Chi é la più cattiva del reame?

Recensione di Maria Barbuto, psicoanalista a Milano

Con questo saggio Laura Pigozzi si spinge in un territorio che non è legato alle sue precedenti pubblicazioni che sono state una ricerca intorno alla voce e al legame tra voce, sublimazione e femminilità. Però mantiene un filo conduttore, cioè approfondire un tema dato dal titolo di questo libro: “Chi e’ la piu’ cattiva del reame? Figlie, madri e matrigne nelle nuove famiglie”, per il quale ritorna a parlarci di femminilità. Si tratta di un libro poliedrico che si presta ad essere interrogato da saperi diversi dalla psicoanalisi alla sociologia, dal campo giuridico a quello storico.

Questo libro dedicato in modo particolare allo “status” di matrigna è innanzitutto il risultato di un’esperienza vissuta ed ha per me, come lettrice, il valore di una testimonianza. E’ anche un lavoro intorno al tema della madre, dell’essere madre, perché la matrigna non solo si trova a svolgere spesso, nella realtà, delle funzioni e dei compiti materni, ma non è altro che un aspetto della madre e, quindi, è un’altra faccia del materno.

Matrigna è un nome che ha una sua provenienza: nel nostro immaginario deriva soprattutto dalle fiabe.

Come Laura Pigozzi ricorda nel suo libro, nelle fiabe la matrigna è una figura separata dalla madre, nel senso che viene scissa nettamente dal ruolo materno tradizionale e viene personificata in una figura femminile, alternativa alla madre, portatrice di istanze oscure nei confronti della prole.

Il famoso: “Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?” (sullo sfondo del titolo di questo libro) credo che sia la frase più nota con la quale fin da piccoli abbiamo fatto spazio nella nostra fantasia al personaggio della matrigna. Nello specifico la frase riguarda la nota matrigna di Biancaneve, quella che le dà la mela avvelenata: il nutrimento-veleno non è che il lato oscuro e abissale del materno: “quod me nutrit me destruit” recitano i siti pro-anoressia (PRO-ANA).

La matrigna è perciò fin da subito una rivale, presentata come una donna fondamentalmente narcisista ed egoista che non vuole lasciare spazio alla figlia “ereditata” dal proprio uomo. Soprattutto non vuole lasciarle lo spazio perché possa esprimere la sua femminilità, vuole mantenere lo scettro, vuole occupare l’intera scena. Vuole essere l’unica donna. Questione tutta femminile e anche molto attuale perché le donne, siano esse madri o matrigne, non vogliono invecchiare e, soprattutto, nelle famiglie contemporanee tra la madre e la figlia c’è oggi un rapporto molto simmetrico e poco distanziato che può sicuramente mostrarsi VELENOSO.

Laura Pigozzi aprendo questo link ci invita a vedere invece l’altra faccia della matrigna, quella quando i riflettori sono spenti e si è fuori dalle favole: qui emerge il reale della matrigna, colei che deve sempre fare i conti con un “meno”, con un posto che, fin dall’inizio, parte in difetto rispetto alla prole, un posto vuoto tutto da costruire. La matrigna è per Laura l’incarnazione della “femme pauvre”. Questo termine è il modo in cui nella psicoanalisi viene designato il posto della donna in opposizione a quello della madre: la madre è colei che ha, in primo luogo i figli e tutta una serie di privilegi che le derivano da questo, la donna è invece colei che non ha e che deve imparare a fare col suo non-avere. Quindi Laura colloca la matrigna più sul lato dell’essere donna che dell’essere madre.

Esiste da sempre la contrapposizione madre-donna.

Non a caso nel suo libro Laura Pigozzi ci ricorda molto bene che, nella vecchia tradizione, la matrigna era colei che prendeva il posto della madre quando la madre era morta. C’è dunque qualcosa che su questo tema indica una contrapposizione altrettanto forte: o “madre” o “matrigna”, l’una non poteva coesistere con l’altra e se l’altra appariva sulla scena, era perché la madre non c’era più.

Oggi che le due figure sono destinate a convivere, il fantasma dell’ “altra donna” è una presenza reale, la “nuova fidanzata di papà” e la ex-moglie coesistono, col rischio che i figli rimangano imprigionati dentro questa convivenza che può essere difficile. A meno che non si faccia uno sforzo (e mi pare che il libro vada in questa direzione) per costruire un ordine simbolico che, insieme alla funzione del padre, nella famiglia contemporanea è abbastanza in declino. Questo saggio, che tocca il discorso sulle nuove famiglie, evidenzia ancora di più che ciò che può orientare verso un ordine simbolico (simbolizzare vuol dire dare un posto e un nome a ciò che accade) è il modo in cui il padre dà una versione dell’amore e quindi del suo desiderio di uomo, di ciò che per lui è stato l’incontro con una donna. Quindi il desiderio paterno è veramente decisivo per mostrare che c’è un significato nel legame, vecchio o nuovo che sia, che c’è anche una “misura” da rispettare e che non siamo esposti al capriccio dell’uno o dell’altro.

Questo saggio è perciò puntuale e interessante anche perché tocca qualcosa che riguarda l’attuale disagio della civiltà, le nuove famiglie. Una buona percentuale di famiglie (9%) che devono inventare delle risposte allo stare insieme secondo dei codici che non sono più quelli della famiglia tradizionale, nucleare e una delle questioni che ho trovato più stimolanti nel libro è proprio la riflessione sul padre. Trovo molto belle le pagine che Laura ha dedicato all’ “invenzione paterna” (cfr. p.178) che fa da eco all’invenzione femminile (tema classicamente psicoanalitico). In fondo, l’evaporazione del padre, la crisi delle insegne paterne, in qualche modo ci interrogano sulla necessità che anche il padre sia declinato al plurale, “pluralizzato”. Cioè, non un unico universale modello, ma dei modi soggettivi, “plurali” di essere padre. Anche la famiglia tende quindi verso un movimento di pluralizzazione, il concetto di “famiglia allargata” ne dice qualcosa mostrandoci l’importanza di un nuovo statuto simbolico che tenga conto della ridistribuzione moderna dei ruoli e delle figure genitoriali.

Ma torniamo al vero match: figlie, madri e matrigne.

Nel testo Laura sottolinea che ci vogliono più donne per costruire una donna, ci vogliono diversi modelli di femminilità come accadeva un tempo nelle famiglie dove zie, cugine, nonne, erano tutte figure che permettevano ad una ragazza di identificarsi in diversi tratti che incarnavano la variabilità del femminile.

E, comunque, arriva sempre il momento in cui la figlia non si specchia più nello sguardo della madre e ha necessità di reperire altre identificazioni. E’ proprio allora che comincia le sue vicissitudini di donna, e forse non è un caso che solo a partire da quel momento vede nella propria madre anche il volto di una matrigna, cioè di una madre che non corrisponde all’ideale che aveva costruito da bambina. Ciò che poco prima era ricoperto dalla funzione dell’ideale e ispirava la tenerezza, l’attaccamento, il sacrificio, diviene una smorfia perturbante, le parole della madre assumono un tono insopportabile, sibilano come il suono di un serpente.

Che la madre sia sempre un po’ matrigna lo dice proprio il forte legame di ambivalenza madre-figlia: “catastrofe” la definiva Freud, devastazione, rimproveri, la faccia della matrigna fa sempre capolino dietro quella della madre per rinforzare il fatto l’ambivalenza fa parte dei legami femminili. Cosa succede di questa ambivalenza con la matrigna?

In questo senso Laura ci suggerisce che, in alcuni casi, la matrigna può occupare un posto segnato da un meno, cioè da una distanza salutare rispetto ai figli, cosa possibile se l’essere donna si inscrive per lei soprattutto nell’incontro col desiderio dell’uomo-partner, quindi con un desiderio sessuato. Allora Laura ci propone di pensare la matrigna come una “madre con misura” perché più facilmente distanziata dalla prole, oppure una “madre per alleanza”. In queste sue proposizioni vedo il desiderio di bonificare quegli aspetti del femminile che rimangono selvaggi, recalcitranti rispetto al simbolico, perché la donna vi sfugge in quanto la sua natura è toccata da un fuori-misura (vi rimando anche al commento fatto su Medea) cioè è non-tutta riassorbita e riassorbibile nella misura.

In questo senso la mia lettura del libro vuole sottolineare il fatto che anche in questo lavoro sul materno e sul femminile, Laura ci ha dato una testimonianza importante per due motivi: innanzitutto perché il punto di enunciazione del suo discorso parte dal reale di un’esperienza vissuta in prima persona ma soprattutto ci ha accompagnato, ancora una volta, nei meandri del femminile più oscuro, attraverso la via d’uscita della SUBLIMAZIONE: essere donna vuol dire saper stare su questo crinale dove si gioca sempre, come in un’anamorfosi, tra L’INVENZIONE/CREAZIONE e la VORAGINE DELL’ABISSO.

Cito dal testo: “E’ nella distanza, e anche nell’assenza che l’amore  della madre – e per la madre – si può manifestare” (p.142), leggendo queste righe mi sono ricordata di qualcosa che avevo scritto in un libretto di alcuni anni fa, tanti quanti quelli che ha oggi mio figlio, il quale allora era appena nato, dove scrivendo la premessa avevo ricordato mia madre, che avevo perso da pochissimo tempo e mi ero spinta fino a scrivere: “Perdendola, ho potuto reincontrarla.  Nel suo silenzio.” Prendo spunto da questo “silenzio” che mi fa pensare che la madre, la figlia, la matrigna, la donna custodiscono ciascuna nel proprio intimo questo silenzio, perchè nessuna può rispondere  per l’altra all’interrogativo su che cosa vuole una donna, ma ciascuna partendo dai suoi enigmi può accogliere il “nuovo”, come il libro di Laura Pigozzi ci invita a fare, ripercorrendo questa trilogia tutta moderna sul femminile.

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