Polifonia del femminile: Antonia Pozzi

Per il ciclo Polifonia del Femminile
a Bologna, si  parlerà di Antonia Pozzi.
Di lei Eugenio Montale dirà che tende a bruciare le sillabe nello spazio bianco. Quello spazio bianco che fece da cornice alla sua morte: Antonia Pozzi scelse il suicidio, messo in atto distendendosi sotto la neve davanti all’Abbazia di Chiaravalle, alla periferia di Milano, il 2 dicembre del 1938.
Antonia Pozzi nasce a Milano nel 1912 in una famiglia dell’alta società – padre avvocato, madre aristocratica – in cui trascorre il breve tempo della sua vita in una condizione contraddittoria: apparentemente integrata in essa e nell’ambiente che la circonda, in realtà nel suo profondo ad entrambi estranea. Insieme viziata ed osteggiata dal padre che ne vorrebbe l’affetto esclusivo e le impone la rinuncia all’amore per Antonio Maria Cervi, suo professore di latino e greco al Liceo Manzoni. Il rapporto continua in forma epistolare finché potranno rincontrarsi, ma esso è ormai sfibrato e, soprattutto, Antonia è una giovane donna che vive altri incontri, è completamente dedicata alla sua amata letteratura, agli studi avviati nella scelta universitaria, vive con ansia crescente il bisogno di trovare in essi la sua strada, vive ormai della poesia come le vene vivono del sangue. La poesia che le vibra dentro nella solitudine e nell’emozione destata ed esaltata dall’amore più intenso della sua vita – la montagna che ama scalare in solitudine o con pochi eletti amici. Amori che Antonia distilla nella ricerca della parola che esprime, con una maturità insolita e con una sofferta determinazione mista a sfiducia in sé stessa, alimentata dall’ambiente che la circonda – tutto o quasi al maschile – di studenti del circolo del Maestro, quell’Antonio Banfi, professore di estetica i cui corsi Antonia seguirà e con cui discuterà la sua tesi di laurea.
Tutti profondamente avversi alla retorica del regime, sotto il cui peso si trovano a dover vivere, sentono come ineludibile la necessità di essere “altro” e la responsabilità di cercarlo e trasmetterlo. Una responsabilità che può essere sfiancante, specie se in continuo contrasto con una diversa necessità, quella di non alienare sé stessi. La tragedia incalzante delle leggi fasciste sulla razza, che costringono all’esilio amici carissimi, la precarietà di un mondo impazzito che corre verso la guerra sono vortici che la incalzano senza sosta. Oppressa da queste spinte centrifughe, che danno alla sua poesia forza e pregnanza nell’uso di una parola sempre più asciutta e significativa. Sino alla fine. (Liliana Stracuzzi)

Venerdi 2 dicembre 2011, dalle h 18 alle h 20,
Palazzina di Santa Cristina, Via del Piombo 5, Bologna,
Relatore: Liliana Stracuzzi
Organizzato da Officina Mentis

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