Godimento femminile nel Compianto di Niccolò dell’Arca (1463-1490)

da Laura Pigozzi, curatrice del sito

Nella prima cappella a destra dell’altare della Chiesa di S.Maria della Vita a Bologna, si può ammirare un’opera singolarmente spaesante: il tableau vivant in terracotta di Niccolò dell’Arca, che rappresenta le donne che piangono il Cristo morto.
La raffigurazione del dolore è particolarmente intensa: le figure femminili sono investite da un dolore che prende la forma di una raffica di vento che spazza le loro vesti e che pare provocato dalla  potenza stessa del loro urlo. La furia le investe e investe lo spettatore; c’è l’eccesso vitale della tempesta e del grido e c’è la prossimità della calma della morte. In questa raffigurazione abbiamo una singolare rappresentazione di quel godimento femminile, al bordo dell’abisso, di cui una donna nulla sa dire, ma che da sempre vive e che fonde  l’intensità della vita e della morte, del vortice e della vertigine, della passività e dell’attività.
Una tale furibonda animazione non è usuale nell’arte italiana rinascimentale e pensiamo, dunque, che una tale opera sia stata perturbante anche per i contemporanei dell’artista. Le Marie, mai così vive e così moderne, testimoniano il loro dolore nel corpo – una di esse addirittura si tormenta le cosce – e nella voce: le bocche sono aperte, urlanti e sembra che il suono straziante sia la forza che scompiglia loro le menti e le vesti.
In una tale prossimità alla follia del corpo non v’è dubbio risieda un godimento enigmatico che ritroviamo in molte manifestazioni del femminile, dall’iconografia dell’isterica, a quella della baccante, delle Furie, delle Erinni, delle Sirene: un godimento che non può essere muto e che, insieme, devasta e incanta.

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4 risposte a Godimento femminile nel Compianto di Niccolò dell’Arca (1463-1490)

  1. annaflavia scrive:

    grazie delle belle immagini fotografiche rubate e delle \’immagini\’ che ci fornisci tu. Il concetto di godimento è quasi stridente rispetto alla situazione raffigurata e alla forza del dolore che le Marie ci comunicano. Richiama una intensità che ogni volta che le vedo mi fa venire la pelle d\’oca, mi comunica una forza relazionale e una presenza/partecipazione che mi stupiscono ogni volta, perché sono generate da una statua, vecchia di più di 500 anni. Sembra così difficile toccare i sentimenti delle persone oggi, generare stupore, un brivido di coinvolgimento. Qui riesce perché si rappresenta uno sentimento vero e vissuto?!

  2. Giovanna scrive:

    Sono colpita dall’analisi e dal commento.
    L’artista conosce quel dolore e lo comunica perforando il tempo e lo sparzio: egli vuole parlare all’uomo, non alla persona, così mi sembra.
    La grazia femminile è scossa fino alle fondamenta per la perdita della radicale umanità che le donne avevano conosciuto: abitava con lo loro e in esse. Ma è ancora lì, pulsante in corpi maestosamente solidi e veri, tanto quanto è potente il legame che le unisce.
    Il vento scompiglia gli abiti con furore dolente senza sovrapporsi alla scena,
    tutta la creazione è pervasa da una tempestova corrente di sofferenza e di smarrimento.
    Penso alla potenza del suono dello shofar che si è comunicato nel corpo giacente e alla potenza della creazione, mistero già in atto nei e tra i protagonisti.
    Quanto vorrei incontrare persone così!
    Apprendo di Antonia Pozzi. la sua morte è per me molto sconvolgente.
    Mi domando: ha mai vissuto un gesto umano?
    Il respiro profondo della terra e la fredda coperta della neva l’hanno accolta, proteggendola dall’alienante, mortifera realtà del nonsenso.
    Grazie.
    Giovanna

  3. Francesca scrive:

    La presenza, la modernità, l’oscenità. La paura degli uomini davanti alla complessità del femminile.
    Ciao
    Francesca

  4. Stefano scrive:

    Tutto quello che abbiamo sempre saputo, ma mai interpellato. Grazie a Niccolò e a Laura per la splendida occasione.

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