Oblio del padre

Remembrance of my father, 1946 Eva Fischer

Da Manuela Fraire, psicoanalista a Roma

Padri profondi, teste inabitate
Che sotto il peso di tante palate,
Siete la terra, e ci intricate i passi,
l’irrefutabil verme, il vero tarlo,
Non rode voi dormienti sotto il marmo,
Vive di vita e requie non mi lascia.
(P.Valery)

“Mi inquieta la scomparsa del padre dall’orizzonte analitico. E’ indispensabile conservare il riferimento al padre e alla madre e  insisto sulla congiunzione e che talvolta è purtroppo talvolta rimpiazzata dalla congiunzione o.” (Chabert, 2004)

Sulla congiunzione e\o si gioca forse il “disordine” simbolico nel quale sono  immerse la famiglia e la società? E quale ordine si sta disorganizzando?
Miller  commentando il Lacan dei Complessi familiari scrive: Il sentimento di paternità è debitore ai postulati spirituali che hanno marcato il suo sviluppo.” (Miller,  2005)
Le istanze culturali dominano quelle naturali sicchè  la funzione paterna  non può che sfuggire  al “ controllo sensoriale” diretto e all’approccio percettivo. Questo dato basta,  sostiene Lacan, a fare della famiglia umana un’istituzione e non un dato naturale.
La famiglia, d’altra parte, “trasmette delle strutture di comportamento e di rappresentazione il cui funzionamento si estende oltre i limiti della coscienza”. In questa maniera la famiglia  stabilisce una continuità psichica tra le generazioni ma è lontana dall’essere la realizzazione della famiglia biologica anche se la famiglia nucleare dei nostri giorni nella sua riduzione numerica ai minimi termini- madre\padre\figlio- può ingannare sul suo fondamento.
E, poiché essa non è la mera riproduzione di una struttura naturale, è soggetta ai cambiamenti che il processo storico impone. Cambia dunque assieme alla famiglia la posizione che al suo interno occupano i soggetti che la costituiscono. Sono questi “spostamenti” che arrivano oggi sul divano dello psicoanalista e che infomano i modi in ui si strutturano transfert e controtransfert.
Una  dialettica sempre nuova si stabilisce così tra la metapsicologia, che si trova a dover continuamente ridefinire il proprio oggetto secondo i propri concetti fondamentali,  e la clinica, poiché la scoperta  di fatti clinici nuovi favorisce un’evoluzione della metapsicologia che a sua volta si ripercuote sulla descrizione teorico-clinica. La metapsicologia  si trova oggi confrontata con la necessità di  ridefinirere l’oggetto “padre” senza recedere  dai propri principi generali. Tale oggetto è costituito dalla singolarità delle psicologie individuali che poggiano e si sostanziano  attraverso i fenomeni socio-culturali e le loro ricadute sulla soggettività dei pazienti e dello psicoanalista stesso.
Assoun  sottolinea che il compito della  Kultur (nella sua accezione di Cultura|Civiltà) è   rappresentato paradigmaticamente dall’elaborazione mitica dell’assassinio del padre che  serve da origine di un accadimento avvenuto prima che si instaurasse un regime socio-simbolico. Nell’orizzonte della Kultur non è necessario dimostrare cosa è avvenuto ma assumere che qualcosa sia avvenuto che ha reso possibili una serie di opzioni socioculturali – di cui  fondamentale resta la rottura con l’animalità e la natura – altrimenti inspiegabili. La Kultur “è in un certo senso posta davanti al segreto della sua origine” (Assoun P.L., 1999).  Quello che ci commuove non è il conflitto del destino e della libertà, ma la natura di “questo” destino che riconosciamo senza conoscerlo. Eppure sono proprio le interpretazioni  che riguardano gli aspetti edipici del transfert a trovare la maggiore sordità della coppia analitica spesso in ostaggio del preedipico.

Ma, si chiede Assoun, la diagnosi freudiana è ancora valida nei confronti del nuovo disagio della civiltà? La questione resta, oggi come allora, il costo che l’appartenenza collettiva rappresenta per il soggetto rispetto alla soddisfazione pulsionale, e il costo è aumentato o diminuito? Le modalità che regolano gli attuali  rapporti sociali, pubblici e privati, starebbero a dire che il limite imposto dall’operatore simbolico costituito dal padre edipico è stato  forzato ed ha avuto importanti cedimenti.
Lacan è molto chiaro in merito: il padre già all’epoca  di Freud, anzi il padre stesso di Freud, era minato nella sua autorità. Del resto, già alla fine del diciannovesimo secolo la crisi dell’ideale di libertà, uguaglianza e fraternità su cui si era fondata la rivoluzione borghese era fallito e la guerra era alle porte. E l’Edipo di Freud non è una risposta a questo nuovo teatro della realtà?
Ma se, come  Assoun sottolinea, la funzione paterna è prima di tutto un dato metapsicologico, “ un pregiudizio necessario della psicologia del profondo che sfugge alla certezza dei dati percettivi e la cui dimensione mitica è capitale”, non è il suo fondamento metapsicologico che si è incrinato. Se questo fosse il punto di crisi del sistema simbolico a cui quel fondamento fa riferimento, se cioè fosse l’intelaiatura simbolica su cui poggia la possibilità di ordinare e dare un senso all’esperienza ad essersi incrinata in modo definitivo forse  non saremmo neanche consapevoli della modificazione che la crisi dell’autorità simbolica  del padre edipico genera in noi e fuori di noi.  E’ invece proprio la tenuta dell’ordine simbolico che ci permette di individuare  i punti di cedimento delle teorie confrontate con l’esperienza, se così non fosse  la funziona analitica stessa avrebbe fatto il suo tempo.

Si tratta, invece, di riesaminare la figura paterna alla luce di ciò che emerge ai nostri giorni con maggior forza, anche se non per la prima volta, e che rivela che il  legame del padre della realtà con l’autorità simbolica del padre è stato fragile sin dall’inizio. Nel procedere della mia esperienza clinica mi sono resa conto che molti pazienti di ambo i sessi facevano riferimento “automaticamente” – dando per scontato, cioè, che quanto affermavano appartenesse ormai al senso comune – ad un vissuto relativo al proprio padre e in generale alle figure paterne  che rivelava angoscia e rabbia legate alla “debolezza” del padre portato nella sua doppia veste di genitore e di uomo.  La cosa sorprendente è che i padri reputati, sentiti, patiti come “inadeguati” non erano persone mancanti  di una  qualche forma di realizzazione, talvolta addirittura uomini di successo, che tuttavia venivano considerati padri “falliti”. Tuttavia non vi era neanche il desiderio di restaurazione dell’autorità paterna, spesso temuta nei suoi aspetti autoritari e violenti.

Una punta viva del problema è sicuramente rappresentata dall’imago materna e da tutto il campo delle relazioni primarie con la madre il cui riconoscimento della funzione simbolica del padre è decisivo. La questione legata al “nome del padre” può essere vista anche in questo modo: il nome del padre deve essere invocato dalla madre poiché è attraverso tale invocazione che la madre indica al bambino che desidera qualcun altro oltre che lui. In questo modo la madre “fornisce” al bambino, in ambito protetto,  la prima esperienza della mancanza che sta alla base dei processi di simbolizzazione. In altri termini, l’”altra cosa” desiderata dalla madre contribuisce in modo determinante all’uscita del bambino dal campo del potere materno e al tempo stesso indica la mancanza come motore del desiderio. La castrazione non è dunque imputabile alla volontà del padre o chi per lui. Quanto piuttosto all’impossibilità, solamente umana, di avere accesso completo all’oggetto della soddisfazione incarnato primariamente dalla madre. La problematica edipica è dunque principalmente legata all’incompiutezza dell’essere umano e alla sua impossibilità di essere completato dall’altro. Ciò che il padre simbolico sta ad indicare, ammesso che la sua funione sia riconosciuta – cosa che non avviene più necessariamente all’interno della famiglia – è la possibilità che un’”altra cosa” entri nel cerchio chiuso di un godimento totalitario quale è quello ricercato da sempre con la madre e il suo corpo. E’ dunque la rinuncia ad un mitico oggetto pieno e intero, l’oggetto materno appunto, che apre all’esperienza fondamentale e fondativa della differenza tra i sessi proprio perché il soggetto umano non è “naturalmente” orientato verso un godimento sessuale mentre è sicuramente attaccato al piacere esperito all’interno della fase autoconservativa della cura materna.

A scuotere ulteriormente il già traballante edificio edipico ci sono  le parole di  Laplanche: “Cosicchè in qualche modo quello che si definisce il complesso di Edipo ricade esso stesso in una certa contingenza… dopo tutto, cosa resterà tra qualche decennio, tra qualche secolo – non di una triangolazione – ma del triangolo edipico classico? Chi può scommettere sulla sussistenza dell’Edipo sul quale si fonda Freud?” (Laplanche J., 1989)
Laplanche “sembra fare piazza pulita di luoghi comuni in cui il problema del padre vien posto solitamente in termini di presenza o assenza del padre reale… il padre appare nella teorizzazione di LP come una dimensione della mente, appunto un significante.”(Algini)
Che vuol dire classico per Laplanche in questo contesto? Egli non intende riferirsi, non solo e non principalmente, all’epoca greca classica alla quale appartengono mito e tragedia relativi ad Edipo mentre suggerisce piuttosto che ad andare in crisi è la struttura familiare  e quindi l’ordine della parentela come lo conosciamo. Siamo alle ultime battute della famiglia nucleare come sostiene  Derrida? E’ operante – i fatti sembrano dargli ragione e una qualche ragione infatti ce l’ha – che la funzione paterna non poggia più necessariamente sull’uomo. Il fatto che essa stia a significare la necessità di un terzo per  liberare i figli dall’ombra mortifera della madre non coincide più necessariamente con la necessità che questo terzo sia di sesso maschile. La funzione paterna può dunque essere separata anche a livello immaginario dalla scena primaria. Questo spiegherebbe la comparsa di un inedito fantasma che attraversa e sostiene il rapporto genitori\figli legato all’immagine di un Edipo casto (Waintrater R., 2004) che vive all’interno di una famiglia e una coppia desessualizzata, come dimostra la crescente sostituzione del godimento  sessuale con altre forme di godimento non sessuali, improntate alla virtualizzazione del corpo dell’altro sostituito da una serie infinita di oggetti inanimati. Il consumismo sfrenato non è anch’esso un sostituto della capacità di godere dell’altro e della sua alterità?

Aulagnier è netta in proposito allorchè sottolinea l’importanza che la madre riconosca in un uomo – oggetto del suo desiderio prima del bambino colui con cui ha generato quel bambino. Ciò definisce con chiarezza l’importanza dell’antecedenza del desiderio della madre per il padre come elemento che permetterà la costituzione  del registro edipico attraverso la prima traumatica scoperta, da parte del bambino,  di non essere l’unico oggetto del desiderio materno. Il bambino incontra il padre in seguito alla dolorosa e traumatica scoperta che il suo primo oggetto d’amore, la madre, desidera un altro e cioè che non è lui l’unico sostegno del desiderio materno.
Nelle fasi precoci dello sviluppo psicosessuale tale scoperta  riguarda in ugual misura il neonato sia maschio che femmina mentre non ha lo stesso senso né lo stesso destino, anche se ha lo stesso peso, il discorso che la madre porta-parola rivolge ad un figlio o ad una figlia.
Gli interrogativi che l’esperienza clinica pone con insistenza sono  ben sintetizzati da Chabert quando scrive: “Il richiamo  al padre mi sembra indispensabile: non in riferimento a un sistema dogmatico ma nella ricerca delle tracce intime di esperienze e fantasmi  capaci di trarlo dall’ombra e di ridargli vita.” (Chabert C., 2004)
Queste parole suonano come una conferma dell’indebolimento della figura paterna che colpisce  innanzitutto l’immaginario,  in altri termini il padre della realtà e con esso la sua funzione identificatoria, più che il padre\operatore simbolico, ciò che permette il paradosso di una funzione simbolica paterna che non poggia  necessariamente sull’uomo. Forse è questo che Lacan intuisce quando sostiene che il Nome del padre è una metafora?

L’immaginario collettivo è abitato da due volti del  fantasma paterno: da una parte c’è un uomo socialmente umiliato nella sua funzione educativa, messo a margine dalle teniche procreative che rischiano di ridurlo a banca del seme. Un padre che perde progressivamente autorità e diritti sui figli che quel seme genera a cui fa da contraltare il padre tiranno, ferocemente attaccato ad un sistema di valori  fondato sulla sopraffazione, quale che sia la sua condizione culturale e sociale,  che arriva ad uccidere moglie e figli che tentino di smarcarsi dalla sua tirannia. I quotidiani sono pieni di episodi di violenza e follia maschili imprevedibili e imprevisti.
Il  padre reale è, però, anche altra cosa: intanto è  colui che la storia e i costumi del tempo  offrono al sistema simbolico e che nel suo essere contingente ne mette alla prova la tenuta.

La dimensione assunta dall’’imago materna ai nostri giorni fa della madre un potenziale polo di riferimento di una famiglia monogenitoriale  in cui la genitorialità è saturata dalla sua funzione. E’ un aspetto sintomatico di ciò che nel 1938 Lacan  sottolineava come il declino della famiglia articolata attorno all’autorità simbolica del padre edipico.
Nell’epoca in cui  scriveva I complessi familiari sorgeva in Inghilterra l’astro di  M.Klein  il cui pensiero – da lui apprezzato per molti aspetti – segnalava tuttavia  l’avvento della notte in cui si sarebbe rifugiato il padre. Ne fa fede, nella bella biografia intellettuale di  Klein di cui è autrice Kristeva, quanto quest’ultima mette in luce a proposito del bisogno di Lacan di smarcarsi dalla tendenza di Klein a maternalizzare l’inconscio.  “Il disaccordo fondamentale (di Lacan con Klein) riguarda l’assenza di riferimenti alla funzione paterna… e la riduzione del pene al semplice ruolo di appendice.” (Kristeva J., 2006)

L’interrogativo posto 70 anni fa da Lacan  riferito – oggi lo sappiamo – al presentimento di una catastrofe che  doveva sfociare nella seconda guerra mondiale  è ormai  entrato  nella stanza d’analisi come tema che domina la vita privata : la famiglia odierna  costituita da padre\madre\figlio sembra nella sua essenzialità l’incarnazione della famiglia biologica. Ma non è proprio la  pretesa naturalità della famiglia umana che ha aperto la via ad una figura materna depositaria di una pulsionalità che nell’immaginario collettivo resiste  alla trasformazione in  funzione simbolica, in altri termini una figura materna collocata essenzialmente sul versante dei processi primari? Non è questo l’eccesso materno che ha la meglio sui processi sublimatori e che indirettamente Lacan osserva dal suo rovescio allorchè scrive che la personalità del padre è “sempre carente per qualche verso, assente, umiliata, divisa o posticcia. In conformità con la nostra concezione dell’Edipo è questa carenza a esaurire lo slancio istintivo e a tarare la dialettica delle sublimazioni.”(Lacan J., 2005)

Il pensiero di  autori anche molto diversi tra loro , Klein , Kristeva, Aulagnier, Winnicott sono del parere, seppure con tonalità differenti e quasi contrastanti, che la funzione paterna deve essere  legittimata dalla madre che conferisce valore e senso alla presenza di un terzo collocato fra sé e il figlio. Tuttavia oggi possiamo intravedere sviluppi della figura paterna fino a pochi anni fa impensabili.  Per es. proprio  Winnicott, che sembra tutto concentrato sulla relazione madre\bambino (è in un solo saggio del 1945 che  affronta in modo diretto il tema del padre) sottolinea la funzione del padre come persona che la madre ha in mente durante lo svolgimento delle funzioni di accudimento del bambino. Una delle sue funzioni è quella di proteggere la madre dall’aggressività del bambino consentendole così di prendersi cura anche di se stessa. Intravedo in questo aspetto della funzione del padre una possibile via alla “risessualizzazione” della figura paterna  poiché l’aggressività del lattante è un richiamo forte  alla presenza dei corpi, non solo quindi quelli di madre e bambino bensì anche la presenza del corpo paterno, rifugio sensibile per la madre e il bambino.  Siamo nell’ epoca della vita in cui “le pratiche della madre portano a un’educazione dei bisogni orali, degli sfinteri, delle modalità dei rapporti affettivi, dei comportamenti. L’odio che ne risulta nel bambino può essere rafforzato dall’odio di un adulto in difficoltà che si traduce in sevizie e violenze a volte crudeli sotto la copertura di punizioni proposte come meritate. Questi confronti reciproci hanno come orizzonte l’auspicata scomparsa dell’altro.”(Rosolato G.,1995) L’incremento degli infanticidi ad opera di madri che sono tutto il giorno in ostaggio dei figli piccoli mentre il padre è altrove ne sono una prova.
Per Aulagnier il padre è “l’altro della madre”, “l’altrove da lei desiderato”, insomma l’“Altro-senza-seno”. Ciò che differenzia il rapporto del bambino con il padre è che esso non si colloca nell’area del bisogno essendo svincolato dalla necessità autoconservativa della nutrizione. La parte nutritiva non può essere – secondo Aulagnier – condivisa tra i due genitori in modo equivalente. Colpisce nel pensiero di questa Autrice così attenta ai processi di simbolizzazione la battuta d’arresto di fronte al  significante seno-che-nutre che nella sua inseparabilità dal corpo della madre rischia di perdere  parte della sua funzione di significante.
Tuttavia nel pensiero di Aulagnier – che appartiene al filone matricentrico – si apre e prende forma il discorso relativo al desiderio del padre. “Per quanto riguarda invece l’azione del desiderio del padre sul bambino si incontra uno strano silenzio.… si riscontra la scarsa importanza data all’analisi del suo desiderio, la cui azione sembra ridursi alla risposta che vi apporta la madre per mezzo del suo riconoscimento o del suo rifiuto.” (Aulagnier P., 1994 ) E più oltre: “ Vedremo, a proposito della psicosi, i danni di cui è responsabile il desiderio del padre quando questi non ha potuto risolvere i propri problemi con sua madre, o suo padre, e perché il suo potere nel far emergere una risposta psicotica non ha nulla da invidiare a quello che può esercitare il desiderio materno.” (Aulagnier P., 1994). Una precisazione tagliente che sembra voler riequilibrare la descrizione che ne “ Lo spazio in cui la schizofrenia può avvenire” (ibidem) disegna una funzione materna terrificantemente potente e  distruttiva.

Si è visto, tuttavia, come la funzione paterna non coincida con il padre della realtà e come questa divaricazione crescente tra padre simbolico e padre reale sia all’origine di nuove sintomatologie di cui la desessualizzazione dei rapporti tra i sessi e conseguentemente la procreazione sostituita da procedure mediche sono tra i sintomi più inquietanti. Prendiamo un esempio paradigmatico il saggio di Lacan : “Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’io” (1949) in cui l’autore mette al centro della costituzione dell’Io l’identificazione del bambino con la propria immagine riflessa nello specchio. Tale identificazione, d’altra parte può avvenire solo se egli è contemporaneamente identificato dalla madre non in quanto tale ma  in quanto rappresentante generica della gestalt umana, assenando in tal modo un’importanza capitale alla specularizzazione con il simile. E’ innegabile, in tale concezione, il primato del visivo che la speculrizzazione assegna al riconoscimento del bambino da parte della madre e di conseguenza della propria immagine speculare. Ora delle due l’una: il riconoscimento da parte dell’adulto\madre è indifferente all’identità sessuale dell’adulto stesso; in altri termini se al posto della madre ci fosse il padre sarebbe la stessa cosa. Siamo in presenza a livello immaginario di una neutralizzazione della differenza tra i sessi che tuttavia deve rientrare in campo a livello simbolico! Del resto c’è una contraddizione anche nel pensiero di Lacan, quando assegna alla fase dello svezzamento un ruolo fondamentale, la tappa nello sviluppo umano che permette l’accesso ai processi secondari e con essi alla costituzione del terzo che ne garantisce la riuscita. Ma uno svezzamento senza madre è concepibile e se così fosse da cosa ci si dovrebbe svezzare ?
Per Aulagnier, per esempio, il cui impianto teorico porta una forte impronta lacaniana, la madre è rappresentante dell’alterità, è il primo altro della vita dell’infans, ma questa introduzione all’altro è resa possibile da un percorso nel quale ella significa  il figlio, inclusi i vissuti corporei e sensoriali – anzi prima di tutto quelli – attraverso il proprio discorso, che è propriamente materno. “Come l’Io è anticipato dal porta-parola, il corpo e la relazione che il bambino stabilisce con esso non sono mai separabili, non più di quanto lo sia il modo in cui la madre decodificherà, accompagnerà e parlerà questo corpo e il suo vissuto. ( de Mijolla S., 2001)

In virtù di questa condizione – che è  precondizione perché l’Io avvenga – il padre che si occupa dei figli nell’epoca dello svezzamento è convocato  dalla propria vicenda infantile a misurarsi di nuovo con il discorso del proprio  porta-parola- della propria madre cioè- ma di nuovo all’interno del significato che un altro porta-parola- la madre del proprio figlio questa volta- assegnerà alle sue azioni, ai suoi vissuti. Per la seconda volta egli sarà parlato dall’ombra della madre. Il padre immaginario è quello delle identificazioni primarie ma ad esso il bambino può giungere- sembra- solo attraverso il discorso del porta-parola che assegna, tramite i propri enunciati- un significato anche all’ambiente- di cui il padre fa parte- nel quale il bambino vive e cresce.

Ciò da conto anche del fatto che, malgrado quella del padre “assente” è una tematica ormai ab-usata, tuttavia è sempre più presente nel discorso dei pazienti una “mancanza del padre”.  L’espressione “mancanza di” ha un signifcato transitivo e intransitivo nel senso che  il padre può mancare in quanto oggetto del desiderio, innanzitutto della madre e poi del bambino stesso,  ma può allo stesso tempo mancare delle caratteristiche necessarie a farne un oggetto di desiderio. In altri termini può trovarsi nella condizione di non poter essere l’oggetto del desiderio materno né il coautore del desiderio di quel figlio.

Una funzione paterna che possa  raggiungere un’efficacia simbolica ha bisogno di una riserva libidica a cui attingere per mantenere la forza e la vitalità dello slancio che gli consente di intro-mettersi tra madre e figlio. E non spetta alla madre fargli posto, non solo comunque, poiché se davvero dipendesse solo dal desiderio della madre – come molti pretendono – l’accesso del padre ai figli questo andrebbe paradossalmente  ad incrementare lo strapotere materno e ad impoverire la forza d’attrazione del desiderio paterno.

La risposta ad una condizione socio-culturale della famiglia in cui la forza d’attrazione del materno organizza tutti i membri attorno alla persona di sesso femminile e impronta ogni relazione sulla matrice della funzione materna (i padri “sensibili” come una donna che altro stanno a significare?) riceve come risposta difensiva da parte di molti uomini un disinteresse crescente per la donna, per la sessualità, per l’accoppiamento a scopi non procreativi. La passione per il potere in tutte le sue molteplici declinazioni sembra impossessarsi ogni giorno di più dell’Ideale che trovava una qualche realizzazione nell’etica dei rapporti sociali, nella garanzia della collettività, nella prospezione verso il futuro.

Laplanche scrive: ” Ma ciò che vi è di più profondo, a mio avviso, nell’uso lacaniano della nozione di significante è la distinzione tra due aspetti: il significante di che cosa (il significato sottinteso) e il significante a chi.… Questa messa in evidenza dell’aspetto “significante a” è delle più importanti, perché un significante può significare a senza che si sappia per questo ciò che esso significa.… sottolineare semplicemente ma fortemente la possibilità per il significante di essere designificato, di perdere ciò che significa, di perdere anche ogni significazione assegnabile, senza per questo avere perduto il suo potere di significare a.”( Laplanche J., 1995) L’uso del concetto di significante rinvia in questo contesto alla doppia funzione dell’immaginario che permette di assumere se stessi come oggetto libidico solo se questa assunzione è significata dalla presenza di un altro. Il passaggio per l’immagine rinvia alla  esistenza corporea dell’altro e quindi a quel “resto” che non può essere mai completamente simbolizzato, l’altro entra nell’esperienza del soggetto umano attraverso il  registro della presenza\assenza ambedue confermate o negate dall’occhio materno che sta a rappresentare la fase inaugurale, ineludibile, della possibilità di “significare a” anche quando non c’è più la madre che lo consente e conferma.

E’ inquietante il silenzio dei padri attorno alla relazione che intercorre tra madre e bambino, da cui tanto spesso distolgono lo sguardo,  che ha le sue radici nell’infantile e nell’edipico che in ognuno, ma tanto più nel bambino che abita l’uomo adulto,  è in attesa di parola e che, in assenza di un riconoscimento da parte della madre del proprio figlio rischia la deriva del godimento narcisistico incestuoso. Sembra di vederli i bambini costretti ad osservare la coppia formata dalla madre e dal fratello\sorella nuovi-nati difesi nel loro diritto di reciproca appartenenza da un intero ordine socio-culturale. Se quel bambino dagli occhi famelici è di genere mashile potremo osservare in quello sguardo una domanda che si riproporrà nel suo sguardo di futuro padre. La domanda che sorge spontanea riguarda i modi culturalmente disponibili perchè il futuro padre, che è stato un tempo nel posto di quel bambino, possa  simbolizzare gli aspetti rimasti irrapresentati della sua esperienza di figlio.

Mi sembra di trovare uno spiraglio di un nuovo orientamento relativo alla relazione del bambino con l’altro nelle fasi precoci dello sviluppo che apre al padre una via – raramente battuta e dai padri  stessi non riconosciuta  -  nelle segueni parole di André: “Si è passati da un infans tanto narcisistico quanto anoggettuale, autistico come un uovo (o un ventre pregno) a quello di un lattante precocemente competente, capace in capo a tre giorni di distinguere voci diverse e di preferirne una. La differenziazione estrema del nuovo nato non diminuisce la sua condizione di prematurità, la sua incapacità di venire in aiuto di se stesso, di rispondere ai propri bisogni. Al contrario: precocemente aperto al mondo che lo circonda, egli è ancor più alla mercè, più dipendente, salute psichica compresa, dalle “risposte” che riceve.”(Andrè J.)
Piegando queste considerazioni ai fini che mi sono proposta definirei il lattante sopra descritto più dipendente ma anche più permeabile, meno chiuso nella simbiosi. Sempre Andrè scrive: “Se l’immagine della simbiosi ha mal resistito alle ingiurie del tempo è perché  l’immagine del bambino si è modificata considerevolmente, al seguito delle scoperte psicologiche ed etologiche.” (ibidem )
Si può  ragionevolmente ipotizzare che anche la “funzione materna” possa declinarsi secondo direttrici diverse da quelle sin qui seguite  dagli autori che si sono occupati del tema “simbiosi” legato strettamente al rapporto dell’infans con la madre. Non intendo dire che tale funzione può migrare anche su una persona dell’altro sesso, come il padre, poiché questo è ovvio, ma non è una funzione di supplenza quella che può aprire vie nuove al rapporto di padri e figli con la paternità.  Voglio invece dire – questo è poi il cuore della mia ricerca – che la funzione autoconsevativa e libidica svolta finora dalla donna madre può essere rimodellata sul vissuto maschile e paterno. Non è, dunque, un bambino le cui esigenze si manifestano a prescindere dall’incontro con l’altro. Ogni bambino può essere modellato diversamente da questo incontro e addirittura sviluppare aspetti creativi del proprio Sé di cui non conosciamo che occasionalmente le caratteristiche. Penso a quei figli e figlie che sono stati effettivamenti  allevati da un padre non esautorato dalla madre. Sono pochi ma aprono una via e stimolano una curiosità. L’inquietante aumento di agiti incestuosi e/o di episodi definiti pedofilici di parte maschile possono in quest’ottica  essere  ri-considerati come il ritorno di un rimosso relativo alla particolare interdizione che il maschio riceve rispetto all’esperienza del con-tatto.

Come decifrare la lingua del padre? quella che egli ha fatto sua trasformado il discorso del porta-parola e che porta dentro di se le tracce dell’impensato\impensabile della madre? come cioè rintracciare al suo interno  l’altra logica, quella che viene dai processi primari e che oggi finalmente la psicoanalisi può raffinare? C’è una memoria sensoriale, una traccia non tradotta in parola, in attesa di essere rappresentata e simbolizzata  che tuttavia imprime un senso al messaggio che genitori e figli si scambiano.  La parola che quelle tracce cercano può essere trovata nella cura analitica a patto che vi sia un ascolto in grado di decifrare  suoni di una lingua in parte sconosciuta. E’ questa lingua che i padri parlano da ventriloqui, non riconoscendola come propria, poiché solo oggi la civiltà, che pure li ha così grandemente rappresentati, offre loro – seppure attraverso un pericolo di crollo simbolico -  l’opportunità di far lavorare la specificità dei loro corpi, bisogni e desideri con la dimensione simbolica. E’ infatti anche il corpo dell’uomo che cerca una propria rappresentazione, fuori delle iscrizioni materne.

Da queste iscrizioni viene  l’abitudine maschile a trattare il proprio corpo come un ab-ietto – nel senso che a questa parola assegna  Kristeva – come un estraneo di cui sospettare. Un uomo pensa in genere di non essere in grado di occuparsi del corpo, proprio e dell’altro, di non essere “tagliato” per questo. Fantasie, si dirà, molti uomini ormai si prendono cura dei figli piccoli, si occupano del loro svezzamento. Ma c’è una rappresentazione maschile accessibile culturalmente di uno svezzamento esercitato da un uomo che non venga dal padre stesso modellato sulla cura materna? C’è un grande fiorire di coppie omosessuali o quelle di due amiche che allevano un figlio, sono forse i precursori della famiglia del futuro? Certo è che non ci chiederemmo oggi se la struttura edipica è ancora il fondamento dell’organizzazione psichica e delle relazioni sociali e familiari, se le condizioni storiche incarnate dagli uomini e dalle donne che entrano nei nostri studi, da noi stessi e dalle vicende della famiglia analitica, non ponessero una domanda non decifrabile e ritrascrivibile nei termini dell’edipico che la tradizione ci ha tramandato.

La famiglia odierna trae gran parte della linfa vitale che la tiene insieme dall’intelletto femminile, dalla posizione sociale delle donne in continuo incremento numerico e miglioramento qualitativo, dalla loro capacità di costruire relazionalità. Aumenta, però, anche l’idealizzazione sia di parte maschile che femminile della “forza” delle donne e per estensione della forza e centralità della madre. A tutto ciò va aggiunto il potere della scienza medica che con la complicità femminile sostituisce il corpo dell’uomo con il suo seme, il suo nome con l’anomia. La siringa dell’inseminazione artificiale si presta particolarmente bene a rappresentare l’attributo fallico di una fantasia autogenerativa femminile che svuota il corpo dell’uomo e riempie quello della donna. Ad essere messo in difficoltà anche in questo caso è il livello immaginario, ovvero la possibilità di essere abitati dall’immagine di due corpi che si accoppiano per generare un bambino mentre  al suo posto si instaura un pensiero delirante.

Aulagnier è precisa in proposito: “Il pensiero delirante si impone il compito di dimostrare la verità di un postulato del discorso del porta-parola visibilmente falso. Questo postulato, implicitamente o esplicitamente, concerne l’origine del soggetto e l’origine della sua storia: i primi “intesi” che parlano questa doppia origine si sono rivelati al soggetto contraddittori con il suo vissuto affettivo ed effettivo.” (Aulagnier P., 1994)

Provo ad applicare questo discorso a quelle situazioni – e sono in numero crescente – di famiglie monogenitoriali (nella maggior parte dei casi formate da sole donne) oppure di famiglie il cui padre è umiliato dalla mancanza di lavoro, di potere sociale e non viene quindi riconosciuto né dagli uomini che contano né dalle donne che spesso in forma riparativa finiscono per  assegnargli un posto tra i figli e non al proprio fianco.

D’altra parte il discorso della madre porta-parola – lo impone l’ordine simbolico che struttura il linguaggio attraverso cui prende forma lo stesso discorso materno – deve rendere conto dell’esistenza del padre come terzo – ma è sempre di più un padre esautorato, posizionato a margine della vicenda psichica del figlio per un tempo lungo (le cose dicono che questa marginalità può riguardare addirittura i primi anni di vita del bambino)  abbastanza da generare  un buco nell’immaginario del bambino, guarda caso l’immagine che si usa ancora per significare il sesso femminile. Tornano la preponderanza di un femminile castrante e di un materno mortifero come rappresentazioni socialmente condivise del femminile. Versioni in continuo aggiornamento  di una misoginia sostenuta anche da molte donne.

La fecondazione artificiale rende oggi possibile l’incesto senza compromissione dei corpi: è già accaduto che una madre che ha perso il figlio già grande si sia fatta inseminare con il suo seme congelato, quel figlio sarà letteralmente un Edipo, ma non sarà l’erede di quell’Edipo che il mito ci ha consegnato e che ancora garantisce la famiglia umana della possibilità di simbolizzare il desiderio incestuoso. Edipo figlio della scienza non ha le stesse potenzialità simboliche, poiché non deve combattere né con un vivo, né con un morto, egli è tout court l’incarnazione della mancanza del terzo.

In realtà, contro tutti i pessimismi, uomini e donne continuano ad accoppiarsi e a procreare, ma lo fanno crescentemente in regime di sospensione simbolica e cioè affidando sempre più al  biologico la funzione che dovrebbe essere del reale con il risultato che la  funzione simbolica stessa ne risulta impoverita.  Siamo in un epoca in cui la parentela è divenuta fragile, porosa e dilatabile, quale sarà l’eredità di Edipo per chi si forma nelle famiglie disordinate in cui difficilmente le posizioni sono chiare, in cui il posto del padre è disperso, quello della madre viene occupato da diverse figure.  Le diverse teorie, in fondo sono ridescrizioni metaforiche che  non perdono il legame con la comune base della nostra esperienza, così il compito che attende la psicoanalisi è una ridescrizione metaforica della vicenda edipica che mantenga un legame con l’esperienza e le modificazioni che si registrano all’interno della famiglia odierna.

Far lavorare l’Edipo vuol dire, in questo contesto, tendere all’estremo le sue difficoltà al fine di far rendere ragione o rendere l’anima alle contraddizioni che esso contiene.

Questa voce è stata pubblicata in Home, Psicoanalisi. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>