La psicoanalisi … inconsapevole alleata dei propri becchini?

Alberto Savinio, Navire

Da Gabriele Pazzaglia, psicoanalista a Rimini

Come tenere conto di come è mutato il discorso sociale (o discorso principale, o del maitre) e di come questo modifica la psicoanalisi nel suo stesso esercizio?
Da una parte nella clinica constatiamo che il soggetto si struttura sempre seguendo le linee fornite dal complesso di Edipo quando la metafora paterna ha fatto presa (nevrosi) o cercando di sopperirvi quando essa non è operante (psicosi).  L’osservazione di Freud di un residuo non superabile (roccia della castrazione, invidia del pene) corrisponde al fatto che la metafora paterna non riesce comunque ad inscrivere tutto. C’è uno scarto: qualcosa le sfugge, qualcosa continua a fallire, a incespicare.

Questo “scarto” non è da intendersi come rivalorizzazione dei sentimenti, delle emozioni o dei cosiddetti “desideri”. Altrimenti pur usando termini analitici li poniamo in una logica pre-analitica come ha fatto la maggioranza dei post-freudiani. Lo scarto è propriamente lo iato che rimane fra la causa e l’effetto. Risalite tutte le determinazioni significanti rimane sempre uno scarto fra ciò che si pone come causa e ciò che si dà come effetto. Freud la chiamava “questione economica”, Lacan “godimento”.

Anche il termine “desiderio” si presta spesso a molti fraintesi. Molto spesso viene riportato anche nel nostro campo a ciò che “si vuole” a livello conscio forse favoriti dal fatto che la traduzione italiana si presta a questo frainteso. Due bravi accenni ci possono far intendere che di ben altro si tratta. Freud parlava di Wunsch ovvero di “voto” che si trovava espresso nelle fantasie inconsce. Lacan, stesso, nel Sem. X parla del desiderio come di una difesa come un’altra.

Tornando al mutamento del discorso sociale e a come esso influenzi la pratica analitica mi pare di rilevare in Lacan, al riguardo, due aspetti. Da una parte “l’aldilà dell’Edipo”, il superamento della mitologia edipica. Nel Seminario Di un discorso che non sarebbe del sembiante ne svela la natura di costruzione del nevrotico.  Su questo versante troviamo: l’oggetto “a”, il reale del godimento, l’atto analitico, il “sinthomo” (Cfr. Sem. XXIII). Un altro aspetto è quello della sua analisi “cinica”, ovvero priva di infingimenti, dello sviluppo del discorso sociale: l’ascesa allo zenit dell’oggetto “a”, l’aumento della segregazione, la sempre maggiore presa sui corpi tanto da farli passare essi stessi allo statuto di oggetti di consumo (cfr. “Psicoanalisi e medicina”).

Nel seminario sull’etica, Lacan inizia dicendo che la psicoanalisi stessa fa parte di questa evoluzione, a cui essa stessa ha contribuito, e di cui non si sa dove vada a parare. Eclissatesi le ideologie che si prefiguravano un cambiamento “progressista” del mondo, fra cui la psicoanalisi stessa era annoverata, constatiamo che il discorso corrente va in tutt’altra direzione che in quella del “Saint’homme” ma, piuttosto, in quella di una sempre maggiore credenza nell’oggetto come sostanza.

Infatti l’oggetto è sempre lo stesso, o meglio sempre gli stessi: voce, sguardo, orale, anale, fallo. Dove il fallo assume un valore speciale in quanto è quello in virtù del quale tutti gli altri vengono inseriti nella catena significante (Cfr. “La significazione del fallo”). L’oggetto “a” non è un altro oggetto ma l’estrazione della funzione logica dell’oggetto [f(x)]. Ogni altro “oggetto” deriva da questo.

Mi pare allora fuorviante la questione che circola anche nel campo della psicoanalisi lacaniana che gli oggetti di consumo siano “cattivi” e l’oggetto, come lo intendiamo noi sia “buono”. Infatti anche colui che si privasse di tutti gli oggetti di consumo, appena ne parlasse a qualcuno questo “niente” diventerebbe per paradosso “iperfallico” con l’oscenità che ne consegue. È l’effetto del discorso, appena si parla si entra nella logica fallica. La questione è piuttosto che questo oggetto è troppo “nudo e crudo”, troppo preso come sostanza.

Il soggetto allora è forzato oltre i suoi limiti. Nella clinica constatiamo il sempre maggiore aumento degli acting out, dei passaggi all’atto, della promozione di comportamenti perversi anche in soggetti che non lo sono strutturalmente. È la credenza che è sempre più in auge: la religione dell’oggetto. E da essa ne consegue la “crudeltà” con cui si vuole “azzannare” l’oggetto a prescindere dal nome che gli si da… fosse anche “psicoanalisi”.

Questo effetto paradossale che si è prodotto è comune a tutta una serie di ideologie o sistemi di pensiero del secolo scorso. Dal comunismo, al femminismo fino alla stessa psicoanalisi. Porlo come una deviazione è semplicistico. Bisogna assumere la questione: come mai questi sistemi di pensiero hanno portato o favorito o lasciato fare proprio l’esatto contrario di una maggiore consistenza del soggetto, ovvero il suo annullamento? Non può essere un caso.

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2 risposte a La psicoanalisi … inconsapevole alleata dei propri becchini?

  1. Laura Pigozzi scrive:

    L’oggetto è il limite dell’Uno. L’oggetto rende vana la vocazione dell’Uno a essere tutto. Dunque, benenuto oggetto!

  2. L\’oggetto, se è infinito, come paradigmaticamente è l\’oggetto-voce o l\’oggetto-sguardo, è non categorico; significa che non può essere rappresentato in modo univoco, in un solo modo. Insomma, la voce e lo sguardo sono sempre plurali. Immergersi nella voce significa immergersi nelle voci; immergersi nello sguardo significa immergersi negli sguardi. La pratica dell\’oggetto infinito è sin dall\’inizio una pratica collettiva.

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