significanti, per i quali obbligatoriamente doveva passare la sua domanda; e sui quali alla lunga la domanda si era atrofizzata, provocando il collasso del desiderio e l’eclissi del fantasma.

Dunque a Gertrude non era rimasto che identificarsi a quello squallido tratto: lo scarno e rinsecchito scettro in un monastero; e per il resto sparire.

Nel seminario del 26 novembre 1969 Lacan postula quattro modalità per il soggetto, in quanto parlante, di collocarsi in un discorso. Ne consegue la formulazione di «quattro discorsi»: quello del Maître, quello dell’Isterica, quello dell’Università e quello dell’Analista.

Ogni struttura soggettiva, vi si configura per la posizione che, in ciascuno dei discorsi elencati, occupano i quattro significanti fondamentali, che Lacan ha isolato nel corso del suo insegnamento.

È il suo apporto originale nel campo freudiano l’aver sintetizzato in poche lettere la scrittura per una logica dell’inconscio.

S, è lo stesso soggetto, barrato per prima intenzione, giacché, come essere di linguaggio, non può che sussistere in qualche significante e per il resto sparire;

S1, è il signifiant maître, il tratto unario dell’Identificazione, l’Ideale dell’io;

S2, è il sapere inconscio, il rappresentante primariamente rimosso della rappresentazione; di questo sapere l’Altro, quello senza il quale non ci sarebbe parola per il soggetto, proprio dal soggetto è supposto esserne gravido;

a, il plus de jouir, è l’oggetto piccola a, l’oggetto fantasmatico a cui è legata la nostalgia del godimento e perciò detto causa di desiderio.

Questi significanti possono ruotare su di un quadrante a quattro settori, che designano quattro posti fissi; e dalla posizione dei primi sui secondi il soggetto risulta preso in una rete, che specifica la struttura del discorso.

Il discorso del Maître è quello in cui S1, il signifiant maître, occupa il posto principale:

S1/$    S2/ a    Agente/Verità     Altro/Produzione

Che il discorso del Maître, «del padrone antico», possa applicarsi all’infanzia e all’adolescenza di Gertrude non deve sorprendere; perché «…ciò che instaura, installa, mantiene il discorso del Maître, è del tutto escluso che sia la forza, giacché, malgrado tutto, coloro ai quali questo discorso si applica sono la stragrande maggioranza»[1].

Gertrude era l’ultima figlia di un gran Principe che seguiva in modo rigoroso la legge del maggiorasco, quella legge che riservava al primogenito, oltre al titolo, tutte le sostanze della famiglia, nel modo più completo che si potesse.

«La nostra infelice era ancora nascosta nel ventre della madre, che la sua condizione era già irrevocabilmente stabilita»[2]; pure il nome, s’intende, che nell’intenzione del padre doveva richiamare l’idea del chiostro.

Non si può dire che il Principe non avesse riposto delle speranze sulla figlia, perché al contrario aveva il preciso progetto di farne la principessa del locale monastero.

Così Gertrude pure lei è inserita nel discorso del «padrone antico», quello in cui il significante principale, il tratto unario dell’Identificazione è al primo posto.

E bisogna dire che Gertrude si accomoda bene in questo discorso, già tutto imbastito, sapientemente su di lei nei primi sei anni di vita: «tu sei una ragazzina» le si diceva: «queste maniere non ti convengono: quando sarai madre badessa, allora comanderai a bacchetta, farai alto e basso».

Oppure quando il Principe la riprendeva per certe maniere troppo libere e familiari, «ehi! ehi!» le diceva; «non è questo il fare di una par tua: se vuoi che un giorno ti si porti il rispetto che ti sarà dovuto, impara fin d’ora a star sopra di te: ricordati che tu devi essere, in ogni cosa, la prima del monastero; perché il sangue si porta per tutto dove si va»[3].

Entrata nel monastero all’età di sei anni, Gertrudina è per tutte: la signorina, per antonomasia; ed è trattata dalle monache con la stessa familiarità rispettosa, che esigono per se stesse dalle altre educande.

Le monache, complici compiacenti del Principe, si accomodano di buon grado a occupare nella struttura del «discorso» di Gertrude il posto dell’Altro, di quello che come tale deve, è supposto sapere. Lo stesso posto è detto anche «del servo antico» e come tale, chi lo occupa, quel sapere deve cederlo.

Tutto va bene finché sono le monache, e soltanto loro, a recitare la parte del «servo antico» dal posto dell’Altro.

S1/$    S2/ a    Agente/Verità     Altro/Produzione

Gertrude non deve nemmeno darsi la pena di interrogarle sul loro sapere; esse glielo danno, tutto in anticipo e spontaneamente, questo sapere sulla sua verità: «Gertrudina! Gertrudina!» ripete l’eco dalle candide volte del monastero, facendo vibrare le corde più intime di Gertrude; ma non sono che scampoli di godimento.

Quando il soggetto, $, è strettamente legato a S1, il soggetto cioè aderisce tenacemente al suo Ideale, si produce l’illusione che «l’inserzione nel godimento è il fatto di sapere»; dal momento che l’interdizione del godimento è preliminare nel discorso del Maître e la congiunzione di S con S1 vi si fa a spese del «fantasma».

Ma tra le educande del monastero «ce n’erano alcune che sapevano d’esser destinate al matrimonio. Gertrudina, nodrita nelle idee della sua superiorità, parlava magnificamente dei suoi destini futuri di badessa, di principessa del monastero, voleva a ogni costo esser per le altre un soggetto d’invidia; e vedeva con meraviglia e con dispetto, che alcune di quelle non ne sentivano punto. All’immagini maestose, ma circoscritte e fredde, che può somministrare il primato in un monastero, contrapponevano esse le immagifii vere e luccicanti, di nozze, di pranzi, di conversazioni, di festini, di villeggiature, di vestiti, di carrozze»[4].

Finora Gertrude ha trovato il proprio sostegno nell’identificazione al tratto unario; ed è così saldamente legata ad esso, al «testimone», allo scettro che il Principe padre le ha posto tra le mani, che ogni possibilità di nuova attitudine ne è condizionata.

Di fronte a questo nuovo sapere così allettante e così oscuramente legato a qualcosa di misterioso, ch’ella deve pur sentire in sè, sembrerebbe naturale e spontaneo che la ragazza debba disporsi a un nuovo tipo di identificazione. Del resto è proprio con le ragazze di un collegio che Freud illustra il terzo tipo di identificazione, l’identificazione di desiderio, l’identificazione dell’isterica.

Per adeguarsi al desiderio delle sue compagne Gertrude dovrebbe cambiare discorso: passare cioè dalla struttura del discorso del Maître a quella del discorso dell’Isterica.

In fondo si tratterebbe semplicemente di far ruotare di un quarto di giro i significanti nel quadrante; ma la rotazione può essere eseguita soltanto al prezzo di una disgiunzione.

Il soggetto deve disgiungersi dal signifiant maître.

(M)      S1/$          S2/a             (H)        S/a           S1/S2

Questa disgiunzione, questa rimozione del signifiant maître a Gertrude fallisce.

Il modo in cui lei si dispone al suo nuovo genio implica la causa del fallimento:

«Per non restare al di sotto di quelle sue compagne, e per condiscendere nello stesso tempo al suo nuovo genio, rispondeva, che, alla fine dei conti, nessuno le poteva mettere il velo in capo senza il suo consenso, che anche lei poteva maritarsi, abitare un palazzo, godersi il mondo, e meglio di tutte loro; che lo poteva, pur che l’avesse voluto, che lo vorrebbe, che lo voleva…»[5].

Sì lo vuole a questo punto, è chiaro; ma Gertrude rivela, nelle stesse parole in cui si risolve a volere, che non vuole abbandonare nulla del suo registro: il registro del padrone.

Tuttavia lei si mette, a partire da questo momento, per una strada nuova; ma su questa strada, che dovrebbe condurla altrove, ella muoverà puntualmente tutti quei passi che la condurranno in modo ineluttibile al suo destino di monaca.

Il primo di questi passi è una lettera, in forma di supplica, che le monache, vigilanti, la convincono a sottoscrivere in uno di quei momenti in cui Gertrude, ormai in età pubere, si sentiva in colpa per le sue lambiccate fantasie, rispondenti a quel suo nuovo genio. La supplica era rivolta all’ecclesiastico, vicario delle monache, che aveva il compito di esaminare le aspiranti al velo, per sincerarsi della loro libera scelta; ma «…la supplica non era forse ancor giunta al suo destino, che Gertrude s’era già pentita d’averla sottoscritta. Si pentiva d’essersi pentita, passando così i giorni e i mesi in un’incessante vicenda di sentimenti contrari»[6].

Ora in questa storia, così appassionatamente narrata dal Manzoni, il sentimento contrario alle fantasie di Gertrude non è quello ispirato da una religiosità autentica.

Il Manzoni, che in fatto di religione se ne intende, ci assicura che la religione di Gertrude, fondata sull’orgoglio, è una larva come le altre.

Dunque Gertrude non si sente in colpa per il fatto di trascorrere o abbandonarsi a fantasie proibite ma per la sua «ripugnanza al chiostro» e la sua «resistenza alle insinuazioni de’ suoi maggiori, nella scelta dello stato»[7].

Insomma il dramma di Gertrude riguarda la politica e non la fede. E ha tutto il sapore di un intrigo diplomatico il modo in cui viene concertata con le sue compagne congiurate, e fatta recapitare per canali misteriosi, la lettera con la quale Gertrude informa il padre della sua nuova risoluzione.

Né meno diplomatico è il silenzio del Principe, in risposta alla lettera; e quello ancora più oscuro, perché condito di allusioni reticenti, della Madre badessa.

Arriva il tempo in cui Gertrude deve trascorrere un mese nella casa paterna, prima di compiere gli ultimi passi necessari al suo definitivo ingresso nel monastero; e lei vi si prepara con il proposito di controbattere la presumibile guerra del padre.

In casa nessuno le parla di niente: nessuno le parla. Del resto solo raramente viene ammessa alla presenza dei familiari.

«Aveva sperato che, nella splendida e frequentata casa paterna, avrebbe potuto godere almeno qualche saggio reale delle cose immaginate; ma si trovò del tutto ingannata. La clausura era stretta e intera come nel monastero: d’andare a spasso non si parlava neppure;»[8] e la cosa appare freddamente calcolata; se si pensa che Gertrude arriva da un posto dove è rimasta rinchiusa per otto anni. «A ogni annunzio d’una visita, Gertrude doveva salire all’ultimo piano, per chiudersi con alcune vecchie donne di servizio: lì anche desinava quando c’era invito.

I servitori s’uniformavano, nelle maniere e ne’ discorsi, all’esempio e all’intenzioni de’ padroni»[9].

Eccoci al cuore del problema: quelli che lei avrebbe voluto trattare con familiarità signorile, i domestici, le corrispondono «una noncuranza manifesta».

Il discorso del Maître è minato nel suo fondamento.

C’è però qualcuno nella servitù che le porta un rispetto e sente per lei una compassione di un genere particolare.

«Il contegno di quel ragazzotto era ciò che Gertrude aveva fino allora visto di più somigliante a quell’ordine di cose tanto contemplato nella sua immaginativa, al contegno di quelle sue creature ideali. A poco a poco si scoprì un non so che di nuovo nelle maniere della giovinetta: una tranquillità e un’inquuietudine diversa dalla solita, un fare di chi ha trovato qualcosa che gli preme, che vorrebbe guardare ogni momento, e non lasciar vedere agli altri.

Le furon tenuti gli occhi addosso più che mai: che è che non è, una mattina, fu sorpresa da una di quelle cameriere, mentre stava piegando alla sfuggita una carta, sulla quale avrebbe fatto meglio a non iscriver nulla. Dopo un breve tira tira, la carta rimase nelle mani della cameriera, e da queste passò in quelle del principe»[10].

E la terza lettera che scrive Gertrude: la prima indirizzata al vicario delle monache; la seconda indirizzata al padre; questa indirizzata… a chi? Al paggio evidentemente; ma se è finita, in un modo così prevedibile da sembrare fatale, nelle mani del padre, è perché proprio quella era, senza saperlo, la vera destinazione.

È il solo momento in cui Gertrude, non si sa con quale convinzione, tenta il discorso dell’isterica; mettendo in atto $ una manovra in cui si fabbrica un padre S1 animato dal desiderio di sapere S2: di sapere almento quel tanto che basti per credere che lei a è il valore supremo di questo suo sapere

$/a    S1/S2

«Un padre cioè sul quale regnerebbe: lei (povera illusa) regnerebbe e lui non governerebbe»[11].

Ma il principe è un uomo d’altro stampo. Le compare con quella carta in mano e, con cipiglio terribile, pronuncia parole roventi.

Il castigo immediato è quello d’essere rinchiusa in camera con la serva che ha fatto la scoperta, ma se ne lascia intravvedere un altro più oscuro e minaccioso.

Che Gertrude debba stare rinchiusa in compagnia della cameriera non è una scelta casuale.

«Testimonio della sua colpa» e «Cagione della sua disgrazia», la cameriera, che dal canto suo non si astiene da qualche dispetto, rimprovero o minaccia, è l’unico termine di paragone che abbia la prigioniera per meditare sulla propria condizione: «…nell’abisso in cui Gertrude era caduta… la condizione di monaca festeggiata, ossequiata, ubbidita, le pareva uno zuccherino»[12].

È il risultato che si voleva, lasciando Gertrude in balia di una cameriera; ed è proprio per «uscir dall’unghie di colei, e di comparirle in uno stato al di sopra della sua collera e della sua pietà che… una mattina, stuccata e invelinita all’eccesso, per uno di que’ dispetti della sua guardiana, andò a cacciarsi in un angolo della camera e lì, con la faccia nascosta tra le mani, stette qualche tempo a divorar la sua rabbia. Sentì allora un bisogno prepotente di vedere altri visi, di sentire altre parole, d’essere trattata diversamente.

…S’alzò di lì, andò a un tavolino, riprese quella penna fatale, e scrisse al padre una lettera piena d’entusiasmo e d’abbattimento, d’afflizione e di speranza implorando il perdono, e mostrandosi indeterminatamente pronta a tutto ciò che potesse piacere a chi doveva accordarlo»[13].

Con questa lettera, la quarta, il cerchio si chiude: essa segna il ritorno del significante su se stesso, di Gertrude cioè alla radice stessa del suo essere, alla sua essenza di Maître.

Che in questa lettera siano toccate le fibre più intime del personaggio, è testimoniato dalla prosa del Manzoni che, in questa occasione, s’infiorisce di una figura retorica, il chiasmo, come a segnare con una croce la svolta risolutiva di un itinerario: entusiasmo, abbattimento, afflizione, speranza.

Tuttavia il discorso di Gertrude ha ormai cambiato struttura: lei si è ormai appropriata del sapere delle sue compagne, quelle destinate alla vita mondana.

La trasmutazione, l’unica possibile in assenza della manovra psicanalitica, è quella che trasforma il suo discorso da quello del «Maître antico» a quello del «Maître moderno», dell’Universitario.

La Gertrude che s’incontra nella vicenda del romanzo «I promessi sposi» è quella donna ormai provata ma vibrante di cui l’autore dipinge un ritratto suggestivo e inquietante; mentre la storia che abbiamo presentato è narrata retroattivamente.

A quel punto Gertrude è la maestra delle educande verso le quali può fare ritorno il sapere acquisito, un sapere che, in dissidio con l’Ideale dell’io, si è denaturato; a lei non rimane che il passaggio all’atto: la perversione e il crimine.


* Questo caso è stato discusso come divagazione dal tema dell’Identifi­cazione, nel corso del 2° anno di lettura dell’omonimo seminario di J. LACAN, eseguita da Luigi Burzotta nella sede di Cosa Freudiana, 1989, Roma.

[1] J. LACAN: «L’envers de la psychanalyse» (seminario inedito).

[2] A. MANZONI: «I Promessi Sposi».

[3] A. MANZONI: op. cit.

[4] A. MANZONI: op. cit.

[5] A. MANZONI: op. cit.

[6] A. MANZONI: op. cit.

[7] A. MANZONI: op. cit.

[8] A. MANZONI: op. cit.

[9] A. MANZONI: op. cit.

[10] A. MANZONI: op. cit.

[11] J. LACAN: op. cit.

[12] A. MANZONI: op. cit.

[13] A. MANZONI: op. cit.

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Una risposta a Le quattro lettere di Gertrude

  1. Laura Pigozzi scrive:

    Grazie Luigi del pezzo su Gertrude. Quindi se l’isterica non riesce istericamente a “regnare”, può scivolare nella perversione del comando criminale…

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