Ritrovare la follia

Hieronymus Bosch, Concerto nell'uovo

Da Giovanni Sias, psicanalista a Milano

“Pieni di presunte conoscenze, perché hanno da te acquisito molte informazioni senza mai coglierle nella loro verità, si crederanno pronti a giudicare su ogni cosa e saranno insopportabili a frequentarsi, perché invece di essere sapienti, come si credono, saranno solo una accozzaglia di frasi.“(Platone, Fedro, 275a)
“Ognuno vuole la medesima cosa, ognuno è uguale; chi sente altrimenti va dritto al manicomio [...] Dove finisce la solitudine comincia il mercato; e dove comincia il mercato comincia anche il chiasso dei grandi attori drammatici e il ronzio delle mosche velenose.” (Nietzsche, Così parlò Zarathustra)

Intendere il «metodo del colloquio un vero e proprio atto medico», come sentenziato recentemente in Italia dalla suprema corte di cassazione, è un vero e proprio atto incomprensibile. Un «mostro culturale», appunto, cresciuto nell’ignoranza e da un’informazione falsa, da un’ideologia anti psicanalitica (ma che appartiene anche a una certa concezione psicanalitica) costruita ad uso del mercato della salute che ha fuorviato la comprensione sociale di una pratica intellettuale così unica nella cultura dell’Occidente.
In un sito internet si legge questa definizione di psicanalista: «Lo psicanalista è uno psicoterapeuta che si ispira alla psicanalisi di Freud e dei suoi successori». Questo tipo di definizione è il falso intellettuale, la definizione corrotta dalla ricerca dell’inserimento nel «mercato». A cui nel tempo se ne è aggiunta un’altra ancor più fuorviante e cioè che si possa avere il «desiderio» di diventare psicanalista, come se la psicanalisi fosse una professione che si può scegliere a proprio piacimento fra altre. Questo è quanto ha portato lo scivolamento del «discorso dell’analista» nel «discorso dell’universitario». Ma ogni analista ha da sempre saputo che un simile desiderio non è mai veritiero. Semplicemente, non si può cercare di diventare psicanalisti perché, nella realtà, ci si trova tali. E ci si trova nel posto dell’analista solo nel momento in cui ci si rende conto di ascoltare una domanda di analisi e la si accoglie. Tutto il resto è immaginazione di chi non ha mai conosciuto la realtà della psicanalisi e della sua esperienza.
Certo, a partire da tali posizioni non è difficile arrivare a sentenziare che ogni colloquio è atto medico. Il tutto parte da un proton pseudos e continua a propagarsi come tale, e quindi ogni definizione e argomentazione che procede da quel primo falso sarà sempre falsa, per quanto rigorosamente condotta.
Il «colloquio», a partire da Platone, è l’atto che fonda la nostra civiltà e la nostra cultura. Com’è possibile, senza essere ignoranti, stupidi o in mala fede, assimilare il colloquio, gratuito o a pagamento che sia, a un atto medico? È questo che dobbiamo attenderci da un tribunale italiano? E allora, cosa dire di ogni relazione maestro allievo? Anche quelle tutti atti medici? Ma di che cosa si sta parlando?
Sia pure che il tribunale si riferisca alla psicoterapia ed estenda a essa la pratica del colloquio. Ma è possibile, e soprattutto risponde ai criteri della cultura, assimilare in modo così unilaterale e senza interrogazione alcuna la pratica del colloquio a una professione psicoterapeutica?
Ma poi, l’esperienza della psicanalisi è un «colloquio»? Si produce e si svolge attraverso il «colloquio»? Bisogna stare attenti quando si usano le parole, perché altrimenti si trita tutto insieme come in un compattatore e tutto diventa spazzatura. Allora sì che si entra nel regno dell’indistinto e dell’indifferente, dove tutto si fa vago, oscuro, diventa luogo di gene- ralizzazioni gratuite e fuorvianti. Forse sarà così nel regno delle psicoterapie e forse oggi, anche se stento a crederlo, in quello del diritto. Già, però, di che diritto stiamo parlando quando la giustizia, in Italia, si compie nella «libera convinzione del giudice»? È esattamente la giustizia come si attuava nei tribunali dell’inquisizione sul quale, evidentemente, si fonda il diritto illiberale dello stato italiano.
Certo non può essere il regno della psicanalisi che usa scomporre ogni oggetto nei suoi singoli elementi, nelle sue unità più semplici, cioè primitive. Una psicanalisi è, innanzi a ogni altra cosa che di essa si può dire, «meditazione sui nomi» ovvero sulle parole con cui si racconta il mondo in cui si è, e i suoi oggetti.
E allora si scoprirà che il «colloquio» è termine improprio per l’esperienza analitica che è un’esperienza particolare e singolare, nel senso che ogni «analizzante» analizza da sé (e occorre sottolinearlo) il mondo di cui racconta, in assenza di qualunque prescrizione e di qualsivoglia protocollo, di qualunque modello attinente a stravaganti «relazioni d’aiuto», come si usa dire oggi. Sto parlando della Psicanalisi, e niente affatto della psicoterapia psi- canalitica che partecipa delle ampie famiglie delle psicoterapie curative, in quanto condotta in presenza di un terapeuta che dirige (appunto, il colloquio), che presta la sua opera attiva, che ritiene di avere la «competenza» per risolvere il «problema», la «patologia» che gli si prospetta. Lo psicanalista non può aiutare nessuno in quanto non sa niente, né niente può sapere di quel che cerca o che vuole chi a lui si rivolge. Può solo aderire, silenzioso e ignorante, a quella domanda.
La differenza fra tutte queste forme terapeutiche, che pur dalla psicanalisi hanno attinto, è che in una psicanalisi non esiste nessun problema e nessun bisogno, solo il desiderio, e spesso anche la necessità, di leggere il mondo in cui si è e che si è reso incomprensibile, inabitabile, inospitabile. E tutto ciò succede perché i sintomi che reggevano la propria pre- senza in quel mondo sono caduti, non funzionano più e il venir meno della loro funzione  equilibratrice impedisce a una qualunque persona di utilizzare le proprie prerogative intellettuali e fisiche. Dove il sintomo si rende assente allora si apre la via all’angoscia, che non è per niente un sintomo, come i terapeuti credono, ma è invece la sua mancanza.
Eppure le psicoterapie partono dal concetto, mutuato (in modo sconsiderato, in questa nostra società che si regge sulla malattia e dove tutto diventa occasione di malattia, che a sua volta produce innumerevoli malati paganti) dalla medicina senza alcuna considerazione epistemologica, e diagnosticano sintomi chimerici, ma assai redditizi, pensando pure di avere il potere di curarli e di guarirli.
Questa idea di curare e guarire i cosiddetti sintomi non potrà mai tenere in conto che nella psicanalisi è l’analizzante ad «analizzare» (e non a caso uso la forma attiva del verbo), e non può neanche tenere in conto l’esistenza dell’analizzante, ma può prendere in considerazione solo forme passive, e cioè il termine «analizzato», o al massimo si opta per il gerundio «analizzando» il cui senso è quello di colui che si sottopone a un’analisi, in sintesi colui che viene analizzato per quanto si sia voluto riconoscere una sua partecipazione attiva nella cura: il gerundio, in sostanza, qui indica «colui che si fa analizzare».
Il termine analizzante, invece, non può mai indicare, in nessuna delle versioni in cui può essere preso in considerazione questo termine, colui che si sottopone all’analisi, ma solo indica colui che produce l’analisi. Infatti la psicanalisi, nella sua esperienza, non è affatto costituita dal corpus dottrinario dei suoi estensori e critici, e cioè dai cosiddetti psicanalisti, ma è costituita unicamente dal lavoro di analisi e di ricerca di colui che compie realmente quel lavoro, e cioè l’analizzante. Una psicanalisi è l’attività dell’analizzante e non è per nulla definibile attraverso quella dello psicanalista. Lo psicanalista, in definitiva, non è colui che «psicanalizza» ma è colui grazie al quale il lavoro di analisi è possibile essere svolto da un analizzante, il quale sottopone ad analisi, alla sua sola e personale analisi, le parole attraverso cui individua la sua vita e il mondo in cui essa si esplica. Egli analizza il proprio esperire il mondo attraverso i suoi oggetti, la loro conoscenza e la relazione con essi.
Per questa via è possibile definire l’esperienza psicanalitica come scientifica e letteraria allo stesso tempo.
Una via alla quale, a partire dagli anni Trenta del Novecento, gli psicanalisti hanno rinunciato. Hanno imboccato una via più «professionale» che li sistemasse nelle pratiche mediche e terapeutiche, riconoscendosi (e così coartando definitivamente la psicanalisi) nelle professioni sanitarie.
Ho avuto un grande maestro in Giuseppe Pontiggia, il cui insegnamento, umile e attento, mi ha trasmesso l’impegno nei confronti della scrittura e l’attenzione alla parola. La necessità di avvicinarmi sempre alla parola giusta e di essere onesto nei confronti del lin- guaggio. Giustezza, giustizia e onestà, che si raggiungono solo quando si raggiunge una pa- rola vera, e una parola vera la si raggiunge solo quando si è onesti secondo l’insegnamento, non poi così antico da doversene dimenticare, di Quintiliano.
Nessuno, fra gli psicanalisti che ho frequentato, è stato all’altezza dell’insegnamento di Pontiggia, per quanto abbia conservato verso di loro l’affetto dell’allievo.
Pontiggia sapeva che tutto ciò che riguarda l’umano riguarda necessariamente ogni uomo, così come ogni cosa che riguarda l’umano esiste solo attraverso il linguaggio e che quindi solo nell’attenzione e anche nella semplicità e libertà espressiva, tutt’altro che facili da raggiungere, l’uomo può raggiungere la propria vita reale, e cioè umanamente sentita e vissuta. Lo sapeva con tale chiarezza che ne era perfettamente coinvolto; non era per lui «teoria», anche se nei suoi scritti riusciva a teorizzarlo benissimo, ma prassi consolidata, stile, vita concreta che lui conduceva non per semplice convinzione ma come qualcosa a cui non poteva sottrarsi. Possiamo dire, in questo senso, che era un «moralista», nell’accezione più antica e più alta di questa parola, di un uomo morale perché vive la sua vita pensando, agendo e patendo umanamente.
La sua grande attenzione alla morte e al dolore non è mai stata «mortifera», anzi la consapevolezza della loro presenza costante nella vita produce una continua apertura al mondo e alla sua conoscenza; la morte è un assoluto che ha il potere di aprire nell’uomo l’infinito di fronte alla propria finitezza. Così come il vuoto e l’assenza diventavano, nella sua scrittura, aperture di nuove e incontemplate possibilità e libertà.
Pontiggia era uomo e scrittore morale: richiamava spesso, come se nessuno, lui per primo, dovesse scordarsene, l’esigenza morale della verità. La verità, diceva, è un’esigenza morale. E allora la parola, tutte le parole sono richiamate all’esigenza della conoscenza e della verità, che sono esigenti perché devono esprimere la verità del mondo e di sé nel mon-
do.
Praticare questo piano della parola avvicina alla saggezza, una sapienza dal sapore antico eppure assolutamente attuale; chi vive in questa condizione si troverà continuamente immerso nella solitudine, nella singolarità, rischierà sempre di apparire estraneo al proprio tempo; è colui, invece, che avendo meditato a lungo il senso della propria contemporaneità, così come delle ingannevoli e illusorie «necessità» del mercato, terrà vivo il valore che l’unità di conoscenza, sapienza e verità ha saputo portare agli uomini di ogni tempo e luogo, la presenza di un senso più profondo e veritiero della loro vita, mettendo continuamente in rilievo l’intreccio fra etica ed estetica, dove l’etica è la prima e ultima istanza della «meditazione» intorno a ogni gesto e a ogni parola. Le parole acquistano così un valore molto alto, s’impara a lesinarle, non servono più tanto a «far compagnia», perché in un incontro il silenzio e l’ascolto diventano preminenti; si avverte la preziosità della parola, perché ogni parola rende presente la vita, anche se nello stesso momento della sua pronuncia emerge il suo fallimento nel cogliere la realtà e la sua impossibilità a garantire quella salvezza comunque sempre cercata.
Così come l’opera di Pontiggia è estranea a ogni psicologismo, il suo invito alla lettura era estraneo a ogni mentalismo. La lettura dunque non come pratica mentale, o acquisizione di notizie varie e numerose secondo i dettami moderni sull’informazione, ma come pratica di vita, percorso infinito di accesso alla conoscenza e ascolto della verità che sorge in ciascuno nell’atto del leggere.
Il suo insegnamento mi ha spinto sempre ad ascoltare la parola vera, che è quella che più aderisce alla mia vita e, soprattutto, alle verità messe in gioco dal mio parlare e dal mio scrivere.
Questo è ciò che esattamente si produce in una psicanalisi; ma poi, troppo spesso, una volta assunto il posto dello psicanalista, ci si scorda della sua esistenza, si diventa «pro- fessionisti», si assume nel peggiore dei casi il ruolo del terapeuta, ci si inorgoglisce della propria possibilità di aderire a una consorteria in cui si è riconosciuti per una competenza fallace. La parola non aderisce più alla verità della vita, ma viene messa a servizio, serva del proprio illusorio privilegio: al servizio dell’imperativo del mercato. Diventa la parola intorno alla quale ci si raccoglie per formare un essere-insieme. Non c’è più la parola etica, che è contro il diciamo tutti insieme la stessa cosa perché essa è spazio vuoto, intervallo, distanza. Gli psicanalisti non hanno saputo restare sulla loro parola, hanno anzi creduto che essa venisse data loro per insegnamento o per eredità considerandola un testamento; non hanno inteso che essa non realizza e non compie perché la parola etica è rottura, frattura, incrinatura: non unisce ma divide.
Con la rinuncia alla parola etica gli psicanalisti sono diventati psicoterapeuti, e da allora rincorrono il loro riconoscimento sociale. Non si accontentano del posto inassumibile, sacro per quanto temporaneo ed evanescente, accordato loro dagli analizzanti.
Seguendo l’insegnamento di Pontiggia il mio impegno, nell’ambito della psicanalisi e anche come intellettuale, è stato quello di diventare un «contemporaneo» di Freud così come di tutti gli autori che ho frequentato, antichi e moderni.
Nessuno come Niccolò Machiavelli ha saputo rappresentare, con una forza visionaria che non ha più avuto eguali, la propria contemporaneità ai classici; scrivendo a Francesco Vettori gli racconta come una volta spogliatosi dei suoi abiti quotidiani e rivestitosi di abiti reali e curiali entra nel suo scrittoio, e così «rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio, e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno di parlare con loro e doman- darli della ragione delle loro azioni; e quelli per la loro umanità mi rispondono; e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia: sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi trasferisco in loro».
«Tutto mi trasferisco in loro»: è un’immagine potente, straordinaria. Suggerisce l’affidarsi alla lettura, l’essere compenetrato nel testo; discutere con l’autore, chiedergli le ragioni delle cose che scrive con un’attenzione critica, intelligente, di chi non si accontenta della mera lettura ma vuole trovarvi il proprio pensiero, la propria ragione in ciò che legge. Non è un’adesione scontata al testo e neppure la pretesa di capirlo, ma è cercare di trovare ciò che l’autore può comunicare al di là di ciò che scrive. Nessuno storicismo che fondi una contemporaneità fasulla fra autore e lettore, che impegna a conoscere tutto del tempo e della vita di chi scrive. Nessun filologismo azzardato e delirante che voglia raggiungere il pensiero autentico dell’autore. Nessuna religiosità fra lettore e libro. Sacro è leggere, non il libro.
Non sto suggerendo una lettura arbitraria, ma il lavoro filologico, davvero eroico nel suo intento eppur maniacale nel suo volerci restituirci un testo perfetto, non ci avvicina all’intelligenza della lettura. Certo, preferisco testi filologicamente curati, ma non lo ritengo così essenziale. Essenziale è, e resta, la lettura quando essa si compie nel silenzio e nell’ascolto del lettore.
Lo storicismo e il filologismo sono residui, ma ancora potenti, del modo in cui sono letti i testi sacri, dove ha prevalso la logica religiosa di lettura, dove l’interpretazione è affidata unicamente all’autorità che determina «a priori» valore, senso e significato del testo, imponendo così, proprio sul piano del senso, un’unica direzione interpretativa a cui ciascuno deve adeguarsi. È un piano delirante che ha il potere di essere particolarmente coinvolgente proprio perché retto dal suo incrollabile potere fondato sulla superstizione. A quella religiosa si è sostituita oggi quella scientifica e nulla pare essere in grado di arrestare il suo corso.
L’accademia ha certo la funzione essenziale di essere erede della tradizione, di conservarla e anche di perpetuarla, ma scivola continuamente nell’accademismo. Soprattutto nella sua tendenza ad approfondire, a precisare, a isolare il dettaglio spesso dimenticando il tutto diventa la tomba dei testi. Il suo attivismo risulta catastrofico perché chiude a ogni pos- sibile invenzione nel senso etimologico di «scoperta del nuovo»; impedisce quel rapporto diretto con l’autore, quel trasferirsi in lui, che nell’interrogazione permette di arrivare a un senso nuovo, e cioè di ciò che si fa scoperta nel lettore. Una tale scoperta non può mai darsi per l’arroganza dell’arbitrarietà ma solo per l’umiltà del silenzio, della compenetrazione del lettore nel testo che si fa tramite di una relazione esclusiva fra lettore e autore.
Accade così che il lettore muta, rompe il circolo vizioso delle proprie idee, dei propri pensieri e raggiunge una dimensione nuova di lui stesso, nuovi percorsi nella sua vita, nel proprio esperire il mondo e la realzione con gli oggetti del mondo. Una lettura che è insieme scoperta e invenzione di sé, che procede dall’abbandono dei propri schemi concettuali per aprire possibilità nuove e non ancora contemplate, e che solo la lettura ha consentito.
Altro tema decisivo e alquanto imbarazzante è quello della traduzione. Imbarazzante perché in genere solleva problemi di perfezione e fedeltà nei quali, come nel filologismo, si rasenta il delirio e si perde completamente il proprio rapporto con il testo. L’idea di raggiungere attraverso la fedeltà linguistica il pensiero autentico dell’autore ha in sé qualcosa di malato, di fuori luogo. Il vaneggiamento sulla fedeltà delle traduzione porta a una relazione allucinata con l’autore del testo, come se la traduzione potesse renderci una perfezione che sarebbe insita nel testo originale e che la traduzione tradisce.
Io credo che una traduzione deve essere, come diceva Pontiggia, «bella e fedele», concetto che ci sbarazza in modo brillante dalla mitologia, in voga negli anni Settanta e Ottanta del Novecento, della «bella e infedele». Certo, una traduzione deve aderire quanto più possibile al testo originale, dato che quella esiste proprio in forza di questo, e fra i due si stabilisce un rapporto intimo in forza del quale è possibile la traducibilità. Ma, insomma, si scontra sempre con l’impossibile e anche con il fallimento; sta fra l’utopistico e l’illusorio se ammettiamo, come suggeriva Walter Benjamin nel Compito del traduttore, che ogni traduzione è pur sempre un modo provvisorio di fare i conti con l’affinità e, insieme, l’estraneità delle lingue. Una traduzione, comunque, sottolinea sempre la distanza con l’autore.
È indubbio che su questo tema della fedeltà delle traduzioni si operi con un accanimento che non ha eguali, dove la tendenza è quella di negare la distanza che segna inesorabile l’intraducibile. Si può tradurre la lingua in grazia delle affinità (che non sono per niente somiglianze) fra le lingue, ma non si potrà mai tradurre il contenuto, avvertiva sempre Benjamin. Gli accaniti terapeuti della fedeltà invece, non ammettendo la distanza, non avvertono l’impossibile riproducibilità del senso che alberga nell’originale il quale, forse, è sfuggito pure all’autore mentre scriveva.
Occorre che la traduzione sia atto d’amore nel suo liberare la lingua racchiusa e pri- gioniera dell’originale e in questa libertà la traduzione compie il suo tragitto; in questo senso il traduttore libera la lingua, le dà il suo movimento di creazione originando l’infinito della lingua nelle lingue finite, e in questo coincide con la letteratura che è pur sempre una forma di traduzione. Non è un caso che le letterature siano nate dalle traduzioni e quindi è sempre la lingua straniera che consente alla propria lingua di espandersi e di creare.
Il motivo per cui mi ostino a tradurre non è quello di italianizzare un testo straniero ma, attraverso quella lingua a me estranea, avvicinandomi a essa, portandomi in essa, cerco di scuotere il mio misero italiano, di togliermi di dosso la mia povertà linguistica: approfon- disco, anche nel senso di penetrare, la mia lingua attraverso la lingua straniera. È alla lingua, dunque, che mi rivolgo quando traduco e non al senso. Per amore della lingua anche se, come scrive Mario Aiazzi Mancini in Ellissi sulla traduzione (www.afanisi.net), rischio sempre la follia di chi si perde, condannato all’insoddisfazione perché «l’amore tradisce anche se stesso».
Due termini appartenenti a lingue diverse, avvertiva José Ortega y Gasset (Miseria e splendore della traduzione), non sono la stessa cosa anche se trovano corrispondenza nei dizionari. È un’utopia credere che facciano riferimento al medesimo oggetto perché si tratta di due oggetti che sono fra loro incongruenti, come lo sono i termini di due lingue che racchiudono in loro paesaggi ed esperienze differenti. Se a questo aggiungiamo che ogni termine, come ho già notato altrove, si forma e acquista valore da una struttura immaginaria che appartiene solo al soggetto (in quanto soggetto sia alla lingua sia all’immaginario) e che è inconscia, si capisce bene che l’idea di raggiungere il senso, e in particolare il senso autentico e l’intenzione dell’autore è un’idea delirante, anche se non priva di un certo eroismo.
Tradurre è sempre fare una scelta, inevitabile quanto necessaria, e questa dipende da troppi fattori che il traduttore non può padroneggiare. Non si è padroni della lingua. Nella scelta è implicata la propria storia, l’incontro con il linguaggio, quell’immaginario da cui dipende il valore della parola e anche la costruzione della frase.
Continuando ad approfondire la complessità del tradurre: là dove il tradurre si confonde con la scrittura, dove cioè si fa atto letterario. Su questo versante anche la traduzione, al pari dell’atto artistico e di quello scientifico, si fa invenzione. Per questo tradurre non è solo legato agli aspetti formali e tecnici. Certo il traduttore di questo ci parlerà, perché di questo può parlare, perché è un campo rassicurante che può dominare meglio a seconda che sia più o meno bravo. Ma il principio essenziale non è formale, non è legato al linguaggio se non perché il linguaggio consente l’espressione della cosa. Pontiggia esprimeva questo concetto per quello che riguarda l’arte, la poesia, possiamo aggiungere anche la scienza in quanto il ricercatore, qualunque sia il campo della sua espressione, ha in mente qualcosa di unico, di assoluto. Il problema della forma è sicuramente importante perché è ciò che abbiamo a disposizione. Ora, attenersi al piano formale può diventare fuorviante. È vero che la velocità possiamo esprimerla solo con una formula, ma non è questa che interessa il fisico bensì dare l’immagine e il concetto della velocità. Attraverso la formula la realtà della velocità è immediatamente e perfettamente evidente. Dunque il linguaggio è fondamentale ma solo in quanto ciò che interessa è la cosa espressa per mezzo del linguaggio. Pontiggia precisa che indispensabile è il linguaggio ma essenziale è la cosa detta. E qui, sempre continuando nella complessità, la questione si fa ardua perché la cosa è inconscia. Ne avvertiamo il progetto, piuttosto, ma essa fa parte della nostra esperienza intima, e questa, in definitiva, non è raggiungibile con il linguaggio per quanto noi si approfondiscano i suoi aspetti formali. La cosa è legata a tutta la nostra esperienza di vita, di lettori, presa nel gioco dei nostri pensieri, del nostro desiderio di cui abbiamo già da subito perduto le radici. Ma è qui che il linguaggio, per quanto fallimentare, ci viene in aiuto. Perché attraverso di esso noi la cosa possiamo crearla. Così che il traduttore non potrà mai restituirci il senso dell’autore dell’originale, ma attraverso la nuova lingua della traduzione crea il senso. Allora la traduzione non può che essere il progetto del traduttore, progetto che dipende dalla sua esperienza di vita, da come la lingua canta in lui, dalle sue emozioni, delle tante letture e i tanti autori che nel tempo lo hanno attraversato. Allora la traduzione si fa nuovo senso che è espressione del traduttore, per tradursi ancora in nuovo senso nel lettore.
E dunque, per ritornare alla lettura, il senso ultimo si compie nel lettore, qualunque sia la sua lingua. Freud non è stato meglio compreso nella sua lingua che nelle traduzioni. Ciò che si comprende, qualunque sia la lingua in cui si legge, è legato all’emozione che il testo è in grado di suscitare nel lettore, e per quanto un lettore è in grado di interrogarsi (pro- prio nel senso di interrogare se stesso) attraverso il libro interrogando la cosa che sorge dalla lettura e che gli appartiene (a lui lettore e non al libro).
Se un lettore non si perde nel libro che sta leggendo non ci sarà né traduzione né storia né filologia che gli consentirà di ritrovarsi. E il dramma dell’accademia sta proprio in questo, nel forgiare una categoria di lettori che non si perdono mai e che scambiano la lettura per quell’esercizio asfittico che è l’acquisizione di informazioni e conoscenze tanto diverse quanto vane.
Perdersi è un’esperienza intensa, che spaventa e non è mai sprovvista di dolore, ma è la sola via praticabile per avvicinarsi alla cosa. Naipaul la testimonia così in Leggere e scri- vere: «Poi un giorno, quando ormai ero sprofondato nella depressione, cominciai a capire quale poteva essere il mio materiale…».
Perdersi vuol dire arrivare ai confini della follia, transitarne la soglia. Sulla follia gli uomini si sono interrogati da sempre. La vita non è forse una follia? E i modi in cui in essa ci districhiamo non sono forse folli?
La psicanalisi non è che un’altra domanda, un’ulteriore considerazione su come averci a che fare con la follia, soprattutto con la propria, dato che nessuno vi sfugge. Benché tutti cerchiamo un riparo e costruiamo illusorie tranquillità, protezioni evanescenti, rassicu- ranti impedimenti, intralci miracolosi, rituali propiziatori per eternizzare il presente e farmaci per l’assopimento garantito. Guarire dalla vita, dalla sua follia, sembra essere sempre stato il particolare impegno sociale. Famiglia, religione, scuola, lavoro, mercato: ecco gli antidoti, le opposizioni a salvaguardia di una follia che invece è sempre lì, presente, e ride della vanità umana che crede di ergere ostacoli mentre perde la ragione nel ricorrere il niente; gradini di un’ascesa, giorno dopo giorno, verso un’esistenza da morto, eppure respira! ma il respiro non lo muove!, condannato a morire senza accorgersi di aver vissuto. Chi accetta di perdersi sembra avere la possibilità di salvarsi, perdersi dentro la tormenta della vita, costretto dagli eventi, capace di accogliere il destino ma anche di viverlo senza restarne schiacciato, l’occasione di ritrovarsi nella traversata di sé verso un oggetto mai possedibile e che si mostra solo ai pieni di spirito, cioè ai folli. La via della saggezza passa per la follia, avvertiva Erasmo.

Cercare un principio rassicurante, sempre identico e conservato in una memoria che non si presta alle alterazioni del senso, forse, protegge dal dolore ma non permette all’aria di circolare. Meglio allora una memoria difettosa, come quella con cui doveva fare i conti Stendhal che viveva nell’attesa del colpo di genio passando anni «della più profonda e incolore infelicità» e che solo quando vi rinuncia, quando permette alle cose di cambiare le sue considerazioni gli capita di diventare uno scrittore di genio. «È una delle grosse lacune del mio cervello: continuo a ruminare su quel che m’interessa e a furia di guardarlo in “posizioni d’animo” diverse, finisco per vederci qualcosa di nuovo fino a fargli cambiare aspetto» scrive nella Vita di Henry Brulard. È la follia di chi vede solo lui quel che vede perché non è frutto di conoscenza conservata in una memoria sempre sconclusionata, ma è pura invenzione e costruzione di quel vedere. E d’altronde cos’è la memoria dopo Freud? Non è più solo ricordo ma è anche dimenticanza, la quale è sempre vittoriosa mentre i ricordi ingannano colorando sempre le loro bugie.
Con Freud la dimenticanza consente la «scrittura» degli eventi nella nostra vita, le nostre diecisioni, e muove i passi nella direzione in cui le gambe camminano. Così che la scrittura non potrà mai più essere considerata al pari di un atto allucinatorio per mezzo del quale trasferiamo i nostri pensieri, ma si fa scoperta e creazione del pensiero. Il pensiero, dunque, non si trasferisce con la scrittura ma sorge da essa. E questa verità, per me, è stata di nuovo il frutto dell’insegnamento di Pontiggia.
La musica è l’emblema stesso della follia. E non solo, o non tanto, perché è stata oggetto di molte composizioni (e anche di molte danze), ma perché è la musica stessa a essere follia. Ha annullato totalmente la parola sostituendola con il suono. La parola non ha più alcun valore né il senso già determinato da un presunto quanto fasullo significato comune e sociale. La musica non vuole dire niente e non dice, non afferma, non preordina ma scardina dalle sue fondamenta ogni ordine, ogni tempo, ogni voce e alla fine rende assurda e vana ogni affermazione. Eppure può colpire lo stomaco e togliere il respiro, e in quel momento apre un pensiero che non è fatto di parole, che non può e non ha niente da dire ma che solo sente; è un pensiero fatto di sentire: stiamo attraversando la soglia della follia.
La musica non unisce ma divide. Ciascuno è uno e solo anche nella moltitudine di un teatro, con la propria lingua fatta di silenzio, oppure come in un’orchestra dove ciascuno è uno e solo con il suo corpo diventato appendice dello strumento che suona e solo per questo si accorda con tutti gli altri corpi-strumento. Oppure nel canto dove la bocca si fa strumento essa stessa uscendo dal corpo per essere solo e puro suono. E le parole non hanno più senso alcuno.
Così la musica nel disordinare ogni assetto comune e preordinato, ordina, ricostruisce il tempo togliendolo dagli imbarazzi dei suoi opinabili passati e infondati futuri per riordi- narlo nella scansione metronomica dell’armonia, impone il silenzio e apre all’ascolto di un senso nuovo del mondo e di sé.
La follia è invisa a ogni buon uomo che tenga in seria considerazione la tenuta sociale e familiare. La follia è tale perché nell’amore verso la cosa si è governati da una dedizione assoluta: non vi è più coniuge né figlio, né padre né madre, né confessore né padrone. Freud lo precisava bene con un’immagine tremenda: fra il latte per il figlio e i colori per il quadro l’artista non ha dubbi: il denaro, che non basta per entrambi, va per il colore. Ma insomma, perché scandalizzarci tanto? Perché la scelta radicale è ciò che ha sempre fatto scandalo, come quando Gesù dice all’uomo che deve seppellire il padre di seguirlo e di la- sciare ai morti il compito di seppellire i morti. La follia è scardinamento, sovversione di ogni ordine e di ogni buon senso, e anche di ogni umanità definita a priori dalle convenzioni.
Non per sé pensa il folle, ma solo per la cosa che lo concerne. Fra il latte e il colore non c’è dubbio che è al colore che il pittore pensa, perché senza il colore il quadro non potrà esistere, la cosa non avrebbe vita. Il folle non è alla sua vita che pensa ma a quella della co- sa, ed è un assoluto. Chi ha visto anche una sola volta suonare Glenn Gould sa di cosa parlo.
Nessuna società che deve conservarsi e perpetuarsi può ammettere tutto ciò, la cosa si trasferisce negli oggetti che il mercato mette a disposizioni e il viaggio della propria vita si trasforma nella passeggiata fra luci accecanti e rumori assordanti, per andare alla ricerca dell’oggetto si va a fare shopping. E questo è considerato essere savi.
La saviezza ha sempre il sapore di quel frammento di Eraclito (14 A21 Colli) che recita: «E si purificano macchiandosi con altro sangue, come se qualcuno, entrato nella melma, con la melma si lavasse».
Quegli psicanalisti che hanno rinunciato alla cultura a cui erano votati, hanno aderito alla più rassicurante posizione sociale e professionale, legata alla professione psichiatrica nella quale hanno per molti anni albergato in una posizione di sicuro potere e privilegio, sistemati per lo più nelle istituzioni universitarie (istituti psichiatrici o di psicologia) o nelle istituzioni sanitarie. Potere perduto negli ultimi trent’anni, quando il mercato ha optato per una moda più redditizia legata alle grosse industrie del farmaco che hanno ridato vigore e potere a una psichiatria più organicista. Resta ancora sul mercato la psicoterapia, come forma aggiuntiva alla cura medica e a essa totalmente asservita. E questi sono i moderni antidoti alla follia. Quegli psicanalisti, dunque, rinunciando alla cultura che la psicanalisi introduceva nella civiltà occidentale, hanno non solo perduto la direzione trovata nella loro personale analisi, se la fecero, ma hanno impedito che quella cultura esplicasse i suoi effetti riducendo gli interrogativi posti dalla psicanalisi a mere tematiche tecniche attivando a un tempo il virus della loro disfatta e anche della rimozione sociale di quella cultura così sovversiva. Alle «trovate», cioè alla follia, del sintomo preferirono la saviezza del mercato. Freud stesso non fu immune dal virus dell’accademismo e del professionismo. E con lui tutti quegli altri che riconosciamo a qualche titolo maestri della psicanalisi nel Novecento, nei confronti dei quali abbiamo istituito quel culto dal sapore arcaico che li impianta nella nostra vita come dei morti-viventi a cui attribuire un rituale ossessivo ed eternizzante. Forse, nel mondo, non è neanche completamente possibile sfuggirvi.
Che la psicanalisi, nel primeggiare del Novecento, rimetta in gioco la questione della follia è questione che non ha ancora attratto i filosofi e, men che meno, gli psicanalisti. Anzi, questi ultimi, si sono guardati bene dal porsi una simile domanda dando per scontato che la follia dovesse essere curata e per questo motivo, che ebbe i suoi convenienti risvolti economici e d’immagine, come si dice oggi, venne assimilita a una fantomatica «malattia mentale». Di nuovo, quando si parla di malattia mentale non si sa assolutamente di cosa si sta parlando. Si fa, infatti, ricorso a una «mente» di cui si chiacchiera tanto e che si misura tanto ma senza mai aver chiarito che cos’è nella sua realtà. Infatti con la foga misuratrice che ha distinto la psicologia del Novecento non si è arrivati mai a un’astrazione tale da permetterci di parlare con sufficiente esattezza della mente. La furia misuratrice è servita solo a illudersi intorno a una presunta «consistenza» della mente, facendone un luogo comune di cui tutti parlano senza sapere in verità di che cosa stanno parlando. Sulla mente, chi abbia voglia di sbizzarrirsi troverà un accozzaglia delle più disparate definizioni, per lo più funzionali e anche in contraddizione fra di loro, chi l’associa al cervello e chi la tiene distinta, chi la identifica nel pensiero, nel giudizio, nella ragione e così via e chi l’ha semplicemente sostituita all’anima, ma nessuna che dia un più o meno preciso concetto di mente. Fino alle più odierne e strampalate grottesche che associano la mente a un computer in cui s’identifica il cervello con l’ardware e la mente con il software. Ecco cos’è la mente: parole in libertà, chiacchiere sfinenti, miraggi inconfutabili. Il risultato è quello di poter chiamare «mentale» una malattia, presi tutti da un irrefrenabile terrore che «pensieri distorti» e «ragionamenti bizzarri» mettano in discussione l’assetto ideologico delle strutture sociali, così come si presenta nei più diversi tempi storici, e il suo furore regolatore e normativo. La cosiddetta malattia mentale, dunque, non è altro che l’indice della nostra mentalità. E del nostro terrore verso tutto ciò che non è normalizzabile, a partire dal femminile, dall’infanzia, dallo straniero portatore di un’altra cultura.
Non si deve dimenticare che la psicanalisi ricupera la questione della follia nell’età della scienza, e precisamente in un periodo orrendo per la storia degli uomini, fra Ottocento e Novecento, gli anni dello scientismo più delirante, quando quella scienza sostenuta dal po- tere politico e mediatico si fece potere essa stessa, in opposizione alla religione ma solo per prenderne il posto, diventando onnipotente senza riconoscersi più alcun confine.
In quegli anni la psicanalisi propose l’ascolto in luogo dell’azione. Il piano era di per sé autenticamente folle. Gli psicanalisti di quella generazioni di pionieri entrarono subito in polemica con la psichiatria della loro epoca. Il mercato esigeva il confinamento dei «malati» nei manicomi, almeno fino a quando non sarebbero guariti, tornati normali ad occupare i posti loro assegnati dall’organizzazione sociale, luoghi in cui la follia non può avere cittadinanza pena la dissoluzione di ogni regola del mercato e di ogni norma del vivere civile.
Il paradigma di una tale sconsiderata frenesia possiamo trovarlo nei metodi con i quali si crede di curare l’autismo dopo che è stato rubricato come malattia. Gli autistici pongono dei problemi insolubili intorno alla cosidetta «socializzazione», di cui rappresentano il fallimento assoluto e totale. Spaventa anche la loro totale chiusura al mondo ipostatizzato dal mercato, ovvero un mondo onnicomprensivo abitato in modo identico da tutte le persone che vivono seguendo gli stessi principi di produzione e di scambio. Un tale mondo è messo in serio pericolo dall’autistico. Il principio di perpetuazione del mondo, e sempre si tratta di un principio fondato ideologicamente, deve per sua natura essere immutabile, condiviso e partecipato da tutti in egual modo e al quale bisogna credere e aderire perfettamente. Ogni discordanza e dissenso non è sopportabile perché ritenuto mettere a rischio la sopravvivenza, e qui per sopravvivenza dobbiamo intendere la sopravvivenza del significante che rende possibile quel mondo perché ogni altro rappresenta un pericolo. L’autistico si presenta così come il folle per eccellenza nella modernità, da isolare, da temere, da curare e anche da compatire giusto quanto basta a esorcizzare il terrore e l’inquietudine che suscita.
L’autistico nella sua solitudine profondamente asociale scardina ogni ipotesi di un mondo condiviso e mette in rilievo l’esistenza di un mondo unico rappresentato dal legame del soggetto al suo oggetto, unico, indivisibile e infinito, soprattutto impossibile da relazionare ad altri e mai condivisibile, e la cui unica espresione è il linguaggio. Nell’autistico troviamo il linguaggio come un assoluto di cui solo e unicamente il parlante può fare esperienza; niente, a partire dall’autismo, può essere pensato come comune, come rapporto o come possibile di essere esteso ad altri: può solo essere donato. L’autismo è considerato una malattia per la quale si sono formulate molte ipotesi il più spesso deliranti, come quelle di molti psicanalisti che l’hanno accolto come una patologia imputabile alla madre. Ma, a parte il caso di lesioni cerebrali, per il quale poco si può fare per la loro cura, e che comunque è arbitrario associare all’autismo per quanto presentino a volte segni molto simili, l’autismo è il rapporto assoluto con l’oggetto che trova espressione nel linguaggio e costituisce il tutto del mondo e anche l’unico mondo possibile. Per questo troviamo fra gli autistici dei geni insuperabili il cui linguaggio è concentrato nel numero, nel colore, nel suono, e in genere in ogni forma di linguaggio e di logica che gli autistici sono in grado di sviluppare in modo importante. La loro casa è la scrittura intesa in tutte le sue possibili estensioni (lettera, numero, note, pittura e scultura). Gli uomini guardano il mondo e lo vedono e lo ascoltano secondo una visione che è stata donata loro da autistici a vari gradi come Newton, Darwin, Einstein, Michelangelo, Mozart, Beethoven o Andy Warhol. C’è un elemento considerevole che non viene mai preso in considerazione: ognuno crede di conoscere il mondo per se stesso e per quello che è, attraverso ciò che gli hanno detto o insegnato, e invece lo conosce nell’interpretazione o nelle formule che proprio gli autistici spesso gli hanno fornito. Il mondo di cui noi parliamo è quello di Newton, di Einstein o di Darwin. Non si smetterà mai di sottolineare che il mondo, per gli umani, non è mai quel che è ma sempre e solo quel che i racconti, compresi quelli matematici e musicali, che altro non sono che differenti forme di uso e organizzazione dell’alfabeto, hanno costruito.
La psicanalisi non è dunque una delle tante possibilità di cura della follia ma, al con- trario, diventa l’occasione intellettuale di cogliere il sogno dentro al quale è custodito il de- siderio insieme all’aspirazione della propria libertà. Di chi non ammette di essere un resto della produzione di merci o una scoria del processo collettivo dell’organizzazione sociale.
Ma gli psicanalisti hanno abbandonato presto questa strada, non hanno impiegato molto a conformarsi alla regola del mercato, alle astuzie del progresso e alle lusinghe di una stabile posizione sociale. Sono rientrati nel perbenismo professionale e da allora le loro teorie si sono conformate alla più necessaria e conveniente saviezza, producendo un allontanamento della psicanalisi dalla scienza e dall’arte, e dal dibattito intellettuale che essa stessa aveva provocato. Edipo diventa così la macchietta del «complessato», l’inconscio un giardino all’inglese in cui passeggiare tra chiacchiere salottiere e Mosè, difficile se non impossibile da trattare, lasciato da parte come di una vana e strampalata storiella di Freud di cui non vale la pena occuparsi.
Se abbiamo ancora la possibilità di parlare della psicanalisi e, soprattutto, di praticarla è solo perché alcuni psicanalisti hanno continuato a testimoniare della sua esistenza, senza che siano rimasti impigliati nelle maglie mortifere di un arcaico e mitologico associazionismo endogamico nel quale hanno prosperato le varie scuole psicanalitiche.
Ma la follia resta il motivo di esistenza della psicanalisi, così come della poesia e di ogni pratica artistica, della matematica e di ogni pratica scientifica. La follia è il processo stesso dell’individuazione umana dal momento in cui l’uomo preferisce mangiare dall’albero della conoscenza anziché vivere nella beata stupidità di sé e del mondo; del rapporto privilegiato con l’oggetto della propria esistenza; e, infine, da Edipo in poi, della determinazione di sapere di sé e del mondo in cui si è, contro ogni voce dell’eterna Giocasta che lo supplica, se gli è cara la vita, di non indagare oltre.
GIOVANNI SIAS

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