Il film di Moretti: Mia Madre, o dell’anestesia

È difficile parlare dopo questo film.  È un film che lascia muti, senza voce, senza parole e non per la commozione che genera, ma per il deserto affettivo che investe lo spettatore. È un film che lascia desolati come desolata è la storia che racconta. E’ un film sulla estraneità.
Non commuove, almeno non nel senso usuale.
So che questa recensione è contro corrente rispetto al coro degli osannatori che da anni aspettavano un nuovo film di Moretti. Tra i quali c’ero anche io.
Moretti, ha dichiarato, indaga la morte della propria madre attraverso il film e lo spettatore è quasi messo nella posizione dello psicanalista che ascolta una storia gelida e da un certo gelo può sentirsi investito. La storia di una anestesia che anestetizza. Vediamola.
I protagonisti del film - il figlio, la figlia, la madre – sono cordiali tra loro, hanno relazioni che sembrano affettuose ma sono solo garbate, in realtà non si incontrano mai. Sono intimamente estranei uno all’altro. Nessuno incrocia veramente nessuno, né ci s’incontra, né ci si scontra. L’universo emotivo è fermo.
Anche il pessimo carattere della regista, la Buy, cioè la figlia nel film, non è vivo: è un pessimo carattere senza passione, bloccato.
La madre del film ha una posa cordiale e anche sorridente, non è l’icona classica della madre fredda e distante, ma è comunque affettivamente lontana, sempre “altrove” e non nel senso di essere demente. Tra parentesi,  Continua a leggere

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L’amore in versi

Riportiamo qui una intervista a Laura Pigozzi di Gaia Giorgetti,  F, 15 gennaio 2014

Rodin, La mano di Dio

VERSI D’AMORE COSÌ PERFETTI. MA COSA CI DICONO FRA LE RIGHE? Saffo vibra di passione, Catullo oscilla verso l’odio, Battiato si propone come un salvatore: poeti e cantautori di ogni tempo idealizzano l’innamoramento. Ma la partita vera, ci illumina Shakespeare, si gioca sul piano della realtà. Una psicoanalista ci guida tra strofe e carmi. Svelandoci il loro significato più autentico

L’amore ha mille volti. Quelli che hanno dipinto poeti e pensatori. Brividi e farfalle nello stomaco, come cantava Saffo. Oppure odio e passione, un tormento al quale non ci si riesce a sottrarre, così scriveva Catullo. E se l’amore fosse, come intonava Jacques Brel, l’essere pronti a tutto, fino ad annullarsi? Oppure avere cura di lui, essere le sue salvatrici? Lo dice Battiato in uno dei suoi brani più belli. No. L’amore è azione, non parole vuote, ci illumina Shakespeare. Ma perché è così difficile svelare questo segreto antico quanto il mondo: che cosa è davvero l’amore? Forse ha ragione Lacan, quando dice che è l’impossibilità di incontrarsi, un mistero, una nota dissonante che scatena una magia? In quale di questi autori ci riconosciamo? E se provassimo a leggere questo nostro sentimento, per capire come siamo e che cosa stiamo cercando? In fondo, scrutare dentro un segreto può riservare molte sorprese. Magari aiutarci a realizzare un sogno: farlo perdurare, questo nostro amore. Crescerlo, accudirlo, fin quando ne vale la pena. Forse per sempre. Più che la mente, ci serve l’anima o il nostro sentire. Rilassiamoci, emozioniamoci con poesie e canzoni. E poi leggiamo le interpretazioni della psicoanalista Laura Pigozzi che ci condurrà, fra versi e citazioni, nel profondo significato delle più felici Continua a leggere

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Aporie della scrittura

Da Arrigo Cappelletti,  pianista, compositore, saggista

Per essere un fautore della improvvisazione assolutamente libera, nel corso della mia carriera ho scritto davvero molto (poco secondo i parametri tradizionali della composizione scritta). Di alcune di queste composizioni sono così soddisfatto da suonarle ancora oggi nonostante siano passati 20-25 anni dalla data in cui le ho scritte. Ma perché scrivere tanto se alla fine quello che conta è l’improvvisazione? Certo la scrittura può stimolare l’improvvisazione, fornirle punti di riferimento e appigli senza i quali quest’ultima rischia di ‘perdersi’ o di finire nella ripetizione ossessiva di patterns mandati a memoria. La scrittura- vista in questo modo- potrebbe essere addirittura un mezzo per ‘salvare’ l’improvvisazione. Ma più spesso succede il contrario. La scrittura ‘uccide’ l’improvvisazione, la incanala lungo binari prefissati togliendole fluidità, vita, capacità di sorprendere. In alcuni miei scritti ho sostenuto la necessità per il jazz di una scrittura capace di auto-distruggersi nell’improvvisazione, una sorta di pre-scrittura in grado di non condizionare pur creando le condizioni (che è quello che secondo me alcuni ‘grandi’ come C.Mingus o T.Monk sono Continua a leggere

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Voci senza corpo. Orfeo

Da Laura Pigozzi, curatrice del sito

Ci sono voci che, pur non apparendo disumane come automi, nondimeno sono astratte, rarefatte: voci che suonano, ad esempio, troppo alte e sottili, senza corpo e senza bassi. L’iniziale rapimento con cui si ascoltano lascia quasi subito il posto ad una sorta di stanchezza dell’udito, costretto a fissarsi senza posa su acuti appesi al nulla, che mai atterrano, senza un radicamento. Queste voci eteree, che imperversano nelle banali melodie new age per via della facile allusione al cielo e all’incorporeo, mancano di appoggio: sono pizzi, merletti evanescenti come nuvole e perciò, in breve tempo, risultano stucchevoli e artificiose. Inoltre, tale modo di usare la voce che alcune cantanti adottano, se pur tecnicamente sbagliato, può addirittura essere favorito da direttori di coro senza scrupoli – o ignari di una buona igiene vocale – per le parti sopranili più leggere. Queste voci sono sfruttate senza alcuna cura verso le loro risonanze medie e basse che dovrebbero, al contrario, venire  incoraggiate e sostenute, Continua a leggere

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Il senso erratico del Reale: il fermo fotogramma di “ Marienbad”

Da Lucilla Albano, Università Roma Tre

L’Année dérnière à Marienbad di Alain Resnais (1961) non è solo un film difficile (o forse «il più facile mai visto», come scrive Alain Robbe-Grillet[1]), è imprendibile, sfuggente, enigmatico, come un sogno. Inafferrabile ma anche insuperato, nel senso che tocca possibilità mai sfiorate prima da altri film. Forse, in modo diverso, dai precedenti film surrealisti di Buñuel e dai successivi Persona di Bergman e Mulholland Drive di Lynch. Ma la strada intrapresa da Marienbad è unica, esclusiva e irripetibile.

Cercando di rifuggire da qualsiasi esegesi, che a decine hanno cercato di rinchiudere il film dentro interpretazioni di tipo sostanzialmente allegorico[2], cercherò di metterne in evidenza qualche motivo che deriva da un assunto fondamentale e cioè che l’onirismo invade il film nel suo complesso – come d’altronde sostengono sia Resnais che Robbe-Grillet – e che tale considerazione ci permette di avvicinarci meglio ad un testo che altrimenti potrebbe apparire inaccessibile. Con Marienbad infatti il cinema introduce Continua a leggere

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Lo sguardo e il desiderio nella pittura di Modica

Giuseppe Modica, La stanza dell’inquietudine (1990 – olio su tavola – 130x180)

Da Luigi Burzotta, psicanalista a Roma

“La prospettiva è il modo mediante il quale il pittore si mette nel quadro come soggetto” (JACQUES LACAN)

Devo precisare che queste mie note sulla pittura di Giuseppe Modica si collocano fuori campo, perché vengono da un discorso esterno, quello psicanalitico, che qui non vuole invadere quello artistico, né tanto meno, come ingenuamente si dice, “psicanalizzare” l’autore attraverso l’opera.

Più semplicemente, per non dire con umiltà, queste note mirano a evidenziare la struttura.

Non si può parlare di struttura senza mettere in gioco i registri, che Jacques Lacan ha distinto, di Reale, Simbolico e Immaginario; che, semplificando, possiamo qui definire, partendo dall’ultimo: la funzione speculare (I), l’universo dei significanti che sorregge Continua a leggere

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Il padre è anche Reale

Antony Gormley-Domain XCII, 2012

Da Laura Pigozzi, curatrice del sito

Nel dibattito contemporaneo sul padre capita di imbattersi in alcune tesi che esaltano il solo lato simbolico della funzione del padre e sembrano dimenticare che il padre è anche reale. Non concordo sul fatto che il padre di cui abbiamo bisogno sia un padre assente e certamente a questa assenza non può ridursi il concetto di Nome del Padre. Lasciando per un momento da parte la funzione immaginaria del padre, vorrei insistere su quella reale su cui Lacan ha speso parole importanti e oggi dimenticate anche dai lacaniani.

Se è vero che il figlio, soprattutto piccolo, pensa del padre ciò che la madre ne pensa, è pur vero che un desiderio verso il padre si può accendere nel bambino anche se il desiderio della madre biologica non mira al padre del bambino.
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Sirene. Il sublime uccide?

Herbert James Draper, Ulisse e le sirene (1909)

da Laura Pigozzi, curatrice del sito

Come incantano le Sirene? che malìa é la loro? Quella della passione e dell’eros  o quella della madre che vorrebbe riassorbire il figlio nel suo seno ipnotizzandolo con la sua voce? O, ancora, un altro tipo di incantamento?

Da una parte la voce delle Sirene chiama irresistibilmente, non le si può dire no, come fosse una voce materna che chiede al bambino di gioire eternamente dell’indifferenziato della diade, che si crede Una con il bambino; è l’incantamento fusionale dove la separazione fa difetto, è il rapimento nella dipendenza reciproca.

Eppure l’incanto Sirene esorbita dal materno: il loro richiamo ha a che fare con l’Eros e con il sapere più che con la con-fusione.  Pare un canto mistico che esalta la sapienza di un eros trasformato, piuttosto che il godimento d’afanisi, anestetico, del naufragio nel corpo della madre. Il canto delle Sirene trascina in un gorgo ipnotico oppure cattura in un altro modo? Chiediamo alla lingua di Omero. Omero per parlare della voce delle Sirene Continua a leggere

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Transfert e improvvisazione musicale

di Laura Pigozzi

La voce e il transfert
Non si può fare un’analisi per iscritto, non solo perchè c’é lontananza dei corpi ma per l’assenza della voce, del suono. Senza suono nessuna analisi può farsi.
L’analizzante pone la sua domanda d’analisi con la voce e, in seduta, pensa i suoi pensieri con il suono delle parole: è l’assonanza che offre la compiacenza sonora che produce un’associazione o un lapsus. E’ la sonorità di una lingua che concede, come un regalo, l’errore rivelatore.

L’onomatopea – cruciale nel racconto di un sogno o di un pensiero – non esisterebbe senza voce. Senza la voce il lapsus non si produrrebbe perché sarebbe senza corpo.
Freud dava importanza agli “scarti” , ai sogni, atti mancati, motti di spirito e lapsus: la voce è lo “scarto” della parola, quello “scarto” che conta per l’inconscio. La voce é l’inconscio, il suo suono lo rivela, al di là delle parole. E quando le parole tessono un motto di spirito, se non ci fosse la voce che lo colora con l’inflessione desiderata, si perderebbe l’effetto del witz.

Man mano che ritrova un posto nel coro del mondo, la voce di un analizzante riverbera Continua a leggere

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La speciale scrittura dell’inconscio

Giuseppe Modica, Salina, olio su tela cm. 60x40, 2011

Da Luigi Burzotta, psicanalista a Roma

L’inconscient est structuré comme un langage…au milieu de quoi est apparu son écrit.

Sono oggi numerose le pratiche terapeutiche che pretendono guarire dai sintomi facendo astrazione da ciò che li determina, l’inconscio, che è così fatto oggetto di un aperto misconoscimento. Questa presunzione, curiosamente, va oggi contro quel sentimento vago ma diffuso, dove si avverte un’accettazione della presenza dell’inconscio come qualcosa d’imponderabile ma reale che, in confuso, condiziona la vita di ognuno, seppure il più delle volte vi si avverta pure un non volerne sapere.
La nostra pratica psicanalitica si distingue per un lavoro che ha l’assunto etico di volerne sapere.
Questo voler sapere è la molla della psicanalisi che trae il suo vigore dal reale dell’inconscio, che determina i sintomi e tutto il nostro disagio, inviandoci così dei segni, che sfuggono ad ogni comprensione. Si tratta di qualcosa che è impossibile a dire ma che si fa tuttavia avvicinare con l’esercizio di una speciale scrittura.
È il gioco combinatorio della lettera, che già presiede alle formazioni stesse dell’inconscio, come i lapsus, i motti di spirito, ecc. Questo esercizio della lettera non è difforme da quello che, altrove, negli altri campi che hanno a che fare con il reale, è alla base dell’invenzione: così avviene nelle formulazioni scientifiche o nel magistero dell’arte.

Nella cura psicanalitica, tale gioco permette di saldare, per un attimo, l’immaginario con il sapere inconscio, grazie all’equivoco dell’interpretazione, che, confidando sulla materialità della lettera, inventa ogni volta qualcosa di nuovo, che può rischiarare qualche lembo del reale che parassita il godimento. A questo, la psicanalisi può così dare un poco di respiro e alleviare la sofferenza dei sintomi, anche perché favorisce una relazione che permette al soggetto di confrontarsi con il suo fantasma; relazione che per principio è troncata dal discorso che si oppone alla psicanalisi.

Fondation Européenne pour la Psychanalyse – Seminario per l’anno 2012– 2013
Laboratorio clinico e teorico condotto da Luigi Burzotta
Lungotevere degli Artigiani 30 Roma

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