La dignità di pensare

Pubblichiamo la presentazione e l’introduzione del libro di Roland Gori, La dignité de penser

Presentazione (di Daniela Iotti)
La tesi di questo libro è che la dignità dell’essere umano, cioè quel principio morale secondo il quale l’uomo non deve essere usato come mezzo, ma come fine in sé, deriva dal pensiero, dalla possibilità di pensare. A condizione però di non ridurre il pensare a ciò che si produce a livello di rete neuronale, alla coscienza vigile, alla ragione e al calcolo. Ciò che chiamiamo “pensare”, afferma Gori, “guida, orienta e determina le mani del vasaio che danno forma al vuoto, il gesto imprevedibile del chirurgo di genio che salva una vita scostandosi dai protocolli, il soffio della scrittura che rende presenti i ricordi di vite che non sono state vissute, i passi del danzatore che traccia il suo desiderio sullo schermo del nulla, i brividi della pelle degli incontri amorosi che danno carne alla parola, il gesto del bambino che cerca disperatamente di afferrare la luna…”. Gori non si limita a una lettura strettamente psicoanalitica dei temi in questione, ma affronta un discorso più ampio in cui analizza le attuali forme di sapere e di validazione della conoscenza, attraverso le quali il potere dominante instaura nuove gerarchie di valori, nuovi modi di civilizzare e fabbricare gli individui, attraverso stili di discorso sempre più epurati della soggettività di chi li produce. Si tratta di dispositivi basati sull’efficacia operativa e procedurale (vero è ciò che funziona e si vende) che stanno modificando radicalmente le figure antropologiche dell’umano. La cultura del capitalismo finanziario richiede agli individui di conformarsi a delle prescrizioni tecniche, strumentali ed economiche che non tengono conto delle loro reali capacità psichiche e dei loro bisogni “etico-poetici”. Perdendo il valore proprio del linguaggio e del racconto, riducendo la parola alla tecnica, si perde la possibilità di condividere il mondo e si produce una dissociazione dei processi cognitivi dalle loro fondamenta psichiche e somatiche. Il sapere psichiatrico non si sottrae a questo processo sociale. Infatti è in opera una trasformazione della psichiatria, in salute ed igiene mentale, che sempre meno si interessa a “guarire” le persone dalla loro sofferenza psichica e sociale, e sempre più si occupa di intercettare, sorvegliare e “accompagnare” quelle popolazioni o individui considerate a rischio di sviluppare “disturbi” (dell’ordine pubblico ed economico). Al posto di un approccio ai sintomi psichiatrici in termini di storia del soggetto, conflitti interiori, e tentativi di dare senso alla propria vita, oggi prevale in psichiatria una concezione strettamente deficitaria in cui la sofferenza psichica è ridotta a disfunzioni neurocognitive, a vulnerabilità genetica, a carenze individuali, mentre la “cura” prende la forma di trattamento farmacologico accoppiato a interventi di riabilitazione sociale. L’ortopedia sociale tende a prendere il posto della cura e il razionalismo scientista occupa il posto del soggetto, della sua storia, del senso della sua esistenza e dei suoi sintomi.
I segni di questo cambiamento di civilizzazione dei costumi psichiatrici può essere individuato nel linguaggio e nei discorsi degli amministratori, nei termini tecnici, strumentali ed economici, e soprattutto nei dispositivi di valutazione. Valutazioni che sono affidate a “griglie” o a scale standardizzate, le quali tendono a ridurre la parola del paziente e quella del terapeuta a un puro scambio di informazioni tecniche, e la clinica alla decodifica di items con cui definire la diagnosi e i trattamenti. Questi sistemi di valutazione, attraverso tratti formali di quantificazione che si pretendono “oggettivi” ed “efficaci” mascherano il loro conformarsi a un unico scenario narrativo e di fatto intercettano quei tratti della persona che non si conformano ai nuovi sistemi di costumi. La maggior parte di queste griglie contiene un “impensato morale e politico” (p. 67) che è sempre più difficile individuare e decostruire. Il testo di Gori “invita al ritorno del politico per ritrovare le condizioni sociali e culturali che permettano di pensare, di giudicare e di decidere”.
Introduzione
In un’epoca in cui le nuove forme di censura sociale si concentrano meno sul contenuto dei discorsi che sulle condizioni della loro produzione e operano principalmente attraverso i dispositivi formali che li condizionano, è importante ritrovare l’arte di raccontare le nostre esperienze affinchè gli avvenimenti che viviamo si trasformino in storia vissuta e condivisa. In mancanza di ciò, perdendo il valore della parola e del racconto, è il mondo che abbiamo in comune che perderemo; perderemo la capacitò di trasmetterlo, col rischio di perire, beati, a causa dei prodigiosi effetti di una civilizzazione tecnica che fa commercio dei costumi, e della sua crudeltà. In mancanza di ciò saranno le macchine dell’informazione che decideranno al posto degli uomini, prescrivendo loro nuovi modi di agire, di parlare e di vivere. E’ questo profondo smarrimento tanto soggettivo che sociale a produrre il nuovo disagio della civiltà, disagio dell’umanità che ha progressivamente acconsentito alla propria alienazione, offrendosi essa stessa come spettacolo, nel godimento estetico delle merci.
Le forme del sapere sono indissociabili dalle pratiche societarie, dalle loro logiche di dominio simbolico e culturale, dalle lotte sociali prodotte dalle condizioni materiali di esistenza. Le lotte politiche e sociali passano anche attraverso la cultura, attraverso i vari generi del sapere, attraverso lo st le dei discorsi che le forme di potere esigono, come, per esempio, nella psichiatria. E’ sulla scena dei linguaggi più o meno infettati dalla “religione del mercato” che si sviluppano oggi le lotte per l’egemonia culturale, instaurando nuove gerarchie di valori e nuovi modi di civilizzare gli individui e fabbricare soggettività. Il sistema numerico e tecnico rende sempre più netti e grossolani i gesti e le relazioni delle nostre esistenze quotidiane. Ma anche gli uomini diventano sempre più netti e grossolani poiché spariscono dai loro atti e dai loro pensieri “ogni circospezione e ogni sottigliez- za”, diceva Adorno. La colonizzazione delle menti da parte della nuova religione a pretesa uni- versale, quella dei “mercati finanziari”, dei suoi valori e dei suoi rituali tecnici di valutazione, pro- voca desideri di indipendenza. Ma questa “guerra” pacifica di indipendenza è tanto più difficile da condurre quanto è più ardua l’identificazione dell’”avversario”. L’”avversario” di oggi appare incon- sistente, fluido, ad immagine dei capitali che tutto misurano con il loro “denaro virtuale”. Allora? Allora è arrivato il momento dell’indignazione. Senza dubbio c’è di che indignarsi. Tuttavia è necessario sapere che cosa dà all’umano la sua dignità. La tesi di quest’opera è che la dignità proviene dal pensiero, dalla capacità di pensare. Tale capacità di pensare è subordinata alla parola, parola senza la quale non vi è né singolarità né democrazia. Come ci ricorda il “Vocabulaire technique et critique de la philosophie” di André Lalande, “dignità” è il nome di un “principio” morale se-condo il quale la persona umana non deve mai essere considerata come mezzo, ma come fine in sé; cioè “l’uomo non deve mai essere usato come mezzo senza tenere conto che egli è, nello stesso tempo, un fine in sé”. Riguardo a questa definizione filosofica, si può affermare che, se il capitalismo era relativamente immorale, il capitalismo finanziario è totalmente immorale.
Le rivolte degli “indignati” si rivelano come una insurrezione morale e psicologica, orfana di una volontà politica che restituirebbe all’umano tutta la sua dignità. E’ forse utile ricordare che nel linguaggio della caccia le “dignità” designano i testicoli del cervo, piatto delicato e apprezzato dai predatori.
Incapaci di dire con René Char che “ad ogni crollo delle prove il poeta risponde con un’esplosione di avvenire ”, rischieremmo di dover fare nostra la diagnosi di Freud: “L’epoca in cui viviamo è davvero singolare. Ci rendiamo conto con sorpresa che il progresso ha stretto alleanza con la barbarie. Nella Russia sovietica ci si è messi a migliorare le condizioni di vita di circa cento milioni di uomini che vengono mantenuti nell’oppressione. Si è stati abbastanza audaci da sottrarre loro l’”oppio” della religione, e tanto saggi da concedere loro una ragionevole dose di libertà sessuale,
ma al tempo stesso essi sono stati sottomessi alla più brutale coercizione e sono stati privati di ogni possibilità di pensare liberamente”. Questo totalitarismo, che oggi ha abbandonato la forma politica degli Stati autoritari e centralizzati, inquadrando e manipolando le masse non sta forse facendo ritorno sotto altre forme e altre maschere? Se così fosse ci troveremmo di fronte a un ossimoro, un’associazione di termini contraddittori, in breve saremmo in presenza di democrazie totalitarie. E’ più che mai necessario, per ritrovare la nostra dignità ed emanciparci da un’oppressione sociale e culturale tanto pericolosa quanto insidiosa, ritrovare il coraggio di pensare.
A condizione di non ridurre il pensare a ciò che si produce a livello di rete neuronale, alla coscienza vigile, alla ragione e al calcolo. Ciò che chiamiamo “pensare” guida, orienta e determina le mani del vasaio che danno forma al vuoto, il gesto imprevedibile del chirurgo di genio che salva una vita scostandosi dai protocolli, il soffio della scrittura che rende presenti i ricordi di vite che non sono state vissute, i passi del danzatore che traccia il suo desiderio sullo schermo del nulla, i brividi della pelle degli incontri amorosi che danno carne alla parola, il gesto del bambino che cerca disperatamente di afferrare la luna, quello del pittore che fa della sua arte una “cosa mentale”, le parole che dicono questo sapere che noi ignoriamo e di cui siamo portavoce, ciò che dà ai sogni la loro materia e le loro metamorfosi, permettendo di riscrivere gli eventi del giorno e di anticipare quelli del domani, la grammatica delle pulsioni. Pensare è violare le frontiere dell’evidenza e non attardarsi nel solco dei risultati, come scrive René Char: “L’uomo che porta l’evidenza sulle spalle/ Conserva il ricordo delle onde nei magazzini del sale”

Ed. Les liens qui libèrent, 2011
Traduzione a cura di Mariangela Pierantozzi

Presentazione del volume a cura della Istituzione Minguzzi e dell’Associazione officinaMentis di Bologna
Venerdi 18 maggio 2012 ore 17
presso l’Istituzione Gian Franco Minguzzi, Via S. Isaia n.90, Bologna

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