Recensione su Psicoart. Rivista online di arte e psicologia

Da Rosalba Maletta, Germanista Università di Milano
Recensione su Psicoart, Rivista diretta da Stefano Ferrari

Vi siete mai chiesti cosa accade al corpo che canta, dipinge, scrive, recita, crea? E perché balbettiamo, e perché a volte perdiamo la voce, e perché cerchiamo di stiparci la giornata di impegni che poi ci affliggiamo a onorare sperando alla fine di sentirci appagati e invece ci manca sempre e ancora qualcosa? A questo punto, non ancora saturi, per sovrammercato andiamo pure a vederci Avatar o qualsivoglia altra novità in 3D:

In effetti, l’immagine – il pieno che essa è – ha preso il posto dell’immaginazione, cioè di una facoltà che presuppone una partecipazione creativa del soggetto il quale, per esercitarla ha bisogno di spazio, di un buco, di una mancanza da poter simbolizzare. Il 3D, nella sua iperbole, è lo svelamento della verità di ogni immagine, cioè il troppo che può facilmente diventare. L’immagine che satura non stimola più l’immaginazione ma travolge il soggetto, provocando uno scivolamento dal piano immaginario alla Cosa. C’è arte quando questo troppo si stempera, quando la Cosa si fa un po’ più assente: solo se è allusa posso scrivere, dipingere, cantare […]. Il pieno seda e soddisfa la segreta voglia di ipnosi nello spettatore. Il godimento – non il godimento Altro, creativo, ma quello della Cosa, mortifero – anestetizza riducendoci a neonati sedati, troppo gonfi di latte (Laura Pigozzi, Voci smarrite. Godimento femminile e sublimazione, Antigone Edizioni, Torino, 2011, p. 163 – d’ora in poi con titolo e numero di pagina)

Ci diamo tanto daffare, ci sfiniamo di palestra, ci affamiamo per annichilirci, spegnerci, sedarci nella prestazione bidimensionale e regalarci così quella regressione cui l’arte e il pensiero creativo attingono senza risparmio ma lavorando sul calco e negativo, contornando la mancanza perché, come ci ricorda Laura Pigozzi, psicoanalista di formazione lacaniana, docente di canto e di psicoanalisi della voce: «L’arte è in levare» (p. 163).

E il «godimento Altro»? Siamo dinanzi all’ennesima formula criptica, analgesica, mitridatizzante? Nulla di tutto ciò. Sta proprio qui l’originalità dell’ultimo libro di Laura Pigozzi – Voci smarrite. Godimento femminile e sublimazione, Antigone Edizioni, Torino 2011 – nel panorama psicoanalitico e culturale contemporaneo. Il godimento Altro vive nel corpo e nella voce, nella carne di una donna quando fa l’amore, quando canta, quando si abbandona all’estasi mistica, quando crea.

Ma allora, obietterete voi, è il solito libro sul gender; forse addirittura l’ennesimo pamphlet redatto per alimentare la guerra dei sessi, cosicché ci ritroviamo maschi impietosamente femminizzati, gonfi di Viagra, assai più “mammi” de LaMamma? Ancora e sempre no! Anzi, Laura Pigozzi depreca con solidi argomenti la forzata maternalizzazione del maschio occidentale e, con ciò stesso, la costante dissolvenza della funzione paterna. L’originalità della tesi di Laura Pigozzi è che il «godimento Altro» il maschio è in grado di provarlo eccome, solo che lo prova non nell’atto sessuale, nel regime verticale di acme e scarica, bensì nell’evento generativo e risonante della creazione artistica o nell’avventura infigurabile del mistico:

L’uomo vive nell’ordine seriale, con l’eccezione dell’uomo che crea, il quale si pone, mentre inventa, dal lato femminile dell’essere (Voci smarrite, cit., p. 136)

E come accade tutto ciò? Donde deriva Laura Pigozzi questo assetto metapsicologico che i poeti da sempre suffragano con esempi cogenti e pertinenti? Suo campo di specializzazione è la voce, il canto, la musica:

I giochi vocali insegnano le altezze tonali e, inoltre, la voce come relazione s’instaura proprio ora, nel primo dialogo sonoro con la madre. La prosodia materna, cioè la capacità della madre di trasmettere al piccolo il suo amore attraverso la voce, è un nutrimento più importante del latte: il suono della voce materna è anch’esso cibo, ma più raffinato, perché porta con sé la musica, cioè un principio d’arte, d’invenzione e di legame. Il seno è più regressivo non solo perché narcotizza il bambino, ma anche perché il bambino lo immagina come un prolungamento di sé, come qualcosa che gli appartiene. La voce può essere, da subito, iscrizione di una relazione, mentre il latte non può esserlo, mancando la reciprocità del dono: con i giochi vocali un bambino risponde alla madre donandole la propria voce – (Voci smarrite, cit., p. 136)

Laura Pigozzi fornisce una rilettura originale del godimento diffuso e perfusivo che invade tutto il corpo singolo e sociale quando è all’opera un atto creativo – che è poi l’unico modo per circumnavigare il Femminile. Una dimensione di abbandono che travalica i limiti del corpo proprio senza an-estesie – un argomento forte del libro in questione – o effrazioni o dissolvenze. Quella dimensione in cui lo spazio-tempo si inabissa e con esso la soggettività: è l’indicibile condizione propria del mistico e dell’artista . Con essa l’anedonico-anestetico non ha nulla a che vedere e finisce col perdersi nelle molteplici dipendenze indotte e inoculate dalla surmodernità cybercratizzata. Colché Laura Pigozzi ci fornisce una pista densa di sviluppi per leggere le sindromi contemporanee e decrittare l’ingiunzione paradossale cui la società ci espone senza riserva. E se non ci adoperiamo per ottemperarvi, rischiamo l’allontanamento dai gruppi, sempre più settari, sempre più alienati e alienanti, sempre più con-formi, proprio perché in-formi e dominati da un leader che ri-vela fogge e fattezze della Grande Madre:

Essere una donna è difficile perché è necessario “parzializzare l’abisso”, convivere con la mancanza e, in più farlo in un’epoca in cui il “tutto pieno” è ciò che sembra desiderabile. Non solo essere Madre è più facile, ma è anche più remunerativo socialmente, dato che l’attuale cultura del tutto pieno e la totalità incarnata dalla madre corrispondono allo stesso modello in cui il soggetto è mantenuto in stato di dipendenza. “La” Madre è “totalità”, è l’Uno, è l’abisso senza logica, mentre “una” donna è l’assunzione di una parzialità, di un destino più difficile e articolato (Voci smarrite, cit., p. 136)

E allora, proprio tenendo conto dell’alienazione in cui tutti scivoliamo senza accorgercene, che cos’è la sublimazione? Come circoscrivere quella particolare forma di creatività che partendo dal corpo del singolo permette poi al corpo sociale di godere di un piacere condiviso: quello dell’opera d’arte?

Laura Pigozzi di arte se ne intende di prima mano, il quadro in copertina è suo personale e, per quanto riguarda il canto e la voce, Laura Pigozzi è cantante jazz:

Il silenzio è un altro nome della Cosa, cui l’arte attinge mettendolo, parzialmente, in forma: in partitura, silenzio e nota sono sotto la stessa legge […]. La scrittura musicale disegna una trama sopra l’abisso del silenzio, che in musica, assunto dalla funzione del tempo, diventa ritmo, rilancio della nota, principio d’ordine: persino nel jazz, che con il suo gran numero di “rubati” stravolge la codificazione dei silenzi segnati in partitura, ma non li nega (Voci smarrite, cit., p. 118)

Il silenzio è il trauma del suono – ci ricorda ancora Laura Pigozzi (Ibid., p. 119) – ascrivendolo a quel registro dell’inattingibile che pertiene al sublime:

Il silenzio è trauma, Cosa, e la musica è la leggera rete che lo rende accessibile; logica del silenzio che lo evoca e lo invoca, in un balenio che ci ricorda che esso è, per noi, fuori portata. […] Più ci si occupa del silenzio, più esso risulta intangibile: la musica è insieme suono, rumore e silenzio che è incluso nella musica, anamorfico a essa, come il teschio di Holbein è nel quadro e, contemporaneamente, è il quadro. Il silenzio è dentro la musica, come la morte è dentro la vita, indistinguibile. Il silenzio è la latenza della musica, è un impossibile (Voci smarrite, cit., pp. 120-121)

Ma perché un libro sulla sublimazione e sul canto? E perché partire da “voci smarrite”? Laura Pigozzi è nel libro con tutti e cinque i sensi e anche di più quando fa notare come il rumore ci accompagni in ogni attività della vita e, quando ci chiudiamo in una stanza per portare alla luce una creazione artistica, il rumore è ancora più forte perché si staglia sul silenzio della pulsione di morte e ascolta il corpo al lavoro per sbozzare da quella lotta una forma presentabile e fruibile, creatura del mondo e per il mondo. La creazione artistica è un’alea, un giuoco a dadi con la morte, nella consapevolezza che alla fine la morte vince sempre e tuttavia il soggetto creatore necessita di codesto silenzio insidioso per inframmezzarlo con degli “staccati”, riempirlo senza mai saturarlo, senza colmarlo nella consapevolezza di contornare il vuoto algido e siderante, orlando quel silenzio che inghiotte l’abisso in cui le società occidentali rischiano di precipitare senza accorgersi:

La sublimazione può riaprire un destino possibile in quest’epoca primitiva? Forse sì, ma a patto di comprendere un punto essenziale. Come sappiamo da Freud, la sublimazione è uno sviamento della pulsione dal suo destino di semplice scarica nell’atto o di rimozione nell’inconscio ed è, invece, diretta verso la creazione di beni di ordine superiore. Ma – e questo è il punto – ciò è possibile solo se la pulsionalità resta proprio lì, nel centro vitale dell’opera. Dunque, “la cultura gira intorno alla pulsione”: l’amore per il sapere ha origine nel corpo e nella sessualità. Ogni passaggio di sapere dovrebbe trasmettere che la vita pulsionale è intrecciata a esso, cosa di cui le giovani generazioni vengono sovente deprivate. / nella sublimazione il percorso pulsionale non elimina, né riveste idealisticamente l’oggetto pulsionale, ma lo pone al centro […] immettendolo in un circuito creativo (Voci smarrite, cit., p. 46)

Nel libro troverete accostamenti arditi e cortocircuiti da capogiro; seguire le “voci smarrite” di Laura Pigozzi porta lontano: John Cage e Franz Kafka; Tom Waits e Antonin Artaud; Giacomo Puccini, lo hamming e Heinz Holbein; Heinz Holliger e Terry Riley; Cathy Berberian e Demetrio Stratos; Janis Joplin, Stockhausen e la musica concreta; Hitler e Richard Strauss; Mina, i falsettisti e l’an/estetica dell’orpello.

In un’epoca di anedonia, di tramonto del desiderio, di bisogni cancellati, proprio perché superfetati e saturati, non sappiamo più ascoltarci e ascoltare. E se continuiamo su questa strada – così argomenta Laura Pigozzi – rischiamo di mettere al mondo figli sempre più an/estetici (aisthesis) e an/estetizzati, sempre più incapaci di sentire il corpo nei suoi bisogni primari, sempre più incapaci di ascoltare il richiamo della sessualità adulta, dunque della vita, quella che – tutti – ci fa cantare sul bordo dell’abisso. Ma se siamo, addirittura nasciamo e cresciamo nell’abisso, come riconoscere ciò che non lo è? Come incontrare, inventare, creare quel silenzio germinativo bordato dei rumori del corpo senziente e sentito? Laura Pigozzi fa un esempio prezioso in questo libro costellato di agganci alla vita quotidiana, florido di riferimenti al campo delle arti in genere e della musica in particolare, arricchito di sagaci puntate nella società, oggi piucchemmai “dello spettacolo”, caratterizzata da una vischiosità fagocitante. Voci smarrite. Godimento femminile e sublimazione fornisce una mappatura scevra di sociologismi corrivi e vieti, tentazione in cui cade la discettazione psicoanalitica che vuole stare sull’attualità e, per dar forma all’abisso, si con-forma e de-forma:

Il padre oggi fatica, perché i sociale ha il marchio materno del tutto pieno, del latte sempre a disposizione, dell’infantilizzazione dei soggetti nel godimento “on demand”. Ai tempi di Freud il Super-io era l’istanza paterna del “Devi!”, oggi esso incarna il principio della Madre del “Godi! (del mio corpo)”, declinato nel “Consuma in abbondanza!”. Sembra che il consumare sia l’unica regola che tiene in piedi la nostra società: se non consumiamo, ci dicono, crolla tutto. Il Super-io ci impone di godere consumando l’oggetto: atto mortifero, perché io mi confondo con l’oggetto che consumo. Consumando ci consumiamo anche noi, in una ricerca vana della felicità, che resta irraggiungibile (Voci smarrite, cit., p. 155)

Siamo in una società che provoca e lamenta la latitanza del padre. Le figure del Maschile vengono attaccate nella logica subdola e melliflua della political correctness con le conseguenze di una scomparsa dell’Edipo e una efflorescenza di narcisismi più o meno sintomatici. Laura Pigozzi lega nel suo libro l’idealizzazione alla perversione e là dove c’è perversione non c’è funzione paterna, il che vuol dire che difetta il limite, la cesura, l’attesa, la paziente messa in opera di un progetto:

Come uscire da questa impasse? Certo non restaurando il padre del dovere, ma forse sostenendo il padre dell’invenzione, che è un padre antico e nuovo insieme: antico perché ci mostra che lavorare con struttura, ripetizione, linguaggio, regole offre un vantaggio psichico, e nuovo perché può attingere alle risorse del gioco e della creatività. […] Ciascun padre lo farà con un suo stile che, in après-coup, il figlio potrà riconoscere come nota d’invenzione nella vita del padre. È urgente che il padre reperisca uno stile nuovo per svincolarsi dall’assoggettamento alla madre, che lo rende simile al figlio e lo mette in una posizione da cui non gli è possibile trasmettere nulla (Voci smarrite, cit., pp. 156-157)

Con cogenza argomentativa Laura Pigozzi lega la sublimazione al padre simbolico, la cui funzione viene letta in una chiave originale atta a interpretare le dipendenze, le voci campionate, anestetizzate sino agli orpelli della mascherata transessuale. Vien qui da pensare a una involontaria parodia anodina e stucchevole della carnevalizzazione cui tutta la vera, grande arte è soggetta, perché l’ironia, l’umorismo sono indice di quel capovolgimento, di quel “pensare dal per al contro” – per dirla con Blaise Pascal e Didier Anzieu, uno psicoanalista cui il libro di Laura Pigozzi mi fa pensare per originalità e finezza di lettura.

Già, perché ciò che è qui all’opera è una nuova metapsicologia che parte dal verbo sublimare, parola e concetto che portano con sé qualcosa dell’ordine dell’intrattabile; che è dato solo e unicamente circoscrivere perché ne va dell’essenza, del succo più intimo dell’umano nello “quell’unica volta” in cui è dato vivere, esistere, essere, creare. Ecco, forse davvero solo le grandi creazioni artistiche e le sorvegliate, schiette costruzioni psicoanalitiche possono cogliere – senza mai dirla apertamente, direttamente, frontalmente – questa unicità dell’umano creaturale in tutta la sua pulsionalità, che rimane eredità da preservare, anche e soprattutto in tempi di carestia forzata dell’immaginazione creativa.

In questa nostra epoca un malinteso concetto di “esattezza” ci sprofonda in quella mimesi di mimesi dove più cogente è la critica di Platone. E tuttavia, le scienze della limatura dell’umano dimenticano, quando addirittura non scotomizzano proprio l’articolazione dell’umano nel corpo che canta, che inanella fonemi e infila serie fonematiche in giri di frasi dove respira, pulsa e vibra il poiein. Perché a parlare è sempre e ancora il corpo che distilla nella voce qualcosa che tocca l’a/Altro senza invaderlo, senza annetterlo, senza colonizzarlo. La mimesi di mimesi, ben lungi dall’essere precisamente aritmetica, confonde e fagocita, ingloba e trangugia in una furia anastomotica dove nulla rimane e siamo sempre più come bambini deprivati nel mentre ci stipiamo di clichés:

Il bambino occupato integralmente dalla voce materna, crescendo, mancherà di autonomia, risentendone anche da adulto, quando si accorgerà di non avere alcuna voce in capitolo (Voci smarrite, cit., p. 137)

Laura Pigozzi si mostra sensibilissima ai suddetti temi e – in un intreccio di voci – fa parlare la clinica nell’esperienza che è andata accumulando in decenni di pratica psicoanalitica nel trattamento della balbuzie come pure delle disfonie, dislessie e asfissie psicogene. Risultano poi di pratica utilità nel libro i rimandi in nota a video e filmati che esemplificano i numerosi riferimenti musicali e canori che Laura Pigozzi porge al lettore creando un luogo – virtuale e non narcotizzante – di incroci: con il progetto Rapsodia. Rete di psicanalisi, arte, vocalità Laura Pigozzi desidera incontrare artisti, psicoanalisti, pensatori per un dialogo tra le arti, le pratiche e i saperi (www.rapsodia-net.info).

Concludo con la proposta di Laura Pigozzi che riconosce la voce, dunque il grido, il richiamo come marca dello scambio tra esseri umani. Forse – bisognerebbe chiedere a Laura Pigozzi cosa pensa – si potrebbe aggiungere la voce, nel suo viaggio dal vagito al rantolo, a quei fantasmi delle origini individuati da Freud e sistematizzati da Laplanche-Pontalis. Ciò che residua saranno allora voci che fanno “legame sociale” senza agglutinarsi, inchiavardarsi, subissarsi perché l’uomo nasce nel grido, nel sangue e nell’urina ma è, fondamentalmente, animale culturale che sublimando riesce a trascendersi nell’incontro coi Padri e il transgenerazionale:

Più manca la tenuta culturale, più ciò che funziona è il clone, la copia, perché la fragilità simbolica non tollera la differenza propria di ogni originale. Anche la voce, da unicum che è per statuto timbrico, diventa copia, imitazione di ciò che ha successo, pur se effimero e di breve durata […] conformismo al modello che al momento “tira”. L’imitazione è lo sprofondare nella superficialità (Voci smarrite, cit., p. 31)

Chiudo questo mio contributo sul libro di Laura Pigozzi – Voci smarrite. Godimento, femminile e sublimazione – con una nota stilistica. Come già con il libro precedente – A nuda voce. Vocalità, inconscio, sessualità, Antigone Edizioni, Torino 2008, oramai alla terza ristampa – questo nuovo figlio di Laura Pigozzi mostra la struttura, l’andamento, il giro di frase di una partitura musicale. Il lettore è indotto a leggere seguendo il melos del testo, laddove lo staccato tra i singoli paragrafi ne segna l’armonia che detta la forma, il metro, la misura, il ritmo, il limite in cui le idee di Laura Pigozzi convibrano col corpo del testo mettendolo in profonda risonanza col corpo del lettore, che incontra qui un foro di discussione intra-, interpsichica nonché relazionale per riflettere sul mondo che lo circonda e inventare (invenio), mettere a punto, concertare il suo proprio mondo interno in una rapsodia di voci che dallo smarrimento guadagna all’inconscio enarmoni di grande momento. A tal fine Laura Pigozzi ricorre al corsivo – da noi qui sostituito, per esigenze redazionali, con le virgolette tonde – come se volesse trasferire alla grafia il timbro della sua voce che suona più forte e grave là dove introduce concetti germinativi nella grazia temperata e lirica con cui li porge:

Il silenzio sta a segnare un punto di rimpianto, luogo irraggiungibile, abitato dal divino e dal sacro; il silenzio è il sublime intangibile da cui il suono può nascere (Voci smarrite, cit., p. 118)

Senza rumore non c’è sublimazione. L’anestesia infatti non fa rumore – così si chiude il libro di Laura Pigozzi.

Rosalba Maletta

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