Recensione su LETTERa – Rivista di psicoanalisi

Recensione di Giancarlo Ricci a:
Voci smarrite. Godimento femminile e sublimazione

di Laura Pigozzi (Antigone Edizioni, Torino 2011)

L’intento principale di questo libro – dichiara l’autrice – è quello di “esplorare la voce nel suo valore di legame sociale, cioè di capacità inventiva e sublimatoria”. La coniugazione del tema della sublimazione con quello della  voce, apre numerosi ambiti di riflessione teorica che qui si intrecciano e si rincorrono: il corpo, la pulsione, la sessualità femminile, il godimento, l’oggetto e la Cosa, la voce della madre.

Laura Pigozzi con questo suo secondo lavoro (dopo A nuda voce) ritorna sulla complessità strutturale della voce partendo da una constatazione: “La voce è una pulsione già destinata alla sublimazione”. Un’altra formulazione: “Voce e sublimazione nascono insieme, dall’armonizzazione di un grido primitivo”. Perché l’istanza della voce interroga così radicalmente la parola del soggetto? Perché la voce è parte del corpo, è un frammento della sua materialità, partecipa alla sua vita pulsionale. La voce può manifestarsi come parola, rumore, canto, respiro, silenzio, gioco, urlo, grido. Ma rimane, ci ricorda Lacan, oggetto a: oggetto imprendibile e inoggettivabile ma pur sempre oggetto. La sua efficacia è straordinaria. Non solo. Implica una paradossale riflessività: il soggetto umano parlando è costretto a udirsi, ad ascoltare la propria voce, che gli piaccia o no. E ancora: mentre la parola può tacere, l’udito non ha un muscolo in grado di difendersi da ciò che ode. Si può smettere di parlare, ma non si può smettere di udire. Questa doppia implicazione del corpo rinvia a una doppia perdita, perché si confronta con un Altro sdoppiato. La vicenda di Orfeo, “emblema del canto e dell’amore senza corpo”, o il dramma di Antigone, “intreccio tra idealizzazione e perversione”, secondo l’autrice rappresentano tentativi estremi di staccare la voce dal corpo. Quasi si trattasse di addomesticare la sessualità, di neutralizzare il suo tratto sublime. Un punto nodale su cui l’autrice insiste è che “la sublimazione non è l’idealizzazione, non maschera il negativo, ma in un certo senso lo usa, in parte lo elabora, anche se non lo addomestica mai”.

La tesi centrale del libro in definitiva è di postulare “un legame preciso, stretto, implicito tra il valore etico del gesto vocale e il dispositivo psichico della sublimazione”. Gli stessi significanti del titolo del libro, voci smarrite, suggeriscono quanto il soggetto sia strutturalmente esposto al rischio dello smarrimento e dell’erranza qualora venga negato il gesto della sublimazione intesa come “capacità di produrre arte e pensiero attraverso un’invenzione soggettiva che crea legame”. Ancora più radicalmente l’autrice afferma: “Perché una qualunque sublimazione avvenga, occorre che esista ancora un soggetto degno di questo nome, un soggetto dell’inconscio ancora in contatto con un mondo intimo: proprio quel soggetto che appare oggi in dissolvenza o, meglio, anestetizzato”.

Di sicuro uno dei punti forti di questo lavoro è il riuscire a immergersi in questioni cliniche, e al contempo, quasi si trattasse di un doppio registro, di declinare la stessa questione in termini di analisi sociale e di critica della contemporaneità. Il filo della voce e quello della soggettività hanno in comune la stessa stoffa: “ogni voce è la partitura timbrica di una storia individuale e unica: se la voce umana smarrisce l’espressività, è segno che l’uomo si sta smarrendo”. Mai quanto nella nostra epoca, sostiene l’autrice, “il soggetto sta abdicando alla propria voce e, conseguentemente, al posto, unico, che dovrebbe abitare nel mondo: come ha insegnato Lacan, ognuno parla da un preciso posto simbolico, e, oggi che i posti sono diventati interscambiabili, l’uomo sembra proprio non avere più voce in capitolo”.

Diversi paragrafi del libro sono dedicati alla problematica del godimento femminile, in particolare al “godimento Altro” implicato dalla voce e dal canto che “si fa arte sul bordo dell’abisso”. Qui il discorso esplora la questione della mistica, della sessualità (anche maschile), del materno, del sublime che rimane teoricamente ben distinto dalla sublimazione. E’ un materiale di riflessione ampio e dalle implicazioni rilevanti. Un altro punto esplorato è il tema dell’anestesia, intesa innanzi tutto come il contrario dell’estetica e della possibilità del sentire. “L’ottundimento dei sensi chiede giochi sempre più forti per stimolare una sensibilità esanime che ha divorziato dal pensiero svuotandosi di senso”. Se dunque “il godimento immediato è strutturalmente antisublimatorio, cioè schiacciato sul consumo immediato dell’oggetto”, la clinica dell’anestesia la riscontriamo “nell’immiserimento del tessuto sociale, nella proceduralità dell’esistenza, nel congelamento della vita psichica del soggetto: segnali che fanno emergere nuove declinazioni di alcune patologie conosciute come le anoressie, le bulimie, le dipendenze, le psicosi bianche, gli attacchi di panico, le depressioni, le frigidità”. Ma non è solo l’obbligo del godimento a provocare anestesia, è in gioco anche quel principio della perfezione che risulta “parente stretto della paralisi, della freddezza, dell’impassibilità”. Sullo sfondo appare, come uno spettro, la figura dell’automa, sempre più attuale grazie alle promesse della biotecnologia.

Accanto all’automa che uniforma e omologa le differenze, il capitolo “Dal seno al suono” si sofferma sul godimento divorante della madre: è una modalità sintomatica che infantilizza il soggetto e lo costringe a una forma di godimento fusionale che sbarra ogni possibilità di sublimazione. Quest’ultima è “una risposta originale alla voce dell’Altro, ma la possibilità di creazione viene meno se la voce del padre è vuota, nullificata dal vociferio materno quando infantilizza anche il padre, soprattutto se egli stesso non ha risolto la sua posizione di figlio”. Nell’era del godimento globale e del consumo necessariofatichiamo a divenire esseri parlanti, con la bocca aperta, sempre un po’ troppo piena, articoliamo male un discorso adulto in un’epoca che ci vuole, tutti, balbettanti”.

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