Sirene. Il sublime uccide?

Herbert James Draper, Ulisse e le sirene (1909)

da Laura Pigozzi, curatrice del sito

Come incantano le Sirene? che malìa é la loro? Quella della passione e dell’eros  o quella della madre che vorrebbe riassorbire il figlio nel suo seno ipnotizzandolo con la sua voce? O, ancora, un altro tipo di incantamento?

Da una parte la voce delle Sirene chiama irresistibilmente, non le si può dire no, come fosse una voce materna che chiede al bambino di gioire eternamente dell’indifferenziato della diade, che si crede Una con il bambino; è l’incantamento fusionale dove la separazione fa difetto, è il rapimento nella dipendenza reciproca.

Eppure l’incanto Sirene esorbita dal materno: il loro richiamo ha a che fare con l’Eros e con il sapere più che con la con-fusione.  Pare un canto mistico che esalta la sapienza di un eros trasformato, piuttosto che il godimento d’afanisi, anestetico, del naufragio nel corpo della madre. Il canto delle Sirene trascina in un gorgo ipnotico oppure cattura in un altro modo? Chiediamo alla lingua di Omero. Omero per parlare della voce delle Sirene utilizza due significanti dal senso molto distante, phthóngos e aoidé: phthóngos è suono della natura, usato per animali e per fenomeni naturali; mentre aoidé è il canto nel suo senso artistico, il canto come arte, e, soprattutto, come racconto epico. Il canto delle Sirene, sembra suggerire Omero, é sapienziale. La cattura delle Sirene é raffinata: è rivolta agli eroi non ai bambini. La loro voce canta “vieni e saprai”…. ma i marinai intendono: “vieni e ti cullerò per sempre”. Il lato simbolico della voce delle Sirene é fortemente marcato in Omero, ma ciò che tutti ricordano é invece il lato ipnotico, quello di resa all’Altro. Le Sirene offrono sapere, dunque aumento d’indipendenza, ma da loro arrivano uomini che bramano perdersi nell’abisso. Rivolgono il loro canto agli audaci, ai naviganti, agli scopritori, ma chi non lo regge muore.

La lusinga del loro canto é ambivalente anche nel suono. Omero definisce la voce delle Sirene liguré = suono acuto dalla doppia anima, sia morbido che stridente. La voce delle Sirene é bifronte. La morbidezza é immaginariamente ereditata dalla Diva dell’opera, mentre lo stridio é passato nelle sirene che indicano pericolo. Ma l’acuto in ogni voce è sempre entrambe le cose: ogni acuto, per quanto morbido, ha come sottofondo lo stridìo, come fosse un basso continuo, pericolo costante che il bel suono si possa rovesciare nell’urlo, nell’orrore che al fondo lo costituisce.  Sarà a causa di questo essere in bilico sull’abisso, che la voce femminile – la voce delle Sirene – diviene irresistibile? E’ il lato mobile, ambiguo dell’Altro che mette in moto il desiderio.

L’offerta della voce delle Sirene è sul sapere. Che sapere è quello delle Sirene? Cosa insegna? Perché è rivolto agli eroi? Si tratta di un sapere che richiede ardimento. Un sapere non istituzionale, un sapere pericoloso. Perché eccede quello della Legge e il dionisiaco non è espulso. Il “vieni e saprai” che le Sirene promettono ha un taglio femminile. L’eroe saprà ma non per trasmissione piana e limpida, senza rischi, bensì attraverso un sapere acquatico che mantiene viva una quota di godimento d’abisso e di oscurità. Un sapere che si fa sulla pelle, che costa la pelle. A volte la vita.

La voce delle Sirene dice che il loro sapere non è potere ma è un godere mostruoso e sacro. Un godimento Altro.

La voce delle Sirene racconta il pericolo della creazione, fa intendere il godimento del creatore, di colui che crea. Il godimento dell’artista.

Che tipo di godimento c’è nel fare arte, scrivere, pensare? (questi temi sono l’oggetto del libro Voci smarrite Arte e legame sociale contro il dominio dell’anestesia. Et al./ Milano 2013) É il godimento femminile, godimento Altro, implicato col corpo. Non il godimento d’organo, né il godimento fallico, non esibizione narcisistica, né possesso.

In ogni arte il corpo sessuato è al centro del processo: la voce rende questo evidente perché non è attraverso il corpo che io canto, ma è il corpo che faccio cantare. La voce produce un godimento diffusivo, concentrico, senza acme, che somiglia al godimento femminile. La gola nel canto deve restare aperta e rilassata, mentre accoglie e lascia passare la colonna del fiato senza irrigidirsi, in analogia con la vagina che può lasciare o non lasciare passare il pene (vaginismi e gole chiuse non raramente vanno insieme). La morfologia delle corde è simile a quella della vulva. La gola si offre al suono. E’ un godimento che contempla una quota di passività, ci si sente cantati, perché della voce, come dell’inconscio – o meglio dell’Es che in essa si esprime – non si é padroni.

Faccio l’esempio dell’invenzione nel jazz, che è ciò che conosco meglio. Quando improvviso, lo faccio a partire dall’errore, dall’impasse di una nota sbagliata che il corpo trova. Il corpo sessuato genera l’errore che perturba la forma e che mi fa creare. Insisto sul corpo perché il corpo dà alla teoria il suo fondo di verità. La clinica del femminile ha sempre a che fare con il rapporto che una donna istituisce con l’interno del proprio corpo e con quel godimento Altro, in parte a lei stessa misterioso. Una donna che canta vivifica l’interno del corpo, non lo mortifica con la contabilizzazione del godimento come fa l’anoressica o l’ossessivo (in Voci smarrite c’è una parte dedicata a Canto e Anoressia).

Cantare ha un evidente significato erotico e di relazione: aprire la bocca può essere difficile quanto mettersi a nudo. Cantare è un’operazione “femminile”, anche per un maschio. Stratos diceva: coltivo in me una parte femminile, è la mia voce.

La voce viene da un luogo femminile: oscuro e cavo. Lo spazio cavo è luogo del femminile, luogo non ingombro dove si può creare. Il teatro è uno spazio femminile che diviene luogo di creazione proprio perché insaturo. La vocale-regina del canto è la “O”, rappresentazione grafica dello spazio vuoto.

Chi canta gode sufficientemente del godimento Altro. Come si può godere sufficientemente di un illimitato? Come si dialettizza, cioè, la castrazione con la creazione? Faccio un esempio: per comporre una melodia ho bisogno di una struttura armonica, magari anche solo per variarla o per “sbagliarla” creativamente. Per dipingere necessito del bordo del quadro, anche quando il pennello prosegue sul muro. Se non fosse stato trattenuto dalle corde della castrazione, Ulisse avrebbe voluto godere di più di quel canto, avrebbe voluto fare Uno con lui, si sarebbe perso nel Tutto, senza ritorno: il sublime l’avrebbe ucciso. Ulisse avrebbe trasformato il dono della donna Sirena nella afanisi di una Madre ipnotica. La castrazione lo tiene in vita perché tiene in vita il suo desiderio. La castrazione non é mortificazione, ma vivificazione. Mette al lavoro il soggetto, lo mette all’opera, proprio in senso artistico.

Si tocca, si sente, si borda, si annusa la Cosa, ci si fa perturbare da essa, ma non si fa naufragio in essa. La voce delle Sirene non è un incantamento senza funzione: non è un perdersi e basta. Ma racconta che la relazione tra limite (le corde di Ulisse) e Cosa é implicita in ogni arte, pur nel suo essere quasi impossibile. L’artista tesse sulla vertigine della Cosa una logica imprevedibile (una logica fuzzy direbbero forse i matematici), una logica d’abisso (direbbe Deridda). La stessa che prova una donna quando non ha padronanza nell’orgasmo, nell’amour fou, nel parto, o curando un malato, sapendoci fare meglio con la morte. Tutte esperienze non comprensibili fino in fondo che gettano una donna in uno stato d’animo paradossale che ogni artista conosce: impotenza e potenza insieme. Ogni artista mentre crea è una donna: non tanto e non solo perché un’opera è come un figlio, ma perché lavora sempre con un incompiuto, con un non-Uno, anche quando l’opera è finita e magari celebrata. E nel farlo tocca quel punto incandescente e inesprimibile del godimento Altro, femminile, che si prova ma non si può raccontare del tutto. Un godimento fuori dal linguaggio ma che inventa un linguaggio che arde.

**Conferenza di Laura Pigozzi per La Convivia. Associazione Cilturale e Scuola di Alti Studi in Psicopatologia. La Donna. Tra la madre e la puttana. Qual è il posto di una donna?, Roma 23 marzo 2013 Libreria Fandango, via dei Prefetti, 22

(si ringrazia Francesca Carmignani per aver portato alla attenzione l’immagine scelta in apertura dell’articolo)

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Una risposta a Sirene. Il sublime uccide?

  1. Gloria scrive:

    E’ una delle cose più belle che ho mai letto. Raggiungere il limite e tornare indietro, o varcarlo e sfociare nell’illimitato? Perdersi può significare anche ritrovarsi, o trovare un altro (da) sè.

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