Metaanalisi. Improvvisazione collettiva?

Elvio Facchinelli

Da Antonello Sciacchitano, psicanalista a Milano

Intervento di Antonello Sciacchitano alla presentazione del numero 352 di “aut aut” su Elvio Facchinelli, da lui curato. Nel testo qui di seguito pubblicato Sciacchitano avanza una singolare proposta: la “metaanalisi”.
Il dibattito è aperto.

Il curatore di questo numero di aut aut su Fachinelli si è assunto l’onere di curare la realizzazione di un’idea di Pier Aldo Rovatti. Il mio contributo fondamentale è stato di dare un titolo a questo numero: Elvio Fachinelli, un freudiano di giudizio; titolo un po’ polemico, perché presuppone che ci siano freudiani non di giudizio. Forse riuscirò a dire perché ho concepito questo titolo. Fachinelli esercitò la propria facoltà di giudizio su Freud, ammettendo quel che del pensiero freudiano secondo lui poteva essere accettato e respingendo quel che era zavorra da respingere. Fachinelli fu certamente un freudiano, ma con un granellino di giudizio che non si trova spesso nei freudiani doc e che permette di giudicare l’opera di Freud con una certa imparzialità.

Permettetemi di partire da una notazione biografica. Spero di riuscire poi a passare dalla notazione individuale a considerazioni più generali.

Io non ho avuto fratelli; ho avuto solo sorelle. Automaticamente, Elvio Fachinelli è diventato per me il fratello maggiore, che oggi avrebbe 83 anni. Fratello vero, fratello finto, i rapporti che si stabiliscono tra fratelli sono spesso ambigui. In psicanalisi si parla di ambivalenza. Vuol dire che c’è dell’amore e c’è dell’odio. Con Fachinelli – non esito a dirlo – c’è stato sia l’uno sia l’altro.

Odiavo Fachinelli, anzi l’invidiavo, perché lui scriveva sulla terza pagina del Corriere della sera, mentre io dovevo accontentarmi di alfabeta. Un odio più consistente nacque constatando che Fachinelli non prendeva a sufficienza le distanze dall’istituzione psicanalitica ortodossa. La contestava anche con controcongressi, ma non se ne staccava. Se io lo stimolavo a separarsi, mi rispondeva che voleva trasformare l’istituzione dal di dentro. L’idea della trasformazione da dentro fu un topos del 68. Avendo avuto esperienza dal di dentro del 68, potei sperimentare che la trasformazione da dentro era un’idea senza futuro, un’illusione, nel senso freudiano del termine.

Ma al di là di queste dissonanze ci furono anche delle consonanze. L’amore ci fu e fu intellettuale, alla Spinoza. Io amavo l’intelligenza di Fachinelli. Amavo la sua capacità rarissima tra i colleghi dell’epoca di estendere la psicanalisi alla dimensione collettiva, cioè alla dimensione dell’altro. I lacaniani parlano tanto di discorso dell’altro, ma non sono tanto ospitali nei confronti dell’altro. Lo ospitano sì, ma solo se si conforma alla loro ideologia, altrimenti lo fuorcludono, come dicono loro.

Elvio ampliò il discorso della psicanalisi, spesso correggendo Freud. Corresse Freud a livello della metapsicologia individuale. Nel suo ultimo libro sulla Mente estatica definiva i meccanismi di difesa freudiani come veri e propri deliri. Al posto di difese Fachinelli parlava di accoglienza al nuovo, di ospitalità al pensiero. Questa dimensione mancava a Freud, che ragionava in termini di conflitti. Perché? Perché l’altro è originariamente cattivo; perché l’altro è irriducibilmente estraneo; il primo altro è il nemico, secondo un’impostazione che non esitiamo a definire paranoica. I segni della dilatazione della cultura psicanalitica al collettivo sono evidenti in Fachinelli. Cito solo la sua analisi del fascismo italiano (così diverso dal nazismo tedesco), nel suo libro La freccia ferma. Il fascismo è visto come psicosi narcisistica di un soggetto politico per il quale il tempo si fermò idealmente a un momento mitico della propria storia: il tempo dell’impero romano che conquistò tutto il mondo conosciuto. Questo ideale tanto grandioso quanto vuoto fu imposto dal dittatore alla misera realtà del momento della politica italiana. I fascisti erano degli illusi che vivevano in un mondo immaginario grandioso e irrealistico. Fachinelli conduce questa analisi in parallelo all’analisi individuale di un caso clinico: un ingegnere ossessivo che andava dall’analista, perché non sapeva muoversi nel tempo, rimanendo bloccato nella durata dell’istante.

Questa è la direzione sociopolitica in cui Fachinelli realizzò l’amplificazione teorica del pensiero freudiano. Ci sono altre direzioni in cui il pensiero di Fachinelli si esercitò. Abbiamo le sue bellissime pagine sulla negazione, dove Fachinelli si misurò con le difficoltà logiche del pensiero freudiano, che aveva intuito la funzione psicologica della negazione che non nega.

Ma non si fermò alla teoria il lavoro di Elvio sulla psicanalisi. Elvio tentò anche in pratica di allargare l’orizzonte collettivo della psicanalisi. Negli anni Settanta a Milano a Porta Ticinese aprì un asilo non autoritario, dove lui personalmente non aveva altra funzione che quella dell’ascolto psicanalitico: era la funzione dello zio, del padre non autoritario e anche un po’ “cacato”, che parlava poco, ascoltava molto e interveniva raramente. Non sfugga l’importanza dell’operazione. L’ascolto in un contesto collettivo non polarizzato autoritariamente dall’alto di bambini così piccoli è essenziale: gli anni dell’asilo sono più importanti per la formazione del soggetto degli anni dell’università. Io mi ricordo ancora quel che mi dicevano le Schwester dell’asilo tedesco, che frequentavo nel dopoguerra; quel che mi hanno insegnato i miei professori universitari l’ho già per fortuna dimenticato.

Per contestualizzare l’impresa di Fachinelli devo fare un po’ di storia, molto a volo d’uccello e molto a grandi tratti, non essendo io uno storico.

Partirei da una constatazione storicamente incontrovertibile, anche se Freud si dichiarò il contrario. Freud non inventò l’inconscio. Detta da un lacaniano che si professa freudiano, questa affermazione potrebbe suonare provocatoria. Non è polemica; è la pura e semplice verità di fatto, che precede ogni interpretazione. L’inconscio lo inventò Eduard von Hartmann, che nel 1869 pubblicò un ponderoso trattato di 800 pagine intitolato La filosofia dell’inconscio, mai tradotto in italiano e forse intraducibile. Nietzsche fu severo con Hartmann, che considerava autore di una birichinata filosofica. Birichinata o meno, colpo di mano di un Barbiere di Siviglia – questi sono i graziosi apprezzamenti di Nietzsche – resta il fatto che l’idea di inconscio, come sintesi di volontà, intesa alla Schopenhauer, e idea fu merito di von Hartmann e non di Freud. Mi fermo un attimo su Nietzsche, precisamente al Quinto libro, aggiunto alla seconda edizione della Gaia scienza, uscita nel 1887, quando Freud aveva 43 anni. Secondo Nietzsche l’affermazione che lo psichico non si riduce al conscio – che diventerà il cavallo di battaglia di Freud contro la psicologia scolastica – è molto più antica di quanto pretendeva Freud, il quale si scagliava contro la psicologia dei filosofi perché – secondo lui, che forse pensava a Brentano – farebbero coincidere lo psichico con il conscio. Nietzsche corregge il falso storico di Freud addirittura prima che Freud lo commettesse. La disequazione psichico ≠ conscio risalirebbe secondo Nietzsche addirittura a Leibniz (Gaia Scienza, aforisma 357) e io aggiungo forse a Cartesio. Per questi pensatori, che Nietzsche poneva al vertice dello spirito europeo (distinto dal tedesco!), la coscienza sarebbe un accidens, forse addirittura patologico, della rappresentazione in particolare, della vita psichica in generale.

Sia come sia, resta il fatto altrettanto storicamente incontrovertibile che Freud inventò la pratica dell’inconscio. Freud, come lui stesso dichiarava di sé, non era un uomo di scienza, ma un conquistador: conquistò il territorio dell’inconscio. Von Hartmann inventò una filosofia dell’inconscio, che rimase senza pratica. Non fu un conquistador. In una lunga nota del VII capitolo dell’Interpretazione dei sogni, Freud liquida von Hartmann come psicologo associazionista. Una debolezza comprensibile: doveva difendere la propria priorità, che fu effettiva, ma in campo pratico, non teorico. Freud fu incontestabilmente il primo a istituire una pratica dell’inconscio.

La pratica dell’inconscio che Freud inventò fu la terapia individuale. Freud era medico. Certo, non era una pratica senza teoria la sua; non era pura empiria o pura tecnica. Allora, da medico qual era Freud inventò una teoria dell’inconscio molto medicale; oggi la si direbbe un’eziopatogenesi: la metapsicologia delle pulsioni.

In essa per ogni evento psichico c’è una causa psichica inconscia. Le cause psichiche inconsce si chiamano pulsioni. Ci sono le pulsioni sessuali che sono cause efficienti, nel pieno senso aristotelico del termine; per la verità con scarsa efficienza, le pulsioni sessuali producono la soddisfazione sessuale. Poi c’è la causa finale, la pulsione di morte, che ha come fine l’acquietamento delle tensioni psichiche. Nei termini di Uexküll,  per l’occasione reinterpretati, le pulsioni sessuali sono centripete: tentano di assemblare il rapporto sessuale; la pulsione di morte, invece, è centrifuga: produce l’abreazione all’esterno dell’eccesso di energia introdotta nell’apparato psichico dal trauma originario, tipicamente la scena sessuale infantile, reale o immaginata che sia stata. Tutto il gioco pulsionale si svolge poi in un’arena di conflitti e di compromessi, con pulsioni rimosse, pulsioni che ritornano dopo la rimozione, pulsioni che si combinano con altre pulsioni e pulsioni che si dissociano da altre pulsioni per presentarsi in forma pura.

Questa teoria funziona a livello individuale. Nella pratica dell’inconscio la cura psicanalitica freudiana tenta attraverso il rapporto con l’analista – nei cui dettagli ovviamente in questa sede non entro – di correggere e modificare l’assetto pulsionale inconscio dell’individuo. Ci riesce? Non ci riesce? Si può migliorarne l’efficienza? Non sono venuto da Milano per parlare di questo. Sono venuto da Milano per segnalare, sulla scorta dell’operazione di Fachinelli, quel che manca all’invenzione freudiana della pratica dell’inconscio. Attraverso il setting psicoterapeutico Freud inventò la dimensione individuale della pratica dell’inconscio. Purtroppo a livello della dimensione collettiva c’è un buco. Freud non inventò nessun dispositivo collettivo praticamente equivalente al setting individuale divano+poltrona.

Certo, ben prima di Jung, a livello collettivo Freud inventò la teoria dell’inconscio collettivo, che funziona con la stessa energia psichica dell’inconscio individuale, la cosiddetta libido. A livello energetico o pulsionale psicologia individuale e psicologia collettiva sono equivalenti. Si rilegga Psicologia delle masse e analisi dell’Io del 1921. Si può essere teoricamente in accordo o in disaccordo con Freud. In ogni caso, non si può non riconoscere che, se da una parte Freud pensò la teoria del collettivo, dall’altra non pensò la pratica psicanalitica corrispondente a quella teoria. La sua conquista pratica del territorio dell’inconscio non si spinse fin lì. Non ci ha consegnato nulla di equivalente alla cura individuale che funzionasse a livello collettivo, tanto meno nel senso fachinelliano di collettivo non autoritario. Tutte le comunità analitiche da Freud in poi sono collettivi autoritari.

Infatti, a livello collettivo, per quanto riguarda il legame sociale tra analisti e analizzanti, Freud non seppe far nulla di meglio che proporre vecchi schemi, da lui già ben analizzati teoricamente, applicando alla propria comunità di pensiero – il cosiddetto movimento psicanalitico – gli schemi validi per le chiese e gli eserciti. Le associazioni fondate da Freud o in suo nome o contro il suo nome sono state delle piccole chiese che si sono comportate come dei piccoli eserciti l’un contro l’altro armato. La psicologia dei conflitti, concepita a livello individuale, si è estesa a livello collettivo con una facilità e una rapidità incredibili, addirittura contro le buone intenzioni dei fondatori. Ai nostri tempi, in cui sotto i colpi della psicoterapia e per i vincoli imposti dalla legge sulla psicoterapia la psicanalisi ha perso slancio, i conflitti tra scuole sembrano smorzati, perché tutte devono impiegare le proprie energie per adeguarsi agli schemi conformisti imposti dalla legge. Si aggiunga che, dopo la dissoluzione della scuola lacaniana nel 1980, non sono sorte nuove grandi scuole psicanalitiche degne di questo nome, mentre le vecchie vivacchiano: tutti i loro membri sono corsi a iscriversi all’albo degli psicoterapeuti. È questa la pratica collettiva dell’inconscio che auspicava Freud? Che immaginava Fachinelli?

A noi oggi manca la dimensione collettiva della pratica dell’inconscio; non sappiamo inventare una politica della psicanalisi, adeguata agli standard teorici freudiani; non sappiamo esercitare collettivamente e in modi riconoscibili nel pubblico la pur peculiare esperienza dell’inconscio. Come riconosce il pubblico che le miriadi di nostre associazioni sono effettivamente psicanalitiche? Che immagine rimandiamo al pubblico? Sembra che il destino pubblico della psicanalisi sia di dileguarsi progressivamente, dietro la tenda della pratica della cura individuale, là dove ancora sopravvive. Abbiamo la psicoterapia, che pure non sempre ha il mordente psicanalitico; ma ci manca l’azione politica specifica della psicanalisi.

Tra quindici giorni qui a Firenze ci sarà un congresso sulla Libertà di psicanalisi. Si tenta di inventare una politica della psicanalisi. Si parla di difesa della psicanalisi, che poi è difesa degli psicanalisti accusati di esercizio indebito della professione della psicoterapia, ma non si parla di come testimoniare pubblicamente l’esperienza dell’inconscio. L’inconscio resta fuori dalla politica degli psicanalisti, come se von Hartmann non l’avesse inventato in teoria e Freud non ne avesse inventato la pratica individuale. Ricordo che da giovane un collega più anziano mi diceva: “Ma come si fa ad analizzare il pubblico? Non posso stendere sul lettino la società”.

“E già, caro – gli direi adesso; devi inventare nel sociale il dispositivo praticamente equivalente al lettino nell’individuale. Devi inventare un dispositivo politico che testimoni in pubblico l’esistenza dell’inconscio”. E preciserei subito che questa pratica collettiva dell’inconscio non è la psicanalisi di gruppo, dove si ripetono meccanicamente le procedure che prevedono un singolo, in posizione di leader o di maestro, che domina o ammaestra i seguaci, imponendo la propria autorità; dove permane il rapporto terapeutico duale, ma in verticale anziché in orizzontale, ripetuto quante volte si vuole, senza però creare un legame sociale diverso dall’identificazione al capo; dove permane una radice di autoritarismo, che non aveva certo luogo nell’asilo di Porta Ticinese dello zio Elvio. Non è neppure la pratica lobbistica o sindacalistica a difesa degli psicanalisti, che regolarmente dimenticano i diritti degli analizzanti all’esercizio di una psicanalisi scevra da ortodossie e ideologie di vario genere. La pratica collettiva dell’inconscio va oltre queste procedure terapeutiche generalizzate, che curano sì, ma gli interessi di pochi interessati.

A questo punto rischio. Provo ad andare oltre Fachinelli, che era arrivato fin qui. Fachinelli era arrivato a intuire che esistesse da qualche parte una pratica collettiva della psicanalisi, non solo una pratica a due. Arrivo a dire che potrebbe esserci una follia collettiva della psicanalisi, non solo una follia a due, come quella che si realizza nel setting inventato da Freud (senza peraltro nulla togliere ai meriti di quel setting). Senza forzare la metafora, si tratta di concepire un’istituzione dove, in modo accessibile a tutti, al di là dei ritualismi esoterici delle attuali scuole di psicanalisi, si concentri l’esperienza collettiva della pratica dell’inconscio.

Da fratello minore di Elvio Fachinelli propongo qualcosa che probabilmente il mio fratello maggiore avrebbe accolto inizialmente con qualche diffidenza, ma alla fine l’avrebbe almeno parzialmente accettata – in nome dell’accoglienza del nuovo di cui parlava nel suo ultimo libro.

Mi frulla per la mente una parola che forse molti di voi sentiranno per la prima volta. La dimensione collettiva della psicanalisi potrebbe essere la dimensione della metaanalisi. Ditemi la verità: è la prima volta che sentite parlare di metaanalisi? Nel mio caso potrei dire da dove viene. Dice Nietzsche (ho perso il luogo della citazione): “Il filosofo non deve falsificare, mediante una fittizia articolazione deduttiva e dialettica, le cose e i pensieri ai quali è giunto per un’altra strada… Non si dovrebbe né dissimulare né snaturare la maniera in cui effettivamente ci sono venuti i nostri pensieri.” Nel mio caso il termine metaanalisi proviene dalla mia pratica preanalitica: la biometria e la statistica medica. Prima di misurarmi con la pratica dell’inconscio io mi guadagnavo da vivere con le analisi statistiche di fatti medici. Si può dire che avessi l’imprinting collettivo già prima di cominciare la pratica analitica.

In statistica medica, applicata alla farmacologia clinica, si fanno le metaanalisi, cioè si analizzano gli esperimenti farmacologici già analizzati, che così vengono messi collettivamente a confronto. Tuttavia, non intendo il termine metaanalisi del tutto in questo senso originario; non intendo, quindi, metaanalisi nel senso di confrontare i risultati terapeutici di diverse modalità analitiche, per valutarne l’efficienza e scegliere la migliore. Importo in psicanalisi il termine metaanalisi, ma lo intendo nel senso in cui si dice metamatematica. La metamatematica è la matematica della matematica. Ma non bisogna cascarci. Lo scioglilingua è per dire che non esiste la metamatematica, perché la metamatematica è la matematica. Precisamente, la metamatematica è la matematica moderna, cioè algebrica e generalizzatrice.

Anticamente, ai tempi degli antichi Greci, non si faceva algebra. Si faceva della geometria deduttiva. È grande merito dei Greci aver inventato la dimostrazione deduttiva a partire da assiomi per arrivare a teoremi. Ma a quell’epoca non era stata ancora pensata una metageometria. Non si pensava la geometria in un contesto plurale di altre geometrie tra loro diverse. La geometria euclidea è rimasta per secoli la geometria: unica e assoluta padrona del campo geometrico. Bisogna aspettare la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX perché, grazie ai lavori di Lambert, Gauss, Lobacevskij e Bolyai, la geometria euclidea trovasse democraticamente posto accanto a geometrie che euclidee non erano. Gli autori citati osarono generalizzare la nozione di spazio geometrico, applicando sempre il ragionamento ipotetico-deduttivo euclideo ma a contesti diversi da quelli euclidei (che prevedevano una sola parallela a una retta data, passante per un punto esterno ad essa).

Ecco allora cosa intendo con metaanalisi: l’analisi dell’analisi, sapendo che è a tutti gli effetti analisi, cioè applicazione del metodo analitico freudiano a spazi psichici diversi da quelli concepiti da Freud nella propria metapsicologia. Il confronto di possibili analisi diversamente sperimentate dal singolo – quanti di voi non hanno fatto più di un’analisi con analisti diversi? – è metaanalisi. Il confronto tra le analisi praticate dalle diverse scuole analitiche – e ce ne sono tante che meno della metà basterebbe – è metaanalisi.

Nel momento della metaanalisi, pur rimanendo freudiani, si esce dal setting duale freudiano e si entra in un setting collettivo dove trovano posto alternative alla metapsicologia freudiana e al clinamen freudiano della cura, un po’ troppo rigidamente intesa in senso medico. In quel momento, l’analisi dell’analisi, che è ancora analisi, si farà da sola – non da soli! La metaanalisi è originariamente collettiva, anzi è proprio alla radice del collettivo, del Denkkollectiv, come lo chiama Ludwik Fleck. L’analizzante analizzerà senza analista o con l’analista diffuso nel legame sociale analitico. Uso a questo proposito la metafora della reazione nucleare, che si automantiene e procede da sé, una volta raggiunto un certo livello critico di massa. Allo stesso modo, una volta raccolta una certa quantità di esperienza analitica, l’analisi può continuare da sé, senza il supporto (o finzione) della psicoterapia psicanalitica. E potrà essere non meno terapeutica della psicoterapia propriamente detta.

Credo che su questo punto il mio fratello maggiore avrebbe avuto qualche reticenza, forse anche qualche perplessità, ma alla fine mi avrebbe dato almeno parzialmente ragione, diciamo all’80%. Perché? Perché Elvio Fachinelli, che era freudiano e di giudizio, avrebbe ricordato che anche Freud ebbe un’intuizione simile alla metaanalisi. Freud non parlava di Metaanalyse ma di Selbstanalyse. Freud stesso riteneva il termine di Selbstanalyse fuorviante, missverständlich. Infatti, è stato tradotto in modi diversi: autoanalisi, analisi dei sogni, analisi personale, addirittura analisi didattica, tra tutti il termine che a Freud piaceva meno. Freud aveva ragione. In analisi non si insegna ma si impara; non tanto paradossalmente si impara dal proprio stesso imparare. La metaanalisi potrebbe essere il luogo di elezione per imparare a imparare; potrebbe essere il luogo dove, acquisito un certo stock di esperienze analitiche, a un certo momento l’analisi scatta in modo autonomo e continua in modo autonomo come continua autoeducazione, direbbe Nietzsche, o come posteducazione, direbbe Freud. Come sapete, nel Compendio di psicanalisi (postumo) Freud proponeva come esito della cura analitica la posteducazione del Superio, dove si correggono gli errori dell’educazione imposta all’Io dai suoi genitori. Risultato: il Superio diventerebbe meno ostile nei confronti del proprio sottoposto, l’Io.

Sono d’accordo sì, sono d’accordo no con Freud. La ragione della mia perplessità è l’impostazione medicale data da Freud alla cura psichica da lui inventata. Freud suppone, infatti, che esista uno stato premorboso di salute psichica – che per Nietzsche non esiste (cfr. Gaia scienza, aforisma 120) – stato da ripristinare con la cura psichica. Non so se le cose vadano esattamente così in analisi. Quel che so è che in metaanalisi il Superio viene semplicemente messo da parte per lasciar posto a strutture psichiche più articolate e più interessanti, forse nuove, magari neppure preesistenti alla strutturazione del Superio e prima imprevedibili. Imprevedibilità, riprendo e valorizzo questo termine. Potrebbe essere il termine che orienta tutto lo sforzo della metaanalisi.

[...] Sarà anche vero che Freud non ha inventato l’inconscio, ma è forse ancora più vero che ha inventato i modi per lavorare con l’inconscio, rispettandone i tempi. L’inconscio freudiano sarà anche senza tempo, ma se non gli si dà tempo, non può emergere quel sapere che non sapevamo di sapere, che è il nostro vero sapere.

[...] Voglio tranquillizzarvi subito. Anch’io non so cos’è la metaanalisi. Direte che allora sono folle. “Vieni a parlare di qualcosa di cui non sai neppure dire di cosa stai parlando”. Ribadisco e non me vergogno: non so cos’è la metaanalisi; però, dopo quarant’anni di pratica dell’inconscio, so come si lavora con il non sapere. Oggi non vi so dire cos’è la metaanalisi, però so mettere in moto un lavoro per venire a saperlo. Sono sicuro che prima o poi ve lo saprò dire, o qualcun altro ve lo dirà per me, perché non ho la paura di cui parlava Migliorini; non ho paura di essere disarcionato dall’ignoto, dal nuovo – che poi è l’altro nome di verità. Non ho paura che la metaanalisi mi porti fuori dai codici analitici accettati; ce ne sono quanti volete; ci sono i codici freudiani, junghiani, adleriani, kleiniani, lacaniani… Non ho paura dell’ignoranza dotta, elogiata da Nicola Cusano, vescovo di Bressanone del XV secolo; solo che uso il termine in senso meno teologico di lui; non presuppongo nessun dio che sappia tutto; in questo senso, il mio fratello maggiore mi incoraggerebbe sicuramente nel perseguire l’ignoranza dotta. Tu non sai, ma sai lavorare intorno a ciò che non sai, quindi lavora. Sappi dare tempo al tempo; sappi lasciare alla voce della verità il tempo di venire fuori, il tempo di pronunciare il suo ver-detto – perdona il gioco di parole troppo facile per un lacaniano.

Finora ho fatto un discorso formale, che può lasciare a bocca asciutta. Questa metaanalisi è un contenitore vuoto. Cosa ci mettiamo dentro? Io sono molto critico nei confronti del lacanismo, secondo me inquinato da troppo logocentrismo filosofico, ma salvo due o tre principi dell’insegnamento di Lacan; Lacan distingueva tra analisi in intensione e analisi in estensione. Se ci tieniamo proprio a definirla – ma senza prendere la definizione in senso troppo stretto – la metaanalisi è più vicina all’analisi pura che all’analisi applicata. È l’analisi libera, si potrebbe dire al prossimo congresso di Firenze sulla Libertà di psicanalisi, che mi piacerebbe reintitolare Libertà della psicanalisi; è la psicanalisi a essere libera da finalità estranee alla sua natura, in particolare da finalità terapeutiche; attenzione, però! ciò non vuol dire che la psicanalisi non sia terapeutica; questo non lo si stabilisce prima, ma solo dopo, a cose fatte, nachträglich, direbbe Freud; lo si stabilisce nella metaanalisi, che ultimamente è un’analisi di controllo collettivo e a posteriori, non individuale e a priori, come è costume oggi nelle scuole di psicanalisi in nome della formazione dell’analista, che per me è conformazione, per non dire conformismo.

Acerba o no, prematura o no, comprensibile o incomprensibile, io so che l’idea della metaanalisi è un’idea appropriata per un collettivo non autoritario (alla Fachinelli). Se non la presento a un collettivo, che eventualmente la confuti, come sarebbe suo compito, che me ne faccio? Io non produco idee da maestro, che il collettivo deve accettare come tali, senza discutere, perché sono giuste. Io produco congetture scientifiche da elaborare insieme, corroborandole o falsificandole, esattamente come le interpretazioni durante un’analisi.

Se mi è consentito un’ulteriore passaggio attraverso la lingua greca antica, che forse può chiarire le idee a tutti noi, direi che la metaanalisi è il pendant della paraanalisi. La paraanalisi è l’analisi che si insegna ex cathedra nelle scuole di psicanalisi. Ieri erano i maestri che la insegnavano; oggi a insegnarla sono i presbiteri che discendono da quei maestri. Oggi come ieri i giovani analisti dovevano conformarsi alla dottrina così come era insegnata dall’ipse dixit. La chiamo paraanalisi per il carattere paranoico di quell’insegnamento, che prima che a formare gli allievi era diretto a contestare l’insegnamento delle altre scuole, considerate eretiche. Così abbiamo visto il penoso spettacolo dell’attacco di Freud a Jung, di Lacan ai freudiani dell’Ipa e altre sconcezze. La metaanalisi dovrebbe essere immune da influenze paranoiche, essendo un luogo democratico di confronto, verifica e confutazione di idee analitiche, al di fuori di una qualsiasi dottrina ortodossa prestabilita, al solo scopo di dimostrare la compatibilità di teorie analitiche diverse, a prescindere dalla possibilità che una sia più vera, l’altra più falsa.

[...] Da tempo mi dedico a una potatura radicale dei rami secchi del freudismo e del lacanismo, come le pulsioni in Freud e i significanti in Lacan; seguo l’idea forse un po’ ingenua che, potando l’albero delle dottrine psicanalitiche, la psicanalisi crescerà più rigoglioso, magari libera dai cespugli parassitari che le crescono intorno e la soffocano.

L’idea freudiana di riprendere l’analisi ogni cinque anni non ci porta verso una metaanalisi collettiva; è la semplice riproposizione dello schema duale della cura: un curante, un curato; un analista, un analizzante. La mia idea, ancora da articolare meglio, è un po’ diversa: la metaanalisi, è l’analisi che si fa da sola, senza analisti istituzionali; in un certo senso ci sono solo analizzanti, una volta che anche gli analisti istituzionali tornano a essere analizzanti. Compito degli analisti istituzionali dovrebbe essere solo quello preliminare di permettere l’accumulo di un certo tot di esperienze analitiche, tale che l’analisi possa innescarsi e partire da sola e svilupparsi per conto suo. Ho fatto il paragone della bomba atomica che scoppia se raggiunge una massa critica. Capite bene che questo schema, se funzionerà, non avrà più bisogno né di maestri di psicanalisi né di analisti didatti. Il mio fratello maggiore non è mai diventato didatta della SPI; è sempre rimasto socio ordinario o forse ancora meno (non ricordo bene). Ma ha promosso l’esperienza analitica nel collettivo. Il problema politico allora è dove e come creare il luogo entro cui raccogliere la massa critica di esperienza analitica condivisa e da condividere. Questo è il lavoro collettivo da promuovere, con buona pace di maestri e maestrini che fondano scuole di psicanalisi e allievi che vanno loro dietro come greggi: il gregge non produce psicanalisi nuova, ma solo conformismo. Io stesso ho fondato scuole di psicanalisi e mi son pentito, perché dopo un po’ sentivo che tradivano il vero spirito della psicanalisi. Se adesso parlo di metaanalisi come analisi che si fa da sé, una vera e propria autoanalisi, è perché penso a un’analisi autopoietica, autocreatrice, anche un po’ poetica. Apriamo le porte all’autopoiesi, secondo Maturana e Varela; apriamo le porte alla poesia e farà il suo ingresso la metaanalisi.

Per come la propongo, la metaanalisi sarebbe, allora, un atto politico, che scatterebbe quando si fosse costituita una “massa critica” di fatti analitici emergenti in circostanze diverse: durante l’analisi personale, in un’analisi di controllo o in un congresso come questo.

Il mio fratello maggiore approverebbe. Forse approverebbe anche Freud, che avrebbe usato le parole di Goethe per pensare la metaanalisi (invece pensava a Totem e Tabù):

“Quel che hai ereditato dai padri, Riconquistalo, per possederlo veramente.”

[...] Voglio proporre un passo troppo bello di Freud, che sicuramente non conoscete, perché non rientra nella traduzione ufficiale. Si trova alla fine di quello straordinario pamphlet del 1926-27, tradotto in modo pestifero, La questione dell’analisi condotta da non medici. Uscirà nei prossimi mesi da Mimesis una mia traduzione commentata, condotta in collaborazione con Davide Radice, la quale pretende rendere giustizia a Freud, cominciando dal titolo: La questione dell’analisi laica. Freud parla di Laienanalyse; era il suo modo di parlare di metaanalisi. Nel poscritto c’è un passaggio, che fu censurato da Jones perché era troppo antiamericano, dove in particolare Freud se la prende con lo scarso senso del tempo degli americani e il loro Time is money. Noi abbiamo un altro senso del tempo, dice Freud: “Dalle nostre parti, sulle Alpi, quando due conoscenti si incontrano o si separano, dicono: Zeit lassen”. Come tradurre? Lasciamo tempo al tempo, finché la noce maturi; poi magari ci rivedremo. See you later.

Firenze, Biblioteca delle Oblate, 5 maggio 2012

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2 risposte a Metaanalisi. Improvvisazione collettiva?

  1. claudio basile scrive:

    Nel 1887 S. Freud non aveva 43 anni, come indicato dal dr. Sciacchitano, bensi’ 31, essendo nato il 6 maggio del 1856. In quell’anno conoscera’ Wilhelm Fliess, che sara’ suo amico e confidente fino al 1900.
    Grazie, comunque, per il numero della rivista su Elvio Fachinelli, e per questo articolo, che ci ricorda uno psicoanalista ancora troppo sconosciuto oggi.

  2. Grazie per la correzione. Con i numeri sono una frana. Sono un matematico ma non avrei potuto fare il ragioniere. Segnalo una particolarità freudiana. Freud fu contagiato dalla nuerologia di Fliess. Confondeva i numeri con le cifre. L’errore di Freud fu più riolevante del mio lapsus freudiano.

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